sabato 6 febbraio 2010

La strada aveva l'aria di essere deserta per miglia e miglia. Soffiava un vento leggerissimo che spolverava i lastroni di tufo e cavava dai pinastri un rumorino che non mi impediva di udire i belati di greggi invisibili su lontani versanti e il macinio delle ruote di Emilio che ridiscendeva in paese.
Il cielo da ogni parte, ma soprattutto sopra il crinale di Mombarcaro, preparava pioggia per la notte, una pioggia lunga ma pacifica. Mi fissai a contemplare San Benedetto nella conca sottostante.
Scuriva, dalle case già si levavano le prime fumate azzurrine, tra poco la campana avrebbe dato l'ultimo rintocco di quel giorno e il messo comunale avrebbe accesso l'unica lampada pubblica sulla piazzetta, si sarebbero messi a stormire lamentosamente, come una penitenza collettiva a durare fino all'alba, i mille e mille pioppi lungo Belbo.
Allora capii che ancora per quella sera non potevo fare assolutamente a meno di tutte quelle cose e il tornare a casa mia era tal quale l'andare in esilio.
(Beppe Fenoglio - Tutti i racconti)

mercoledì 3 febbraio 2010

Sulla storia di Giovannino Guareschi e di come si accettano le sentenze.

Giovannino Guareschi non è soltanto l'inventore letterario di "Don Camillo" e di molti altri titoli di successo (è tra gli autori italiani più venduti all'estero) ma fu anche grande giornalista e pungente vignettista di satira.
La storia che mi interessa raccontare parla del Guareschi giornalista e uomo, perché se molte sono le condanne giudiziarie che ha ricevuto nella sua vita, molto più grandi sono state le sue reazioni, reazioni da uomo che accetta di dover pagare per le sue idee e per le sue responsabilità.
Poco gli è importato quando, al momento dell'armistizio con gli Alleati, pur di non disconoscere l'autorità di quel Re per il quale aveva combattuto fino al giorno prima, venne incarcerato dai tedeschi e trasferito in due campi di concentramento, prima in Polonia ed in seguito in Germania.

Nel 1954 Guareschi venne accusato di diffamazione per aver pubblicato sul "Candido" (rivista da lui diretta) due lettere di Alcide De Gasperi risalenti al 1944, in una delle quali De Gasperi (che sarebbe divenuto Presidente del Consiglio nel dopo guerra) avrebbe richiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi.
Guareschi si era mosso con grande cautela. Prima di pubblicarle, aveva sottoposto le lettere addirittura ad una perizia calligrafica del tribunale di Milano. Durante il dibattimento, l'avvocato difensore chiese ai giudici di sottoporre le lettere ad una ulteriore perizia, ma il Collegio giudicante respinse l'istanza motivandola così: "le richieste di perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere".
In pratica, le uniche prove accettate furono le parole di De Gasperi, che dichiarò che quelle lettere erano assolutamente false. Il Collegio giudicante non accolse neppure numerose prove testimoniali prodotte dalla difesa di Guareschi tra cui persone vicine allo stesso De Gasperi, come Giulio Andreotti.
Guareschi fu condannato a dodici mesi di carcere, ma non presentò ricorso in appello.

"No, niente appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna come un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente."

Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato.
Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una penda detentiva in carcere per rato di diffamazione a mezzo stampa.
L'ingratitudine della Democrazia Cristiana verso Guareschi fu enorme perché enorme fu il contributo dato dallo scrittore e giornalista alla vigilia delle elezioni politiche del 1948 in Italia.
Molti slogan come "Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vedere, Stalin no" uscirono dalla sua mente fervida insieme a molti articoli di satira e di informazione.
Lasciato solo in prigione la sua salute già provata dall'esperienza nei campi di concentramento iniziò a peggiorare e ne rimarrà minata fino alla sua morte nel 1968.
Chi deve imparare una lezione di vita da tutto questo impari...

La vicenda viene anche raccontata da Indro Montanelli in questa bella intervista:

venerdì 22 gennaio 2010

Il Gorgo - Beppe Fenoglio

(Da: Altri racconti, Einaudi Pleiade, Opere, 1993)

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo.
In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente; chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza.
Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo piú grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella.
Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo piú posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le piú grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.
Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria:
- Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. -
Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il pri¬mo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me.

Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentí, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi piú sotto, mi ripeté di tornarmene su ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli piú grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa .
Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentí al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su.
Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero piú sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lí intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: “Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa”, ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca.
Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.
Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lí, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina.
Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.


venerdì 15 gennaio 2010

La povertà non è il peggiore dei mali

“C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo.
(...)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”

Pier Paolo Pasolini

giovedì 7 gennaio 2010

Quattro notizie che potreste aver perso stando in vacanza

Riporto dal Blog del circolo online del PD “Barack Obama”

1) Narayan Dutt Tiwari, governatore dello stato indiano dell’Andra Pradesh, si è dimesso in seguito alle rivelazioni su uno scandalo sessuale che lo ha visto protagonista. Ogni riferimento alla situazione italiana è da considerarsi puramente casuale.
2) Palermo è invasa dalla spazzatura, e sembra che per risolvere il problema saranno utilizzate ingenti risorse pubbliche. Il TG1, a differenza del caso Napoli, ha misteriosamente mancato la notizia. Il fatto che la città partenopea sia governata dal centosinistra e il capoluogo siciliano dal centrodestra non ha certamente influito sulla scaletta dell’autorevole organo di informazione.
3) Aumentano le famiglie in difficoltà. Il 17% fatica ad arrivare a fine mese. Spariscono invece i servizi dei TG con gli anziani a rovistare fra i rifiuti dei mercati rionali. Gli “anni bui” di Prodi son finiti, adesso quel 17% di indigenti resta dignitosamente a casa propria a morire di fame.
4) In alcune tratte del nord Italia si posson prendere treni austriaci e tedeschi, che son partiti e arrivati in orario anche nel caos post-nevicata dei trasporti nostrani. Ma non ditelo troppo in giro, le nostre efficientissime ferrovie preferiscono che non si sparga la voce…

lunedì 7 dicembre 2009

L'attesa

"Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso".
Benedetto XVI - Omelia dei vesperi per l'inizio dell'Avvento

domenica 6 dicembre 2009

Quando mi fermo è il bosco che si muove

"All'entrata del bosco spezzo i fili dei ragni che avvolgono i confini. Sono i sigilli stesi della notte, denunciano l'intruso. Salgo tra i primi abeti ancorati a pilastro e fondamenta, carico il piede dove non fa rumore. Per essere accolti in un bosco bisogna bisbigliare i passi. Finché vado sono uno lasciato passare. Se mi fermo e mi siedo con le spalle a un tronco, vedo famiglie di alberi in movimento. Quando mi fermo è il bosco che si muove.
Ancora.
Non tutti i fusti spiccano verticali seguendo la linea più diritta per salire a luce. Alcuni pendono in un angolo verso valle, mettono cima obliqua. Fanno maggiore sforzo di radice. Azzardano altre linee, offrono appoggio al fulmine, che ha bisogno di invito. Gli alberi maestri hanno rami verdi pure al suolo, gli alberi secondi li hanno verdi solo in alto. E' una gerarchia. Nel bosco non intendi la regola, i tronchi stanno sparsi alla rinfusa, ma niente sorge senza il loro permesso.
Ancora.
Chi veniva con il mulo e l'ascia, sapeva togliere al bosco. Chi viene con il camion e la motosega, lascia spoglio. Non si vede ma il legno trema quando s'avvicina il ferro. Non ha una difesa. Contro il fulmine il bosco sacrifica un'albero a bersaglio. Poi sul tronco bruciato s'impianta il fungo della rimembranza, rosso di malincuore.
Ancora.
Ogni spicchio di luce che arriva fino a terra è contatto, cade come da impianto a goccia. Il fitto dei rami apre una via al raggio che raggiunge la tua mano adesso. Gli abeti hanno spostato in alto a griglia dell'ombra. Per calarti sulle ciglia il largo di luce di una foglia. Nel bosco l'assemblea del alberi decide ogni cosa. Ti hanno accolto, ora sei tra loro benvenuta."
I colpi dei sensi - Erri De Luca

lunedì 30 novembre 2009

Quando si vuol fare integrazione.


Dopo il risultato del referendum in Svizzera sui minareti fa piacere leggere qualche buona notizia: In Virginia la sinagoga del futuro: ebrei e musulmani pregano insieme



Musulmani ed ebrei che pregano assieme in una sinagoga. Non è né l'immagine idilliaca di un futuro lontano né la fantasia di uno scrittore idealista. A Reston, cittadina di 56.000 abitanti in Virginia, l'incontro pacifico tra ebrei e musulmani è una realtà da tempo. I fedeli delle due confessioni si riuniscono e pregano nello stesso edificio, la sinagoga della città, e hanno costruito tra loro un rapporto di stima e comprensione. Tutto è cominciato un anno fa. La moschea della città era diventata troppo piccola per ospitare tutti fedeli islamici che negli ultimi anni sono aumentati esponenzialmente nella contea di Fairfax. La comunità musulmana si è allora messa alla ricerca di un nuovo spazio. A questo punto si è fatta avanti la Sinagoga di Reston che ha aperto le proprie porte agli islamici, offrendo una sala dell'edificio per la loro attività religiosa. Da allora ebrei e musulmani si ritrovano ogni giorno nella stessa struttura e pregano fianco a fianco.

All'inizio non sono mancati i mugugni e le perplessità, ma l'incontro tra le due confessioni si è dimostrato presto un autentico successo. Ne è convinto Rizwan Jaka, devoto musulmano e attivista della comunità islamica. Al sitoweb del quotidiano Russia Today, Rizwan dichiara che il dialogo tra musulmani e ebrei non è un'illusione: «Andare ogni giorno in sinagoga mi procura lo stesso piacere che andare in moschea - afferma Rizwan - E' una cosa speciale per me e per la mia famiglia. Ricorderò questo periodo per il resto della mia vita». Naturalmente oggi, a Reston, ebrei e musulmani non dividono solo uno spazio fisico, ma l'incontro ha stimolato la curiosità verso l'altro: «Loro entrano nella nostra sala di preghiera e noi andiamo nella loro e assieme passiamo giornate piacevoli», dichiara Khalid Iqbal, vice-direttore dell'Adams, l'associazione che riunisce i fedeli musulmani della Virginia. «Sfortunatamente il conflitto in Medio Oriente fa passare l'idea che non possiamo andare d'accordo, ma qui riusciamo a capirci. Questo è il nostro stesso quartiere. Lavoriamo assieme, viviamo assieme ed è tutto così naturale».
Magid è un musulmano cresciuto in Sudan. Non aveva mai incontrato ebrei fino a quando non è arrivato negli Usa a 20 anni. Non avrebbe mai immaginato di costruire rapporti così stretti con quelli che molti cittadini del suo paese considerano nemici. Al sitoweb del canale televisivo statunitense Msnbc dichiara che quest'esperienza non ha cambiato solo il suo modo di vedere le cose, ma anche la mentalità di tanti suoi amici. Uno tra questi gli avrebbe confessato: «La prossima volta che incontro un ebreo non lo guarderò più con gli occhi di prima». Il più felice di quest'esperimento interreligioso è il rabbino Marc Gopin che da anni organizza campagne per il dialogo tra diverse confessioni: «Ci sono tante comunità che non vorrebbero questo dialogo. Ci criticano, a volte per paura, altre volte perché hanno idee troppo conservatrici. C'è tanta rabbia contro i musulmani per diversi motivi. Questa sinagoga sta facendo un passo davvero importante accogliendo gli islamici nelle proprie sacre stanze».


Da Repubblica

venerdì 20 novembre 2009

Bella gente d'Appennino - Giovanni Lindo Ferretti

INCIPIT DEL NUOVO LIBRO:
"All’origine di tutto ciò che posseggo c’è l’alfabeto. L’abbecedario su cui imparai a scrivere e leggere: a come albero, b come barca, c come casa, d come dono... dono e destino. Appena prima avevo imparato a tracciare, con mano sicura, gesti antichi: aste, croci, tondi, quadri. Segni e simboli. La parola scritta, la lettura sillabante, lo studio. Sapere e fare. Ricchezza del conversare.

Non ho speso bene i miei giorni. Molti li ho sciupati, di molti sono stato spettatore. Troppi li ho macerati, estenuanti, in una sequela di tensioni senza soddisfazione; in guerra con tutto e con me stesso. Me ne sono liberato, a volte con fatica sempre con sollievo.

Le pagine che seguono sono tappe del mio cammino; in parte a ritroso in un passato che non si esaurisce, non è remoto; e il futuro, quando c’è, svela tracce d’anteriore. Ogni capitolo è un pellegrinaggio verso un luogo, un momento, un incontro. Una o più parole lo identificano, ne tracciano il confine, lo raccontano. Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono. Le riconsegno. Ogni parola corrisponde a una lettera dell’alfabeto a ricostruire il mio personale abbecedario: d come dimora, c come cavallante, i come incarnazione, b come bottega, s come sepoltura, e come esilio, p come persone (politica), a come appennino, alpe.

Una famiglia rende lode a Dio per aver figli saggi nella giovinezza, ma va considerato che c’è grande gioia per il ritorno di un figlio perduto. C’è, d’altra parte, un dolore che rode e non placa nel percepire l’arido, il pavido, nel cuore di un figlio che mai si allontana da casa."

"Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono." Giovanni Lindo Ferretti ha smesso di fare il cantante e si è fatto cantore di un mondo residuale, antico, sfuggito al moderno. Quello montano, il suo. Lo fa nell'intenso "Bella gente d'Appennino", in libreria per Mondadori, in cui, in perfetto stile-(nuovo)Ferretti, l'autore si mette a nudo con rivoluzionaria onestà.

Dall'esilio in quella terra di mezzo che è l'Appennino tosco-emiliano, Ferretti racconta le gesta nobili e quotidiane dei suoi avi e della comunità di Cerreto Alpi, montanari capaci di valore, dignità, lavori umili, buonumore, passioni forti e sempre decorose. Dalla capostipite sassalbina Maddalena fino a sua madre Eni, dallo zio Archimede, grande cacciatore di orsi in Alaska, alla tragica vicenda di Ezio Comparoni- Silvio D'Arzo e di sua madre Rosalinda.

Tante donne, molti uomini e moltissimi animali, ché la famiglia Ferretti ha campato da sempre di quello: pecore per i formaggi saporiti, cani per governarle e cavalli per viaggiare, fare la guerra o scoprire - come nel caso del suo destriero personale, il roano Tancredi - inattese forme di fedeltà fra esseri viventi.

mercoledì 18 novembre 2009

Il Natale e la Lega:un "bianco Natale" senza immigrati.

Purtroppo anche questa notizia che riporto da "Repubblica" si commenta da sola:

Brescia, il comune leghista di Coccaglio lancia l'operazione "White Christmas"

I vigili casa per casa a controllare gli extracomunitari: chi non è in regola perde la residenza

A Coccaglio la caccia ai clandestini si fa in nome del Natale. L'amministrazione di destra - sindaco e tre assessori leghisti, altri tre Pdl - ha inaugurato nel piccolo comune bresciano l'operazione "White Christmas", come il titolo della canzone di Bing Crosby, usato per ripulire la cittadina dagli extracomunitari.

Un nome scelto proprio perché l'operazione scade il 25 dicembre. E perché, spiega l'ideatore dell'operazione, l'assessore leghista alla Sicurezza Claudio Abiendi "per me il Natale non è la festa dell'accoglienza, ma della tradizione cristiana, della nostra identità". È così che fino al 25 dicembre, a Coccaglio, poco meno di settemila abitanti, mille e 500 stranieri, i vigili vanno casa per casa a suonare il campanello di circa 400 extracomunitari. Quelli che hanno il permesso di soggiorno scaduto da sei mesi e che devono aver avviato le pratiche per il rinnovo. "Se non dimostrano di averlo fatto - dice il sindaco Franco Claretti - la loro residenza viene revocata d'ufficio".

L'idea dell'operazione intitolata al Natale nasce dopo l'approvazione del decreto sicurezza che dà poteri più incisivi al sindaco, che poi chiede ai suoi funzionari di verificare i dati dell'Anagrafe sugli stranieri. Nel paese, in dieci anni, gli extracomunitari sono passati dai 177 del 1998 ai 1562 del 2008, diventando più di un quinto della popolazione. Con marocchini, albanesi e cittadini della ex Jugoslavia tra i più presenti. "Da noi non c'è criminalità - tiene a precisare Claretti - vogliamo soltanto iniziare a fare pulizia".

A Coccaglio fino a giugno e per 36 anni ha governato la sinistra. "È solo propaganda - dice l'ex sindaco Luigi Lotta, centrosinistra - Io ho lasciato un paese unito, senza problemi d'integrazione. L'unico caso di cronaca degli ultimi anni, un accoltellamento tra kosovari, nemmeno residenti da noi, c'è stato sotto la nuova amministrazione".
L'idea di accostare la caccia agli irregolari al Natale, ha provocato le proteste di un pezzo di città. "Io sono credente, ho frequentato il collegio dai Salesiani. Questa gente dov'era domenica scorsa? Io a Brescia dal Papa", replica Abiendi, che si definisce "tra i fondatori della Lega Nord, nel 1992". Poi enumera i risultati dell'operazione "Bianco Natale": "Dal 25 ottobre abbiamo fatto 150 ispezioni. Gli irregolari sono circa il 50% dei controllati". E ora al modello Coccaglio guardano anche i sindaci leghisti dei comuni vicini, due (Castelcovati e Castrezzato) l'hanno già copiato. Lo scorso 24 ottobre, alla prima convention di sindaci leghisti, a Milano, la "White Chistmas" ha avuto l'appoggio convinto dello stato maggiore del partito. "Il ministro Maroni è un uomo pratico - dice ora Claretti - ci ha dato dei consigli per attuare il provvedimento senza incorrere nei soliti ricorsi ai giudici". Sul riferimento al Natale, il sindaco accetta le critiche. "Forse è stato infelice. Ma l'operazione scadrà proprio quel giorno lì".

lunedì 9 novembre 2009

Ma io difendo quella croce - Marco Travaglio

Ma io difendo quella croce
Di Marco Travaglio
5 novembre 2009

Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch'io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di "combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all'immigrazione selvaggia": non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell'uomo. Fa tristezza Bersani che parla di "simbolo inoffensivo", come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa,
guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di "radici cattoliche". Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende "il simbolo della nostra tradizione" contro i "genitori ideologizzati" e la "Corte europea ideologizzata" tirando in ballo "la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica". La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli "arredi scolastici".

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere
il crocifisso come "arredo", tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una "tradizione" (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta "civiltà ebraico-cristiana" (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno "scandalo" sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L'immagine vivente di
libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all'ingiustizia, ma soprattutto di laicità ("date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio") e gratuità ("Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno").

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all'asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l'ideologia più pagana della storia, il nazismo - l'ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia
Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente . Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola". Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno - ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all'uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l'8 per mille, a batter
cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell'uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.

mercoledì 4 novembre 2009

Una società non crolla, si svuota poco a poco.

Lo scrittore francese Georges Bernanos in una sua analisi dello svuotarsi dell’anima della nostra società, sviluppata nel saggio “La France contre les Robots (1947)”, dichiarava: “Una civiltà non crolla come un edificio; si direbbe molto più esattamente che si svuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza”.

La frase del famoso scrittore sembra coniata a proposito, se si pensa alla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di dichiarare che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli; e ancora: la presenza dei crocifissi nelle aule è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".

Questo atto di “giustizia” è la chiara manifestazione del fatto che non sappiamo più guardare all’uomo per quello che è: un essere finito, piccolo e fragile che possiede in sé la capacità di trascendere, di superare la sua finitezza riconoscendo che fuori da sè l’Infinito è la sua ragion d’essere. Del resto, lo stesso Bernanos scriveva anche: “Nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri”.
Il fatto che l’uomo sia più di ciò che il suo corpo contiene era ben noto ai grandi filosofi antichi, i quali dichiaravano che l’uomo cerca la conoscenza, la virtù e l’essenza di tutto ciò che lo circonda perchè ha bisogno di ritrovare, proprio nell’essenza, quella originalità e unicità che, superiore alla cosa che determina, fa sì che quella cosa sia ciò che è.

E l’essenza dell’uomo? Per qualcuno risiede nel suo essere parte del mondo, per altri nella capacità di conoscere, per qualcuno nell’amare, per altri ancora nella capacità di ri-conoscere Dio.
Ciò che è chiaro è che per l’uomo di oggi è sempre più facile definire l’essenza dell’uomo come la sua stessa esistenza, anzi come la capacità dell’uomo di determinarla, di decidere quando questa inizi o debba iniziare e quando finisca o debba finire, quando questa abbia un senso e quando no; in pratica l’essenza dell’uomo sembra essere confinata nella sua capacità di autodeterminarsi.
Tutto questo mi rende molto triste. Pensare che la mia essenza possa risiedere nella mia capacità di definirmi un essere fragile, piccolo, incapace di comprendere l’Infinito, relegato in un metro e ottanta di statura e un insieme di organi che invecchiano dal giorno in cui sono nato: un essere nato per morire... E’ triste e deprimente.
Però, in me c’è qualcosa di grande: una grande sete di amore, di giustizia, di valori, di grandezza, una sete di infinito che mi fa davvero pensare che coloro che ritengono l’uomo grande solo perché può determinare il giorno della sua nascita e della sua morte si stiano proprio sbagliando.
Così riguardo la storia dell’uomo, per quel poco che la conosco, e ritrovo genialità, gratuità, santità, capacità di rendere infinito il senso della vita attraverso un gesto di fede, di amore, di perdono.

Tutti gesti di libertà, nel vero senso della parola; la libertà di dire sì, non di negare o di negarsi, la libertà di limitarsi per lasciare spazio agli altri e all’Infinito. La stessa libertà con cui un Dio, sommo ed infinito, si è tirato un po’ in disparte per fare spazio a me, al mio essere, al mio esistere. Per questo la “violazione della libertà” non è il gesto di appendere un crocifisso in un luogo pubblico, magari per ricordare ad alunno ed insegnante che esiste qualcosa di più grande di se stessi. La violazione della libertà è chiedere all’uomo di dimenticare l’Infinito, di appiattirsi nell’uguaglianza dell’essere finito, nel dire all’uomo che non esiste nulla di più grande di lui, in nome di un presunto diritto di tutti a non riconoscersi in un panorama universalmente più grande. Già, perché dietro alla paura del crocifisso potrebbe esserci la paura del Corano, la paura di doversi confrontare con l’altro pubblicamente su ciò che davvero ti tiene al mondo: la tua fede. Allora è più facile dimenticare o relegare alla sfera privata la dimensione religiosa, la ragione di tutti quei valori che il laicista vuole che non si chiamino Vangelo ma Costituzione, che non facciano riferimento a Dio ma all’uomo, ma che alla fine sono l’essenza di ciò che consente all’uomo di innalzare il suo spirito oltre il suo metro e ottanta di statura!

In questa triste considerazione, però, mi resta una grande speranza nella capacità dell’uomo di ritrovare dentro di sé il soffio originario dello spirito di Dio, ciò che gli ha dato la vita e la forza di viverla giorno per giorno. E mi viene in mente il bel racconto di Dino Buzzati “La rivolta dei cretini” in cui lo scrittore narra della necessità di rendere uguali gli uomini e dei danni che questa necessità produce con i mezzi della scienza laica e progressista, danni che, alla fine, però, si risolvono nell’impossibilità di cancellare l’impronta di Dio nell’uomo, per cui: “la folle mania dell’uguaglianza, dopo essere passata attraverso inverosimili assurdità, stoltezze e turpitudini, assicurò finalmente agli uomini una specie di paradiso. Tutti poveri, brutti e cretini, però galantuomini di cuore, con l’animo in pace.”

www.mec-carmel.org

mercoledì 14 ottobre 2009

La legge Concia

Ieri è stata bocciata in parlamento la "legge Concia", proprio per le polemiche nate al riguardo vorrei proporre queste riflessioni dal sito Avvenire.it e quelle del blog Beffa Totale. Sono opinioni divergenti ma proprio per questo ricche di spunti per farsi un'idea su quello che è successo ieri in parlamento vista la povertà di informazione che filtra dai nostri giornali e telegiornali.
Al riguardo ho da aggiungere solo una cosa. E' mai possibile che non si riesca ad inquadrare una persona omossessuale come un comune cittadino? Ogni volta che si prensenta un disegno di legge che riguarda anche gli omosessuali questo viene sempre presentato, spesso da politici che hanno interesse a farsi pubblicità, come una legge ad hoc e mai come qualcosa che possa riguardare la totalità dei cittadini. Per cui,mi chiedo, non sarebbe stato meglio inasprire le pene per le aggressioni verso chiunque, anziani, persone portatrici di handicap, extracomunitari, donne e ragazzi, etc..etc..compresi? Non sarebbe stato più giusto anche nei confronti degli omosessuali che sarebbero stati compresi nel disegno di legge non più come "minoranza" ma come popolo intero ?

Riguardo al voto dell' On. Binetti sulla medesima legge riporto quanto scritto su Piùvoce.net :
"Cosa resterebbe della democrazia se a ciascun parlamentare, che altri non è se non un cittadino chiamato dal popolo ad esprimere una rappresentanza di ideali e di interessi popolari, venisse chiesto di rinunciare deliberatamente e programmaticamente alla propria coscienza? Alla propria libertà di coscienza?
Noi crediamo che questa politica illiberale non ci piacerebbe affatto. Anzi, denunceremmo un deficit di democrazia. Proprio per queste ragioni appaiono sopra le righe le valutazioni del segretario del Pd, Franceschini, che fa adombrare la possibilità dell’espulsione dell’on. Binetti dal partito a seguito del suo voto contro la legge sull’omofobia.
Sommessamente diciamo che sarebbe scandaloso per un partito che si chiama “democratico” espellere un proprio parlamentare per una scelta fatta in nome della propria coscienza. Altro che partito democratico, questo sarebbe un gulag."

Aggiungo inoltre che, per quanto giusta possa essere una legge, in Italia il vero problema è il clima culturale e l'intolleranza dilagante che la stessa politica sta fomentando in ogni maniera. Per cui, prima di trincerarsi dietro un disegno di legge, guardiamo bene alle parole (o meglio alla loro povertà e bassezza), alle immagini (sempre più veline...) e ai messaggi (pensiamo solo a cosa dicono Bossi e Berlusconi tutti i giorni) che ogni giorno vengono trasmessi dalle televisioni e i giornali per capire dove sta buona parte dell'origine di tanta decadenza...

domenica 11 ottobre 2009

Come bambino



Come bambino credo la verità del cuore
come bambino godo soffro l'amore
tendo la fionda ai lampioni
che soppongono alla luna
miro ai prepotenti e ai coglioni
miro alle ombre che intralciano la fortuna

come bambino vedo la politica un gioco da poco
si gioca per amore
obbligato
da tenere sotto controllo
come il fuoco. come il fuoco.

sto sdraiato sui campi
nelle ore piu belle
a pancia in su e in giù
a rimirar le stelle.
mi commuovono i vecchi
muove qualcosa dentro....

cammino volentieri contro mano e contro vento
tengo le mani in tasca e gli occhi bassi
scatta la meraviglia nei passi che seguonoi passi
come bambino mi piace costruire studiare lavorare
tutto il giorno dopo laltro
imparare

come bambino
non come giovanotto che gioca e passa il tempo a spasso
spera nel lotto

come bambino so sentirmi offeso
ma tiro avanti senza dargli peso
non sempre so dire chi perchè
ma cosa pretendete da un bimbo come me....

miro ai lampioni che soppongono alla luna
miro ai prepotenti e ai coglioni....
sto sdraiato nei campi
nelle ore piu belle a
a pancia in su e giu a rimirar le stelle..................................

giovedì 8 ottobre 2009

Chirac, Berlusconi e i bidet...

Riporto dal Telegraph :

The Italian prime minister denied on Wednesday that young women had been paid to attend parties at his villas. But Mr Chirac, 76, added to the controversy by allegedly recounting his experience as a guest of Mr Berlusconi when he was invited to stay at one of the tycoon's properties without his wife, Bernadette.

In remarks to a fellow guest, cited by l'Express magazine, Mr Chirac allegedly said he had been unsettled by the "rather strange guy".

While showing him the bathroom, Mr Berlusconi pointed to the bidet, and is reported to have exclaimed: "You have no idea how many pairs of buttocks that bidet has welcomed."

But even he was unsettled by the numerous magazines featuring naked women that were said to have been strewn around the villa. "I leafed through one; it was rather unseemly," Mr Chirac reportedly said.

"And then I asked him why he left all these magazines lying around." Pointing to the pictures, Mr Berlusconi's alleged response, which he rammed home by miming the action, was: "I've had this one here; that one too..."

Mr Berlusconi's aides said he knew nothing about allegedly paying young women to attend parties. "To think that Berlusconi needs to pay 2,000 euros (£1,700) a girl, for her to go with him, seems to me a bit much," said his lawyer, Niccolo Ghedini.

"I think he could have great quantities of them for free."

sabato 3 ottobre 2009

Il cielo in una stalla - Erri De Luca

"I giovani gli chiedevano dell'esperienza in guerra, rispondeva che non ne voleva parlare ne sentire. Quei giovani si annoiavano, lui no, assaporava il tempo sospeso. Neanche l'anziano si annoiava. Leggeva, rammendava i panni, osservava la mungitura, prendeva appunti su un quaderno a righe. All'ora del tramonto si ritrovavano seduti tra i limoni a farsi scendere il sole in faccia, finché finiva sotto i piedi. Ricordava frasi di quell'uomo "Gam zu letovà", anche questo è per buono. Aveva imparato a dire così da un passo del Talmud, il commentario di scrittura sacra. Nelle circostanze difficili ripeteva: "Gam zu letovà". E spiegava: "Finché non sarò smentito dalla morte, insisterò a dire che pure il maggior pericolo è lì per un buon fine."

domenica 27 settembre 2009

Un piccolo ricordo di Claudio Chieffo

"E non riuscirono a fermarlo neanche i bilanci della vita, quegli inventari fatti sempre senza amore..."


Claudio Chieffo, nato a Forlì il 9 marzo 1945 è il primo, in ordine di tempo dei cantautori cattolici italiani ed è unanimemente riconosciuto come uno dei capisaldi di questa musica, dalla lunga storia e ricca creatività.
Ha iniziato la sua attività nel 1962 e da allora non ha mai smesso di girare il mondo portando il messaggio cristiano attraverso le sue canzoni ed i suoi concerti ed ha all’attivo più di 3000 concerti, 113 canzoni, 10 tra L.P. e CD.
Alcune delle sue canzoni sono tradotte in numerose lingue e vengono cantate in tutti i continenti.
Ha ricevuto nel 1981 il Premio Internazionale della Testimonianza dei valori umani e cristiani e nel 2005 il premio Internazionale Calice d’oro; ha cantato in molte occasioni davanti al Santo Padre Giovanni Paolo II.





giovedì 24 settembre 2009

Scudo fiscale mai



Lo scudo fiscale ter inizialmente assicurava la copertura per due soli reati: omessa e infedele dichiarazione. La nuova formula comprende numerosi reati tributari, alcuni reati penali specifici* e soprattutto copre adesso anche le false comunicazioni sociali: questo intervento rende lo scudo più alla portata dell’evasore pentito che è anche imprenditore e amministratore o socio di una azienda.

L’emendamento approvato in Commissione Finanze e Bilancio al Senato, sempre con l’ok del Governo, consente anche alle imprese estere controllate di aderire all’operazione di emersione dei capitali. Non da ultimo, è stata rafforzata la garanzia dell’anonimato allentando l’obbligo di segnalazione in base alle norme dell’antiriciclaggio.

(da http://pdobama.wordpress.com/2009/09/24/nessun-maxi-scudo-fiscale-mai/)

* (falso imbilancio e banca rotta fraudolenta)

martedì 22 settembre 2009

Occhi chiusi

La bellezza si vede perché è viva, e quindi reale. Diciamo, meglio, che può capitare di vederla. Dipende da dove si svela. Il problema è avere gli occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più, occhi che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade lei passa, riempiendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio.
(Pier Paolo Pasolini)

lunedì 21 settembre 2009

Aspettando Gandalf...

Da "antenna5.it":

"La Lega Nord regionale prepara una “Pontida” toscana, domani, a San Genesio, nel Comune di San Miniato. L’evento sarà aperto dall’alzabandiera del granducato toscano e proseguirà con il giuramento dei 45 eletti della Lega nella nostra regione. Verrà rievocato il Giuramento di San Genesio, che dette vita alla Lega toscana, sulla scia della Lega lombarda nata a Pontida.
Sarà inoltre celebrato un matrimonio con rito celtico tra due militanti leghisti. La manifestazione sarà chiusa dalle note del “Nessun dorma”.
L’iniziativa è stata presentata a Firenze dal segretario toscano del partito, Claudio Morganti, e dal capogruppo in Consiglio provinciale fiorentino, Marco Cordone."
Letto questo sorgono spontanee delle domande...
1.Cosa c'entrano i Celti in Toscana ?
2.Non si hanno notizie di druidi scesi in Italia a celebrare matrimoni, quindi perché sposarsi con rito celtico ?
3.Ma non è la Lega Nord il partito che si vanta di difendere le tradizioni cattoliche dalle angherie altrui ?
4.E perché il giuramento di San Genesio del 1162 ??? A quale imperatore devono obbedire adesso i nostri consiglieri comunali ?? Bossi ? Silvio ??
"L’accordo conchiuso a San Genesio con Lucca e allo stesso modo, se male non ci apponiamo, con Firenze, stabiliva i cittadini prestando giuramento di fedeltà all’Imperatore si obbligassero a muover guerra o a far pace nella Tuscia secondo gli ordini suoi, a provvedere alla sicurezza delle strade maestre, ad aiutare gl’impiegati imperiali per la riscossione del foderum nel vescovado e nel Comitato, ed a mandare l’esiguo contingente di venti cavalieri nella spedizione di Roma, delle Puglie e della Calabria. In cambio, l’Imperatore con­cedeva ai cittadini per sei anni tutte le regalie dentro e fuori della città; i consoli eletti annualmente dovevano giurar fede all’Imperatore e ricevere dalle stesse mani di lui l’investitura, recandosi perciò alla sua presenza, quando egli soggiornava in Italia, mentre uno solo bastava, quando si trovava in Germa­nia" ( Davidsohn, Storia, I, cap. X, pp. 711-71)
5. Mistero anche sulla scelta del "Nessun dorma", ma che ci azzecca ??
Nessun dorma!... Tu pure, o Principessa,
Nella tua fredda stanza
Guardi le stelle
Che tremano d'amore e di speranza.
Ma il mio mistero è chiuso in me,
Il nome mio nessun saprà!
Solo quando la luce splenderà,
Sulla tua bocca lo dirò fremente!...
Ed il mio bacio scioglierà il silenzio
Che ti fa mia!...
Voci di donne
Il nome suo nessun saprà...
E noi dovremo, ahimè, morir!...
Il principe ignoto
Dilegua, o notte!... Tramontate, stelle!...
All'alba vincerò!...
Se questa non fosse la realtà e se questa non fosse la mia Toscana non avrei dubbio sul fatto di essere in un pessimo romanzo fantasy...

venerdì 18 settembre 2009

Ancora notizie inesatte riportatate dai giornali

In qualsiasi maniera la si pensi l'informazione non è corretta:

SENTENZA TAR, NOTIZIE
INQUINATE DALL`IDEOLOGIA

Nel mondo alla rovescia, avvelenato dall’ideologia, succede che il ricorso contro l’atto di indirizzo del titolare del Welfare Maurizio Sacconi – con cui, nello scorso dicembre, il ministro aveva stabilito che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale – su molti importanti giornali risulti “accolto” dal Tar del Lazio.

Non è vero, è accaduto esattamente l’opposto: il ricorso contro l’atto di indirizzo è stato respinto (dobbiamo ripetere per i duri di comprendonio? R-e-s-p-i-n-t-o) per difetto di giurisdizione. Eppure, a leggere la cronaca di ammiraglie dell’informazione nazionale, come Repubblica e Corriere della Sera, si apprende che è stato “accolto dai giudici del Lazio un ricorso del Movimento difesa dei Cittadini sul testo di Sacconi dei giorni del caso Eluana” (Repubblica) e che “i giudici hanno accolto il ricorso presentato da Gianluigi Pellegrino, legale del Movimento difesa dei Cittadini”. In realtà, il Tar – che testualmente scrive nella sentenza: “Dichiara inammissibile per difetto di giurisdizione il ricorso proposto dal Movimento difesa del cittadino”: leggere per credere – si lancia in considerazioni sulla necessità di non discriminare i disabili impossibilitati a rifiutare certi trattamenti perché non più in grado di intendere e di volere. Lo fa accoglie le motivazioni della famosa sentenza della Cassazione che inventò, apposta per Eluana, l’istituto del consenso informato presunto, ma non può fare a meno di richiamare la recente Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, nella quale si dispone che “gli Stati riconoscono che le persone con disabilità hanno il diritto di godere del migliore stato di salute possibile, senza discriminazioni fondate sulla disabilità”, e che devono “prevenire il rifiuto discriminatorio di assistenza medica o di prestazione di cure e servizi sanitari o di cibo e liquidi in ragione della disabilità”. E comunque, alla fine, il Tar rimanda la questione al giudice ordinario, dopo (repetita iucvant) aver respinto il ricorso contro l’atto di indirizzo di Sacconi.

Nicoletta Tiliacos da PiùVoce.net

mercoledì 16 settembre 2009

Ambrogio Sparagna

Poi capita un giorno in cui ti trovi tra le mani un disco che non sapevi nemmeno dovesse uscire. Disco autoprodotto, poco pubblicizzato. Anzi, per niente. Ma prova a metterlo sul lettore e ascolta. Il primo pezzo si chiama “L’onore”: l’organetto è riconoscibile. La prima voce no. Ma la seconda non mette dubbi. E’ il principe: Francesco De Gregori. E il prezzo è epico, all’altezza delle sue cose migliori. Le due voci si intrecciano nell’inciso e si separano di nuovo nella strofa e ne entra una terza (Patrizio Trampetti). Siamo già affascinati. Mandola, chitarra, percussioni, tofa (conchiglia) e contrabbasso. Musica popolare delle migliori: il ceppo è sano e il disco è una meraviglia: Ambrogio Sparagna si chiama l’organettista, Ambrogio Sparagna si chiama il primo cantante e “Ambrogio Sparagna” si chiama anche il disco.

Come se fosse il primo prodotto di un debuttante. E’ invece il decimo disco di Ambrogio, un personaggio che è riuscito a farsi una fama non indifferente in Italia a seguito delle sue numerose escursioni nelle musiche di confine e la frequentazione con Francesco De Gregori (avete presente l’organetto in “Fine di un killer”? Era lui), ma anche con Giovanni Lindo Ferretti (“Litania” è lo spettacolo della serie “La musica dei cieli” che porteranno anche al Festivaletteratura di Mantova in settembre), Teresa De Sio, Rita Marcotulli, Francesco Di Giacomo (ex Banco), Lucilla Galeazzi, tutti, tranne Ferretti, impegnati a portargli tributo all’interno di questo disco che, ripeto, è una vera chicca di stagione. Da non perdere se la musica popolare per voi vuol dire qualcosa.

E se Francesco De Gregori apre il disco da par suo, Teresa De Sio in pratica lo chiude con un’intensa “Fra Fre Fro” che serve ancora una volta in più a farci sentire la mancanza, ormai da troppo tempo di un disco nuovo made in De Sio-Napoli. Ma i duetti, anche se usati al meglio, non sono tutto nel disco. Certo Francesco Di Giacomo è grande in “Senza fucili e senza cannoni” e Lucilla Galeazzi essenziale ed emozionante ne “La madre”. Le collaborazioni eccellenti continuano con Pasquale Minieri (Avion Tavel, Carnascialia, Nada, Capossela, GianMaria Testa) alla produzione e con Erasmo Treglia (Aquaragia Drom) alla prodeuzione esecutiva (oltre che addetto a ciaramelle, ghironde, scacciapensieri, torototela).

Ma le canzoni migliori (e qui sta un’altra sorpresa) sono quelle dove Ambrogio è da solo. “Ruccano”, la seconda canzone, è tutta cantata da Sparagna stesso, se non vado errato al debutto assoluto come cantante, ed è il punto di volta dell’architrave sonora del disco. La storia del suonatore Ruccano che “passa de là /allo vedere attorno chell’ammuina / chella situazione isse ha da cagnà / … / Ruccano comincia un organetto a suonare / e la magia subito se va a scuppà / lo strumento cresce, diventa gigante / la gente capisce che se po’ salvà / … / lontano da un mondo che puzza di morte / l’organetto vola e la gente è sicura / verso un altro mondo senza più paura”.

E delicatissima è “Stella che passa”, come la conclusiva “Nerina”, affidata al piano di Rita Marcotulli e alla voce e all’organetto di Sparagna. O ancora vogliamo parlare della bellezza di valzer della “Chiarastella”? O della carica vitale de “La bonavita” (canzone per Jacuruzingaru): “Sono turnate tutte ‘e parole / tutte chelle c’amme parlate / so’ turnate tutte canzone / tutte chelle c’amme cantate”.

Insomma trovo solo un punto debole in un lavoro che, di ascolto in ascolto, mi è sempre più facile appendere alle categorie del meraviglioso ed è la durata limitata: poco più di 46 minuti. Ma forse una durata maggiore avrebbe intaccato la forza poetica del lavoro. Forza poetica che è ancora meglio riassunta nelle note introduttive dell’album, ancora stillate dalla penna (in questo caso prolifica) di Ambrogio Sparagna.

“Caro amico che ti avvicini ai miei suoni, le storie che ascolterai per anni le ho tenute gelosamente nascoste, un sentimento intriso di timore e tenerezza mi impediva di cantarle, ma con il dono della paternità qualcosa è cambiato. Le volte che vedo Matilde e Giacomo guardarmi mentre canto, mi rivedo piccolo, quando rimanevo incantato, seduto intirizzito sulla pedaliera dell’organo della chiesa di Santa Maria, a sentire le miracolose gesta dei cori degli angeli che mio padre cantava durante i lunghi mattini delle novene di Natale. Il loro entusiasmo mi ha ridato fiducia in quell’arte antica della parola cantata che dà vita alla canzone e mi ha spinto a diventare finalmente anch’io un cantastorie. Ho deciso di recuperare il tempo perduto e con l’aiuto di molti amici ho realizzato questo disco. Insieme abbiamo cantato storie, sentimenti, favole che traggono la loro ispirazione nella memoria della civiltà contadina dell’Italia degli Appennini e ora affettuosamente te le affidiamo affinché anche tu possa aiutarci a farle continuare a vivere, lungo quelle strade speciali dove ancora viaggiano le storie cantate, al riparo del rischi dell’oblio”.

Ambrogio Sparagna
"Ambrogio Sparagna"

Finisterre - 2004
Nei negozi di dischi







Sei bambini in barca a remi

Leggo da Repubblica: "La Guardia Civil spagnola ha intercettato al largo dell'isola di Tarifa, nello Stretto di Gibilterra a sud della Spagna, un barcone a remi con a bordo 6 bambini, di cui 5 tra i 10 e gli 11 anni e uno più grande, di circa 15 anni. I ragazzi sono stati avvistati dai militari spagnoli ieri notte a 1,6 miglia a sud della costa e avevano alle spalle circa 10 chilometri percorsi a remi. Un viaggio difficile e pericoloso, che in alcuni tratti li ha costretti ad affrontare venti che raggiungevano forza 4."

Se questo fosse successo in Italia anche questi 6 bambini sarebbero stati respinti, in nome della nostra sicurezza, perché clandestini ? Forse si, pensiamoci...

martedì 15 settembre 2009

Faccia "tosta"

"Fini ricordi anche che delegare i magistrati a far giustizia politica è un rischio. Specialmente se le inchieste giudiziarie si basano sui teoremi. Perché oggi tocca al premier, domani potrebbe toccare al presidente della Camera. E' sufficiente - per dire - ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme". (Vittorio Feltri - Il Giornale)

Bisogna avere una gran faccia "tosta" per fare giornalismo e politica in questa maniera. Il giornale di Feltri e di Berlusconi sta pubblicando notizie inesistenti, inventate di sana pianta, le cui fonti sarebbero da ricercare in misteriosi archivi dei servizi segreti, non più con l'intento di screditare il proprio avversario politico (pratica già bieca e bipartisan) ma per minacciarlo in maniera diretta.
"Meglio non svegliare il can che dorme"...
la minaccia è scritta nero su bianco, qualsiasi voce contraria a quella del padrone verrà zittita, con le buone o con le cattive e siamo tutti avvertiti ! Ieri Boffo, ora Fini, domani... ?
Non ho mai creduto nei "girotondi" di Moretti ed ho dato sempre un giusto peso alle manifestazioni, ma adesso mi chiedo dove sia andato quello spirito di qualche anno fa, quella voglia di dire NO davanti ad una catastrofe morale così grande ed esplicita che oggi è evidente. Mi chiedo se sia già successa la catastrofe, mi chiedo se ci siamo già assuefatti a tutto questo. Mi ricordo adesso di aver letto da qualche parte che durante gli ultimi anni di fascismo, in Italia le chiese tornarono ad essere piene, piene di gente che aveva sofferto troppo o che troppo aveva fatto soffrire. Da ora in poi farò più attenzione tutte le volte che passerò davanti ad una chiesa, tutto sommato spero ancora che gli Italiani, in un modo o nell'altro, almeno si rendano conto di dove stanno andando.

sabato 12 settembre 2009

Intimisto - Litania



Intimisto
Mi rubi il tempo, mi rubi l'energia
Non ascolti il lamento, non ascolti il richiamo
Incrini il mio coraggio, vanifichi l'attesa
Le sere che ti aspetto, i pomeriggi che aspettano la sera
Mi rubi la mattina che mi sveglio da solo e non sta bene...
Distruggi le mie felicità perché sono da poco agli occhi tuoi...
Qualcuna la riempi, la gonfi a dismisura
E io devo lasciarla che stava bene silenziosa e sola
E gli occhi tuoi mi rubano la luce
Perché tu possa splendere nei miei
Allora non rimane niente e te ne vai
Allora non rimane niente e te ne vai
Consuma spento e lento il mio dolore consuma me.

venerdì 11 settembre 2009

Giovanni Lindo Ferretti & Ambrogio Sparagna - Litania

Giovanni Lindo Ferretti prima o poi un disco così lo doveva fare. Ce n’erano tutti i segnali nel suo percorso artistico. Un buon manipolo di canzoni che potremmo riduttivamente chiamare spirituali (tra cui Madre, Intimisto, Paxo de Jerusalem qui riprese); una sempre maggiore ieraticità nell’approccio al canto e nella postura sul palco – ritto, scarno, essenziale -; uno stile di scrittura a volte accostabile alle mistiche ripetizioni mantra o a certe giaculatorie popolari; una crescente attrazione verso l’espressività religiosa, cristiana e non (”Gobi” in “Tabula rasa elettrificata”, “Libera me Domine” e la splendida “Veni Creator Spiritus” nel live “Montesole”). Insomma un’operazione come Litania, di recupero e riproposizione del repertorio liturgico e tradizionale cattolico, Ferretti sembrava la stesse ricercando da tempo. L’incontro con Ambrogio Sparagna e la sua arte preziosa è stato allora fatale e ciò che ne è uscito – nonostante una certa difficoltà ai primi ascolti – è un disco imperdibile.

Litania, va detto, non è solamente recupero filologico. Basta ascoltare cosa premette con molta franchezza Ferretti in apertura dello spettacolo («quello a cui assisterete non è uno spettacolo, è una preghiera, nella nostra intenzione e spero anche nella vostra») e basta ascoltare il disco, non un revival serioso e sterile, ma un canto mistico di invocazione e lode – umano, emotivo e umanizzante – capace di trasmettersi nel profondo anche a chi non crede. Ciò avviene nell’impetuoso Magnificat iniziale, nella popolaresca Regina degliu cielo e nel Padre Nostro. Alcuni pezzi più problematici, come Intimisto ritoccata nella linea melodica ed ulteriormente esaltata dal quartetto vocale Vox Clara, diventano estatici canti di nudità, tormentati come non mai. L’avvicendarsi dei brani viene interrotto da alcune letture di preghiere (l’Ave Maria in bocca a Ferretti perde incredibilmente ogni vacuità retorica), uno stralcio dal vangelo apocrifo di Nicodemo e brani autografe dello stesso Ferretti (gli intensi componimenti Occitania e Lorica). La chiusura registra un riferimento a Davide quantomai dichiarativo dell’intento del progetto: “Davide, Re e Profeta, danzando piacque a Dio, non per la sua danza, ma per il sentimento che l’ispirava”. Raramente dei canti di preghiera tradizionali sono risultati, all’anima, tanto Vivi e Vicini.

(http://songwriters.wordpress.com/category/ferretti-lindo-giovanni/)

mercoledì 2 settembre 2009

RESISTERE, RESISTERE A TUTTI I FELTRI DEL MONDO

Riporto dal sito Piùvoce.net:

RESISTERE, RESISTERE A TUTTI I FELTRI DEL MONDO

Resistere, resistere, resistere.
Resistere alla tentazione di darla vinta a un giornalista dai metodi squadristici, che per difendere il suo padrone pensa sia sufficiente crocifiggere un collega, al motto “colpirne uno per educarne cento”.
Resistere alle sirene di chi vuol portare la divisione nel tuo campo, sociale e comunitario, in nome di presunte appartenenze e convenienze politiche.
Resistere ai tentativi di chi vuole ridurre tutta la vita, quella che ci è data e quella che ci resta, a uno squallido scambio: il silenzio in nome di concessioni che altro non sono – a ben guardare – che sacrosanti diritti.
Giusto tre motivi, buttati lì con nonchalance, per scacciare tutte le tentazioni di farci da parte. Loro ci hanno regalato questo bipolarismo, nel quale se critichi sei un nemico e se apprezzi sei un venduto. Un “regime” culturale in cui la libertà intellettuale è considerata merce fuori mercato. Roba da far impallidire Montesquieu, Toqueville e tutti i padri delle moderne Costituzioni. A proposito: dove sono finiti tutti i garantisti in servizio permanente effettivo?
A lorsignori la responsabilità di ripristinare la pratica democratica e garantire un futuro alla Repubblica, senza veleni e senza veline.

Domenico Delle Foglie

giovedì 6 agosto 2009

Una montagna

"Quando guardiamo una montagna che ci è familiare, certi istanti sono irripetibili. Basta una luce particolare, una data temperatura, il vento, la stagione. Potremmo vivere sette vite e non rivedere mai più la montagna come la stiamo vedendo in quel momento; il suo volto è specifico come uno sguardo fugace scambiato attorno al tavolo di colazione. Una montagna occupa sempre il medesimo posto, e la si può quasi considerare immortale, ma chi la conosce bene se che non si ripete mai. La sua è una scala temporale diversa dalla nostra. La montagna per un uomo è un tempo diverso." (John Berger)

giovedì 25 giugno 2009

Imparare il dialogo

Riporto dal sito del Movimento Ecclesiale Carmelitano un articolo di Lella Tommasini:
"L’incontro tra culture diverse è il nuovo cielo davanti a cui devono spalancarsi, volenti più che nolenti, la fantasia, la capacità intuitiva e il rigore di cui è capace la ragione umana, se vogliamo permettere all’umanità di continuare il suo viaggio.
La vera creatività nella quale dovremo sempre più avventurarci, noi e le generazioni post-duemila, dovrà esprimersi in nuove forme di convivenza sociale più che nell’invenzione di nuove astronavi Su questo punto abbiamo bisogno di nuove idee guida, perché le vecchie configurazioni sociali consolidate da precedenti esperienze storiche non tengono più, sono sempre più inadeguate nell’età della multicultura.

Ecco perché la pedagogista Maria Teresa Moscato spinge alla ricerca di “miti sociali” diversi da quelli che abbiamo impiegato fin qui per interpretare la socialità.
La figura dei Magi, i contemplatori della cometa che la tradizione cristiana fa convergere davanti alla culla di Betleem, può diventare allora, in modo particolarmente significativo, metafora dell’uomo contemporaneo nella società multiculturale.
Seguiamola su questa strada, perché c’è molto da imparare.

Come si può descrivere la vicenda dei Magi raccontata dal Vangelo di Marco e presente in diverse tradizioni letterarie e poetiche?
Provenivano da paesi diversi, ma hanno continuato il loro viaggio insieme, dopo essersi incontrati lungo il cammino che ciascuno aveva intrapreso per conto proprio. Il loro incontro divenne ben presto un dialogo, all’inizio incerto e segnato dalla diffidenza, poi sempre più lieto nella scoperta della meta comune, e infine riempito di energia nuova, grazie al reciproco riconoscimento.
Erano più d’uno e proseguirono insieme sulla stessa strada con lo stesso passo, mantenendo ciascuno la propria identità e recando doni diversi. Non si confusero nell’anonimato, non si distribuirono poteri e non si diedero una gerarchia.
Arrivarono da paesi diversi e tornarono, raggiunta la meta del loro viaggio, ai loro stessi paesi diversi. Per affrontare il viaggio attraversarono mondi stranieri e infine tornarono alle loro case dentro cui si ritrovarono, loro stessi necessariamente un po’ stranieri tra la loro gente, rimasta aggrappata alla tranquillità dei vecchi idoli, laddove essi tranquilli non furono mai più.
La cometa non svelò loro una meta predefinita, né spiegò perché intese condurli da qualche parte. Mostrò solo una direzione progressiva di cammino, a loro che si erano già messi per strada, non una terra promessa, né la liberazione da una schiavitù.
Essi infatti non erano degli schiavi, ma piuttosto dei “re”, dei “saggi” perfino ricchi.

“Con la passione di scienziati, filosofi, mistici…uomini desiderosi di risposte, stranieri affratellati da una comune passione per la Verità, che nel loro dialogo accadeva, prima ancora di essere scoperta o rivelata.” ( M. T. Moscato, Il viaggio come metafora pedagogica, La Scuola).
Il viaggio dei Magi prefigura dunque un’impresa collettiva che non elimina mai la responsabilità di una decisione individuale ed ha come condizione indispensabile la stima del punto di vista dell’altro e del dialogo. Quel dialogo che può già far accadere nei fatti la verità, prima ancora che la scopriamo con la ragione.
La tradizione occidentale ha prestato una modesta attenzione a questa straordinaria metafora, forse perché solo adesso possiamo vederne il senso profondo.
I Magi sono tre perché il loro viaggio è un’impresa collettiva.
Sono tre perché esprimono la differenza radicale di mondi culturali diversi.
Vengono da lontani paesi perché rivelano il valore del poter osservare la stessa cometa da punti di osservazione diversi.
Ognuno l’ha riconosciuta come “segno” a partire da interpretazioni culturali diverse.
Ognuno le ha dato un nome nella propria lingua.
Ma ciò che li rende straordinari è il fatto che non si sorpresero di non essere stati i soli a vederla, ma che “ si rallegrarono” di averla vista insieme, si raccontarono con interesse ciò che avevano compreso e infine decisero di proseguire il viaggio insieme.
“ I Magi rappresentano il modello mitico degli uomini del futuro dialogo interculturale; esprimono la proposta di una umanità che, superate molte diffidenze, mette a confronto le proprie interpretazioni e nel frattempo parla di sé, e si offre alla vista e alla percezione dell’Altro, e chiede e risponde, e si rallegra quando, al di là della temuta estraneità del diverso, ritrova frammenti di identiche scoperte, intuisce affinità di valori che sembravano inconciliabili.” (Ibidem).
L’incontrarsi nel corso del cammino e il giungere insieme alla meta sembra essere dunque l’elemento veramente importante della simbologia del viaggio dei Magi.

Ed ora tocca a noi. Dobbiamo essere disposti a lasciarci interrogare dai “segni” di inquietanti Comete. Dobbiamo riconoscere il nostro prossimo come soggetto di verità, almeno quanto noi stessi e apprezzarlo come un altro prezioso “osservatore di comete”, con un suo punto di vista che, per quanto poco favorevole possa sembrarci, contiene comunque una prospettiva, un’immagine della cometa, diversa dalla nostra.
I Magi oggi li possiamo facilmente incontrare in uno qualunque dei nostri paesi, qui e adesso, mentre sono intenti nei campi ai lavori più ingrati che più nessuno di noi vuole, in questura a cercare permessi di soggiorno talvolta troppo difficili da ottenere o ai margini della strada nel tentativo di venderci un accendino o un cd. Ma da qualche tempo possiamo incontrarli anche come medici o infermiere nei nostri ospedali, o come genitori dei compagni di classe dei nostri figli. Talvolta simpatici, altre antipatici. Talvolta rispettosi, altre arroganti. Non sono mai ricchi, parlano lingue sconosciute e chiamano Dio con tanti nomi.

“Il confronto interculturale, come il viaggio dei Magi, porta sempre con sé il rischio di una possibile morte delle antiche e tranquille certezze collettive; ma nelle complicate situazioni multiculturali e trans-culturali di oggi questo è il rischio minimo che ogni uomo adulto deve correre.” (Ibidem).
I vero dialogo interculturale è un compito alto, per persone in gamba, possibile soltanto ad adulti sufficientemente saldi nella propria identità. Chiede una condizione umana di autonomia e di maturità che rendano tollerabile l’ambiguità. Ecco perché molti uomini pseudo-adulti e pseudo-forti si dimostrano oggi, anche in forme volgari di violenza, del tutto incapaci del compito più interessante che ci attende. Difficile e pieno di problemi, come ogni compito importante.
Nessun cristiano saldo nella sua fede può temere lo scomodo e preziosissimo dialogo con tutti. ...
La vocazione dei Magi costituisce oggi la vocazione di ciascuno di noi."


(Dialoghi Carmelitani)

giovedì 21 maggio 2009

Mills ? Berlusconi non arriverà a giudizio anche se dovesse rinunciare all'immunità.

Riporto dal Corriere della Sera:

Il premier non rischia più anche senza immunità

Il suo processo avrebbe ben poche chances di approdare a sentenza prima della prescrizione


Volesse stupire con effetti speciali, Silvio Berlusconi potrebbe già far­lo: il coimputato del neocondan­nato per corruzione David Mills, cioè il premier suo ipotizzato cor­ruttore, può rinunciare anche subito e in ogni momento all’immunità garantita al pre­sidente del Consiglio dallo «scudo Alfano», prima legge votata in due giorni nel luglio 2008 dalla sua maggioranza parlamentare per impedire che le quattro più alte cariche dello Stato possano essere processate duran­te tutto il loro mandato.

Volesse invece guardarsi bene dall’azzarda­re il beau geste, tra qualche mese il premier potrebbe lo stesso dover mettere in conto di perdere l’immunità temporanea, nel caso in cui a fine anno la Consulta, che già stroncò nel 2004 la prima versione dello scudo per le alte cariche (legge Schifani), ritenesse inco­stituzionale anche la legge Alfano, e rimettes­se così in moto il processo a Berlusconi so­speso dal 4 ottobre scorso.

Ma in entrambi i casi, e a prescindere dal­la sorte di merito della sua imputazione, Ber­lusconi sa bene di non dover temere alcuna concreta conseguenza giudiziaria. Perché la legge Alfano, combinata alle regole sulle in­compatibilità dei magistrati, indirettamente gli propizia già la doppietta più preziosa: lo libera della giudice Gandus, tacciata di pre­giudizio ideologico e invano «ricusata» di fronte a Appello e Cassazione che hanno sem­pre dato torto al premier, e gli assicura il riav­vio quasi da zero del suo processo, destinato a ricominciare con ben poche chances di ap­prodare a sentenza prima della prescrizione. Il 4 ottobre 2008, infatti, nel sottoporre al­la Consulta la costituzionalità della sospen­sione automatica del giudizio sul premier imposta dalla legge Alfano, i giudici Gan­dus- Dorigo-Caccialanza avevano separato e «congelato» il processo a Berlusconi (con prescrizione sospesa), proseguendo la fase finale del dibattimento e andando a senten­za il 17 febbraio scorso per il solo coimputa­to Mills.

Ma in questo modo, nel condannare l’avvo­cato inglese a 4 anni e mezzo, i tre giudici hanno già espresso un convincimento sulla medesima corruzione imputata a Berlusconi nello schema corrotto-corruttore, e sono per­ciò diventati per legge tecnicamente «incom­patibili » a poter giudicare il coimputato pre­mier quando il suo processo dovesse riparti­re o per rinuncia di Berlusconi all’immunità, o per bocciatura della legge Alfano da parte della Consulta, o per lo scadere del mandato istituzionale del premier.

Se e quando Berlusconi per scelta o per forza cesserà di essere «immune», il suo pro­cesso dovrà dunque essere celebrato da tre nuovi giudici. Ma se davanti ad essi varranno (seppure dopo chilometrica lettura in aula) le prove già assunte nel dibattimento finché gli avvocati del premier vi partecipavano, la difesa avrà sempre il diritto di ottenere che di fronte ai nuovi giudici vengano richiamati a deporre tutti i testimoni, che in questo ca­so sono stati 22 in 47 udienze lungo quasi 2 anni, con 9 estenuanti rogatorie all’estero. Il che rende improbabile che il processo, quan­d’anche prima o poi riparta, faccia in tempo ad arrivare alla fine.

Nel momento in cui ripartiranno, infatti, le udienze ricominceranno anche a consuma­re la residua frazione di tempo che manca al­la prescrizione del reato collocato nel febbra­io 2000 (ridotta dalla legge Cirielli da 15 a 10 anni): resterà ancora circa un anno, lasso che ben difficilmente lascerà al processo il tem­po di approdare almeno alla sentenza di pri­mo grado, e che di certo non lo farà mai arri­vare in Appello e Cassazione.

Luigi Ferrarella
20 maggio 2009

lunedì 4 maggio 2009

Da dove attingi la voce ?

Dobbiamo essere attenti
a che ci sia corrispondenza tra voce e spirito,
a che il nostro spirito sia ben presente
a ciò che dice la voce.
Da dove attingi la voce,
perché l'animo vi si accordi ?

mercoledì 29 aprile 2009


"La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori."
Alda Merini

domenica 26 aprile 2009

Per Grazia Ricevuta - Cronaca Montana



"Questo è un buon rifugio in campo aspro, scosceso
eroso ed addolcito d’acqua e vento
bastione naturale in prospettiva ariosa.
Terra di passo, di sella, di slitta, mal s’addice alla fretta,
sa che tutto passa e tutto lascia traccia.
....
- certo le circostanze non sono favorevoli
- e quando mai?
- bisognerebbe … bisognerebbe, niente
- bisogna quello che è. Bisogna il presente."

mercoledì 15 aprile 2009

Quando ci si sente fortunati

Mi ritengo fortunato ad abitare nel centro Italia, qui gli eccessi del nostro "bel paese" si stemperano e si bilanciano senza creare eccessivi scompensi o estremismi. Mi ritengo fortunato perché non esiste una questione "del centro Italia" paragonabile a quella del sud e men che mai nessuno si sognerebbe di osannarci come una locomotiva industriale. Addirittura in casi come quelli della riforma scolastica del Ministro Gelmini sono felice anche di essere Fiorentino.
Perché ?
Perché è dai tempi degli Etruschi che noi non crediamo ai ciarlatani, a chi sorride sempre e promette di risolverci tutti i nostri problemi senza che si debba far troppa fatica.
Inoltre se un governo, dopo averci promesso di tutto e di più, continuasse a portarci via posti di lavoro e risorse in maniera quasi sfacciata, non dico che faremmo chi sa cosa...ma se non altro non lo voteremmo più.
Mi domando quando si sveglierà il sud, dove da sempre alle elezioni vincono sempre i soliti, perché leggendo i giornali, economici e non, ci si rende conto che la situazione per loro non è per niente rosea.

Riporto da Repubblica:

"Assunzioni al Nord ed esuberi al Sud. Comincia a delinearsi in maniera abbastanza chiara l'impatto dei tagli agli organici della scuola voluta la scorsa estate dalla coppia Tremonti-Gelmini. Nelle regioni meridionali, complice - ma non troppo - il calo degli alunni, le pochissime classi a tempo pieno alla primaria e edifici scolastici più "sgarrupati" che altrove, salteranno quasi tutte le supplenze annuali conferite quest'anno e parecchi docenti di ruolo saranno costretti al cosiddetto esubero (sovrannumero). Una situazione che rischia di diventare esplosiva, al limite dell'emergenza sociale, perché al Sud le opportunità di lavoro si assottigliano giorno per giorno e il canale della scuola costituisce uno sbocco naturale per migliaia di laureati e diplomati.
Nelle otto regioni meridionali per effetto del taglio di 42 mila posti deliberato dal governo salteranno 20 mila cattedre. I pensionamenti sono poco più di 13 mila e 4 mila sono le cattedre attualmente vacanti. Risultato: precariato azzerato e circa 700 esuberi. Cioè, altrettanti insegnanti di ruolo che si ritroveranno dal prossimo settembre senza cattedra. Per loro si apre un periodo di incertezza: dovranno cercarsi un posto in un'altra scuola o nel frattempo si riuscirà a trovare una soluzione meno traumatica? Il rischio per i malcapitati è di doversi spostare a decine di chilometri di distanza dalla scuola di attuale servizio."

mercoledì 25 marzo 2009

L'evidente follia

Riporto dal Blog "La settima balza":

Non ha fatto nemmeno in tempo ad atterrare in Camerun, che Benedetto ha già scatenato un putiferio di proporzioni mondiali. Ben gli sta ! Come si può pretendere di dare lezioni di morale in una intervista lampo su un aeroplano? D'altro canto, fatico a comprendere tutto questo stupore globale. In fin dei conti, Benedetto non ha fatto altro che ribadire la dottrina cattolica sul tema, che è la stessa da almeno 5 pontificati.

Premesso questo, vorrei fare due commenti.
1) Le critiche al Papa sono buon senso allo stato puro. Ragionevolezza al cubo. Chi, però, si sia preso la briga di sfogliare il vangelo, di buon senso ne avrà trovato molto poco, anche in campo morale. Gesù è uno che invita a voler bene a chi ti bastona, a dare anche le mutande a chi ti ha rubato i vestiti, a perdonare sempre e comunque a prescindere, fino all'ordine reiterato di comportarsi come si comporta Dio. Beh, l'asticella è davvero posta troppo in alto. Dio chi crede che siamo? Gli ebrei dell'epoca, che erano gente molto ragionevole, infatti, a Gesù dicono papale papale: "Tu hai un demonio!".

Benedetto cerca di non essere da meno di cotanto predecessore. E fa bene. Fa bene a ricordare che l'uomo è fatto per qualche cosa di più di una sessualità pret-a-porter, in cui il preservativo funge da passepartout. Quello che Bendetto crede è che l'uomo sia fatto per qualcosa di molto più grande della semplice soddisfazione del proprio piacere. Il Papa, e con lui tutta la Chiesa, crede che il sesso sia il sacramento di un amore ostinato e fedele, in cui l'intimità fisica sia la celebrazione di un'intimità di vita e di spirito.

Decisamente troppo. Infatti pure io me ne sto bene alla larga da un amore così.

2) Nonostante l'evidente follia della proposta di vita cristiana, è possibile che le parole del Papa siano più realistiche e fedeli alla realtà dell'uomo, anche in relazione alla lotta all'aids, di quanto i commenti degli opinionisti di mezzo mondo lascino pensare.

E' un fatto che tutte le "politiche del preservativo" in Africa siano fallite. Spedire vagonate di condom, come pare abbia fatto Zapatero, non è che una buffonata umilante per spagnoli e africani. E' anche un fatto che il contagio di HIV sia stato contenuto tra quelle popolazioni in cui la sessualità è rimasta regolata dalle tradizioni tribali e non è stata inghiottita dal disfacimento che la società africana ha subito dai tempi della tratta coloniale in poi. Vuoi, quindi, che alla fine dei conti, non abbia ragione lo sragionato Benedetto, che la soluzione stia nella ricostruzione di un tessuto sociale ordinato, e che distribuire a pioggia profilattici non aiuti proprio?

3) E per non farci mancare nulla, ecco cosa ha detto Benedetto (via Luigi Accattoli):

Ecco le parole del papa in aereo in risposta alla domanda del collega Philippe Visseyrias di France 2 (”Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema durante il viaggio?”):

“Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Mi ricorda il P.D. ...

"Sai cos'è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta." (Alessandro Baricco - Oceano Mare)

sabato 7 febbraio 2009

"Non esiste una sola idea importante
di cui la stupidità non abbia saputo servirsi,
essa è pronta e versatile e può indossare 
tutti i vestiti della verità.
La verità ha invece un abito solo e una sola strada,
ed è sempre in svantaggio.
(Robert Musil)

venerdì 6 febbraio 2009

Elunana: quella tosse che squassa le prime coscienze.

Cito da Avvenire:
Quella tosse squassa le prime coscienze
Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante. Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silen­zi diversi. Vicini, terribilmente vicini. Si so­no incontrati così, Eluana e il dottor Ama­to De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fat­to intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’a­nima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna? Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita tra­sportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni. Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e de­gli odori sempre uguali e rassicuranti, del­la carezza frequente di una suora? Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiotti­to Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, tacitur­no con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allon­tana pedalando sulla bicicletta per le stra­de di Udine.

«Eluana è morta diciassette anni fa», ave­va detto in quell’alba di martedì scorso, la­sciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva de­vastato, lui, medico anestesista e rianima­tore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà me­glio – si dice il medico – ma così non è, per­ché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?

Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuo­te, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sape­vano sempre cosa fare? Perché non accor­re chi immediatamente compiva quel pic­colo gesto che dava sollievo? Eluana tossi­sce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richie­sta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto. Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per far­la morire, che ne sanno ora dei piccoli ge­sti che sono propri di una vita, di quella vita? Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pe­sta i piedi? Dovevano essere devastati an­che loro, l’altra notte, se alla fine si deci­dono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico cu­rante di Eluana: come facevate a farla sta­re bene?

Il dottore deve aver provato a spie­gare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incu­bo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porte­ranno ad amarla... Ma questo nel proto­collo non sta scritto e nessuno lo può in­segnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti. Inutile invece chiedere conferme alla cli­nica di Lecco: medici e suore hanno giu­rato silenzio e quella è gente che ha una so­la parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze.
Lucia Bellaspiga

giovedì 5 febbraio 2009

Che schifo...

Leggo adesso che:
- I medici potranno denunciare gli immigrati clandestini che si recano da loro per essere curati.
- Gli enti locali potranno avvalersi di "associazioni di cittadini volontari" per la segnalazione di «eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero di situazioni di disagio sociale agli organi di polizia locale e alle forze di polizia». Queste ronde dovranno essere armate.
Grazie ai nostri lungimiranti politici, evidentemente a digiuno di ogni concetto di dignità umana, avremo ammalati che non andranno a farsi curare per paura di essere denunciati mettendo a repentaglio la propria salute e quella di tutti.
Inoltre con la legalizzazione delle "ronde cittadine" sapremo dove andare a cercare molti di quei ragazzi che per noia si divertono a picchiare o bruciare extracomunitari. Comodo no ?
A breve mi aspetto che venga ammainata la bandiera tricolore a favore di quella uncinata.
Povera Italia...

sabato 17 gennaio 2009

Il pane di ieri è buono domani

Norberto Bobbio, di poco più anziano di mio padre e originario di una terra prossima alla mia, nel suo De Senectute ricorda tre di questi "detti" lapidari... 
Il primo - Fa' el to duvèr, cherpa ma va' avanti! - è una sorta di traduzione popolare dell'imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell'etica individuale. Ognuno nella sua vita è chiamato a fare qualcosa, e quel qualcosa lo deve fare, è il suo dovere assoluto: esiste per ciascuno un compito che, per duro che sia, va svolto senza indugio, c'è un fine che va perseguito senza distrazioni. Elogio del dovere, dunque, posto sotto la legge della perseveranza: "fino a crepare". 
Cosa resta oggi, anche in Monferrato, di questo primo comando ?
Oggi in cui tutto è a breve durata, tutto "in prova", tutto senza memoria; oggi in cui ogni scelta è rimandata e, non appena presa, è revocabile alla prima difficoltà; oggi in cui non si ha nemmeno la percezione che esista un "dover essere e fare" per ciascuno. ... Era una questione di fedeltà, senza la quale non vi poteva essere onestà né sul lavoro né nei rapporti.
Ist l'è el to duvèr !  - questo è il tuo dovere ! - la frase chiudeva ogni discussione. ... Quest' obbligo morale diventava la spina dorsale dell'uomo monferrino e la vita stessa era letta come un dovere, un mestiere faticoso: "il mestiere di vivere", come aveva ben capito il langarolo Pavese." 
(Il pane di ieri - Enzo Bianchi) 

sabato 3 gennaio 2009

Il lampione

"Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animali che sono in terra
de le fatiche loro; e io sol uno..."

Gli "animali" non sono gli animali, ma gli esseri viventi, coloro che hanno un anima. Questa sequenza di endecasillabi perfetti sta a significare che s'era fatta sere e che tutti andavano a dormire tranne uno...
"E' come la storiella dell'uomo che cerca una chiave per terra, sotto un lampione. Passa uno e gli chiede: 
- Che fai ?
- Cerco la chiave.
- Ma l'hai persa lì ?
- No, l'ho persa laggiù.
- E allora perché la cerchi lì ?
- Perché qui c'è luce e ci si vede.
Sembra una bischerata, invece è un'antica storiella ebraica. Vuol dire che quando si è persa la chiave - e siamo davanti ad un simbolo: la chiave rappresenta qualcosa dentro di noi che si è perduto - inutile stare nel presente, dove c'è la luce.
Bisogna avere il coraggio di addentrarsi nel buio interiore, come Dante fa e come ci spinge a fare. Dice: "Guardate come siete fatti, e troverete tutte le chiavi del mondo. Se rimarrete sotto il lampione solo perché lì ce luce, non troverete nulla."
(Il mio Dante - Roberto Benigni)


martedì 16 dicembre 2008

Ogni cosa è illuminata


"I ricordi non servono per non dimenticare, ciò che viene seppellito non è perché noi lo troviamo ma perché lui venga trovato"


venerdì 5 dicembre 2008

Trovarsi d'accordo non sempre significa condividere una ragione, la cosa più abituale è che un gruppo di persone si riuniscano all'ombra di una opinione come se fosse un parapioggia.
(José Saramago - L'uomo duplicato)

lunedì 1 dicembre 2008

In altri luoghi















Seno di bosco discende
al ritmo di montuose fiumare.
Questo ritmo mi rivela Te,
il Verbo Primordiale.
Com’è stupendo il Tuo silenzio
in tutto ciò che da ogni dove propaga
un mondo reale…
che assieme al seno di bosco
scende giù da ogni versante…
tutto ciò con sé trascina
l’argentata cascata del torrente,
che dal monte cade ritmato,
- dove trasportato ?
Che hai detto torrente di monte ?
In che luogo t’incontri con me ?
Che me che sono altresì perituro
come te siffatto…
Ma cosiffatto come te ?
(Di fermarmi qui, acconsenti –
consentimi di fermarmi al varco,
ecco uno di quei semplici portenti.)
Non si stupisce una fiumara scendente
e silenziosamente discendono i boschi
al ritmo del torrente
- però un umano si meraviglia.
Il varco che un mondo trapassa attraverso
l’uomo
è dello stupore la soglia,
(una volta questo portento
fu nominato “Adamo”)
Ed era solo, col suo stupore,
tra le creature senza meraviglia
- per le quali esistere e trascorrere era
sufficiente.
L’uomo con loro, scorreva
sull’onda dello stupore !
Meravigliandosi, sempre emergeva
dal maroso che lo trasportava,
come per dire a tutto il mondo:
“Fermati ! – in me hai un porto,
in me c’è quel luogo d’incontro
col Primordiale Verbo” –
“fermati questo trapasso ha un senso,
ha un senso…ha un senso… ha un senso !”.

domenica 16 novembre 2008

"Italia" è un nome alloctono

"Si è svegliato il maestrale, la punta d'Italia sembra navigare controvento verso nord-ovest.
L' Etna è ora color prugna, un dio vicinissimo. Forse venne da li il nome di questo sciagurato e benedetto paese. Quando videro il gigante di fuoco, i naviganti fenici lo battezzarono "Isola della montagna divina", che in ebraico - lingua affine al fenicio - fa "Yi Tel Yah".
E' l'ora in cui il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, forma un fiume che spumeggia nello Ionio.
La corrente è tale che ogni tanto strappa dal fondo pesci mostruosi per abbandonarli sulla battigia.
Passa una vela al largo. Ha la stessa velocità delle schiume.
E sembra ferma."
(La leggenda dei monti naviganti - Paolo Rumitz)

sabato 15 novembre 2008

Colazione...

Giusto per ricordare





«Ho accettato la malattia in ginocchio». Il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le sue amiche carmelitane

Di Gigio Rancilio

«Sai, sono diventata un po' carmelitana. Merito di santa Teresa d'Avila e di Edith Stein». Giuni Russo, morta l'altra notte a 53 anni (li aveva compiuti il 10 settembre), parlava con amore del suo cammino spirituale iniziato negli anni Novanta, «dopo un lungo peregrinare tra Ermete Trismegisto, Steiner e la teosofia». Nel mondo della musica si era fatta la fama di dura e scontrosa, ma in realtà era solo esigente. Con se stessa, prima che con gli altri. Sapeva che la vita era un dono. E non voleva sprecarla. Soprattutto da quando, cinque anni fa, aveva scoperto di avere un cancro. «Ho già fatto tre operazioni. Mi avevano detto che non avrei superato il 2002».
Il 10 aprile scorso, attraverso Avvenire Giuni scelse di rendere pubblica la sua lotta. «Non mi interessa più nascondermi. A Sanremo, l'anno scorso, l'ho fatto perché sarebbe stato amorale partecipare alla gara "da malata"». Guardandola negli occhi vedevi una donna in pace. Era impossibile non chiederle come faceva ad essere così serena. «Ho fatto pace col mio male. Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto e litigato col Crocifisso. Alla fine, però, ho accettato la malattia. In ginocchio».
Mentre parlava, a volte, la sua voce si incrinava un po'. Ma il suo cruccio era un'altra malattia. «I discografici ormai vogliono solo le canzonette. Ma io sono disposta a fare la fame per non cedere a compromessi. Non ho marito né figli. Vivo con poco. Così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere un'artista libera». Così libera da rifiutare all'inizio di incidere Un'estate al mare, che diventò invece il suo successo più grande: «Quando il mio amico Franco Battiato me la propose mi arrabbiai perché avevo appena finito di incidere un album folle e libero come Energie. Poi, dopo averla ascoltata bene, accettai. È rimasta in hit parade sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato. Per qualcuno sono stata molto ingenua. Sicuramente sono stata lib era». Ecco: Giusi Romeo, in arte Giuni Russo, in fondo voleva solo questo: essere un'artista libera in un mondo sempre più omologato. Facile da dirsi. Durissimo da farsi. «Avevo anche pensato di ritirarmi. È stata la mia guida spirituale a convincermi a non lasciare tutto. Mi disse: "Non puoi smettere di cantare, hai avuto un dono meraviglioso e hai il dovere di non soffocarlo». Solo l'acuirsi della malattia, negli ultimi mesi, l'ha costretta a venir meno al «suo dovere», cancellando alcune esibizioni. «Il sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla morte».
Le sue monachelle, come amava chiamarle, l'hanno seguita fino alla fine. Esaudendo il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le Carmelitane Scalze, al cimitero Maggiore di Milano. I funerali di Giuni si terranno oggi alle 14.45 al monastero delle Carmelitane Scalze, in via Marcantonio Colonna. Il suo amico Franco Battiato non ci sarà. È all'estero per una tournée. Ieri sera le ha dedicato un concerto.

giovedì 13 novembre 2008

Ma servirà a qualcosa tutto questo parlare ?













In coro con me cantante:
Sapere, nulla sappiamo.
Arcano, il mare da cui veniamo.
Ignoto il mare in cui finiremo.
Posto tra i due misteri
è il grave enigma: tre
casse che chiuse una perduta chiave.
La luce nulla illumina,
il sapiente nulla insegna.
La parola dice qualcosa ?
L'acqua, alla pietra, dice qualcosa ?
(Antonio Machado - da "Trafitture di tenerezza, Guido Ceronetti)

venerdì 31 ottobre 2008

C'è molto da fare

" Ho scritto sull’invito “C’è molto da fare”.
...penso alle mura di Solimano a Gerusalemme o alle mura inespugnabili di Carcassonne.
Una volta dunque, quelle mura circondavano le città, le difendevano. Oggi, ci suggerisce con una grande espressione lo scrittore israeliano Amos Oz, le mura non circondano più le città, semmai le attraversano.
Mura più infide perché non fatte di pietre, mura invisibili. Dividono le aspettative delle persone, le loro condizioni, le loro opportunità. Ed impediscono ad una città di essere una comunità solidale.
Per fare diventare una città una “comunità” occorre una vera e propria welfare community, dove le risorse del pubblico si integrano con la società civile, le associazioni, i volontari, e creano una rete capace di fornire risposte personali, che risponde ad un principio di sussidiarietà.
Non è una sfida facile ma Firenze è fra le poche città in Italia che ha nel suo tessuto le capacità e le risorse per farcela.
La risorsa per eccellenza della nostra comunità è la sua straordinaria cultura. "
(Lapo Pistelli - Teatro Puccini 3 Ottobre 2008)

Domenica 23 Novembre dalle ore 18.00 alle ore 20.00, in luogo da definire,l'onorevole Lapo Pistelli, candidato per le primarie a sindaco di Firenze del P.D., incontrerà i giovani attivi nel mondo del volontariato e dell'associazionismo.
Sarà un' occasione per poter discutere "faccia a faccia" con il candidato sui problemi e le potenzialità del mondo del volontariato a Firenze in maniera diretta e concreta.
Se interessati scrivere a: molto_da_fare@live.it


giovedì 23 ottobre 2008

Gli appetiti dell'uomo - Parte prima:

Riporto dal sito www.lapopistelli.it :

In certi giorni, rari, un commento affogato nelle 50 pagine di uno dei 50 quotidiani ti accende una luce e ti fa dire “allora non sono il solo matto a pensarlo” e ti regala una speranza in più di impegno. Per chi mi conosce da anni, la mia passione per il Michele Serra serio non è una novità. Per altri, spero che sia una piacevole scoperta.
Buona lettura.
Lapo

LA CRISI FINANZIARIA E I SOGNI SCONFITTI

Michele Serra, la Repubblica 22 ottobre 2008

In questi giorni straniti e ansiogeni, moltissimo si è letto e imparato sulle ragioni tecniche della catastrofe finanziaria globale. Assai meno sulle sue ragioni sociali e antropologiche, che un luminoso intervento del sociologo Zygmunt Bauman (Repubblica di qualche giorno fa) fa risalire, in sintesi, alla fine del desiderio: e cioè, attraverso il doping del credito illimitato, alla trasformazione di ogni desiderio materiale in diritto, da ottenere a qualunque costo. Il diritto di avere tutto e subito, e non si sa se sia stato il neocapitalismo a parodiare il vecchio slogan estremista oppure viceversa… (è malizioso chiedersi se qualche giovane pescecane della finanza abbia fatto il Settantasette?).
Ora, sarebbe insano che un rialzo di Borsa, per quanto vigoroso, bastasse a dimenticare che il motore fondamentale del tracollo, a monte di responsabilità truffaldine odi forzature patologiche, è stato il way of life, lo stile di vita delle società occidentali e specialmente degli americani. Se ancora non ci si capacita che davvero esiste un limite (non morale: materiale) agli appetiti umani, alla rincorsa nevrotica a un companatico tanto ingente da far collassare anche il pane, forse è il caso di rileggersi Pinocchio. Laddove, nell’agguato finanziario teso dal Gatto e la Volpe (oggi sarebbero: Gatto & Volpe), il gioco si regge sulla credulità sconfinata di Pinocchio, che affida i suoi tre zecchini residui a chi gli promette di moltiplicarli a dismisura seminandoli nel Campo dei Miracoli, limitrofo al paese di Acchiappacitrulli. La notte precedente la truffa, il burattino sogna piantagioni di alberi che grondano monete d’oro, come promessogli dai suoi due consulenti d’affari.
Il moralismo ficcante e a volte atroce di Collodi si fonda su un buon senso radicatissimo fino a un paio di generazioni fa. Per molti dei nostri padri, bisognava spendere solo quello che si aveva in tasca, e anche fare un mutuo per la casa, pure se garantito dal proprio sudore futuro, aveva qualcosa di losco e di avventato. Per noi contemporanei il credito ha avuto, per contro, anche un’evidente funzione democratica: concedeva anche a chi partiva senza risorse una chance in più per comperare casa, per accedere al benessere, per migliorare il proprio status. E dunque, dio ci guardi dalla tentazione di rimpiangere un mondo nel quale partenza e traguardo spesso coincidevano, in ragione di una divisione di classe, e di una rigidità sociale, infinitamente maggiori di adesso.
Il problema, alla luce dei recenti sconquassi, non è dunque maledire le ambizioni individuali. E’ domandarsi se queste ambizioni, nel vertiginoso moltiplicarsi dei bisogni e dunque dei debiti, sono ancora oggetto di discernimento da parte di chi ambisce. Se cioè esista una graduatoria logica dei bisogni, un’igiene dell’avere, secondo la quale la prima casa per esempio merita il sacrificio di un mutuo, ma le vacanze di lusso (che gli analisti indicano come una delle tante ragioni del mostruoso indebitamento americano) invece no. Perché un conto è il decoro sociale, altro conto è l’imitazione ottusa e servile di modelli patinati.
Che cosa ci serve per vivere bene? Ce lo domandiamo ancora? Siamo padroni dei nostri bisogni o ne siamo vittime? Non era forse questa la domanda modernissima, come si vede che la sinistra voleva e doveva porsi una volta accertato che la società di mercato è comunque più vivibile e libera, più speranzosa e dinamica? E soprattutto, di quale smodato potere abbiamo investito i nostri tutori politici, istituzionali, finanziari, chevavrebbero avuto il compito di tenere sotto stretto controllo il rapporto tra lavoro e denaro, tra economia materiale e giochi speculativi, insomma tra realtà e ossessione, e invece quasi ovunque si sono trasformati in suadenti suggeritori di sogni, complici di Gatto & Volpe e in molti casi Gatto & Volpe essi stessi, predicatori di sviluppi illimitati, di consumi infiniti, di godurie obbligatorie? Non è precisamente il Paese dei Balocchi quello in cui non solamente la pubblicità, ma anche i governanti (di destra e di sinistra) con entrambi gli occhi fissi sul Pil e zero sguardo su tutto il resto, ci hanno fatto credere di vivere, purtroppo contando sulla resa incondizionata del nostro spirito critico?
La grande prevalenza di spiegazioni tecniche, nel corso di questa crisi, fa capire meglio di ogni altra considerazione che cosa significhi pensiero unico. Significa che nessun dubbio strutturale, nessuna domanda radicale ha più spazio nel nostro mondo, al di fuori del catastrofismo gongolante di chi spera nel tracollo mondiale per poter dire avevo ragione io, o peggio per riproporre le vecchie ingessature del collettivismo di regime. Rifare ordine nei bisogni, nelle priorità, nei consumi, appare quasi impossibile nel caos allucinato di una civiltà che ha seriamente rischiato di esplodere perché un impiegato voleva fare le stesse vacanze, guidare la stessa automobile, indossare gli stessi abiti del suo padrone. Un’apparente pulsione democratica che nasconde nella pancia il veleno tremendo del conformismo, dell’appiattimento sociale e culturale, perché quanto a collettivismo sarebbe ora di accorgerci che non teme rivali un mondo nel quale tutti ambiscono a fare la stessa identica vita.
Se centinaia di milioni di persone hanno fatto lo stesso medesimo errore, indotte da persuasori molteplici (pubblicità, televisione, banche, politici) a sognare lo stesso sogno, non è forse il segno di un’epoca monocorde, morbidamente totalitaria (vedi il bel saggio di Raffaele Simone “Il mostro mite”), che declassa le differenze a devianze, che diffida non più della povertà, ma della sobrietà come di una debolezza sovversiva? Se la sinistra volesse ripartire da qui, da questo fermo-immagine di una società terrorizzata dalla propria stessa ingordigia, prigioniera dei sogni piuttosto che libera dai bisogni, e riuscisse a dire un paio di cose convincenti sulla differenza tra l’agio e l’avidità, tra la soddisfazione e la crapula, tra il limite e la smodatezza, forse riuscirebbe in tempi brevi a ripartire davvero, dall’oggi e non più dallo ieri, con un vocabolario rinnovato, uno sguardo più limpido e vivace, e la voglia di tornare a capire che dentro una ricchezza simulata c’è molta più simulazione che ricchezza. Molta più angoscia che serenità. Molta più sconfitta che vittoria

mercoledì 8 ottobre 2008

Dieci consigli per il risparmio garantito

1. I conti bancari sono garantiti?
Sì: il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) garantisce i conti bancari fino a 103.291,38 euro per depositario. La somma riguarda ciascun cliente e, se si hanno conti su più banche, ciascuna banca. Il limite invece resta a 103mila euro totali se si hanno più conti nella stessa banca. Per i conti contestati, la garanzia vale per ciascun cointestatario: se moglie e marito hanno un conto in comune la garanzia sale a oltre 206mila euro.
2. Queste garanzie valgono anche per i conti online?
Che siano online o in una filiale bancaria, i conti correnti presentano le stesse garanzie: fino a 103.291,38 euro per depositario, nelle stesse forme e modalità valide per i conti correnti "tradizionali".
3. La garanzia dei conti correnti bancari si estende anche a eventuali conti correnti cifrati?
I conti correnti cifrati sono garantiti alla stessa stregua degli altri, purché il titolare dimostri, documenti alla mano, di esserne il legittimo proprietario.
4. E i libretti postali?
I libretti postali sono garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni controllata per il 70% dallo Stato attraverso il Tesoro e per la restante parte da fondazioni, soprattutto bancarie. Il loro livello di garanzia è dunque del tutto assimilabile a quello offerto dai titoli di Stato italiani.
5. Gli assegni circolari sono sicuri?
Sì, anch'essi sono garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi per gli stessi ammontari indicati per il conto corrente bancario. Ogni istituto che emette gli assegni circolari deve depositare una cauzione presso la Banca centrale proporzionata all'ammontare dei titoli emessi.
6. Posso stare tranquillo per i miei certificati di deposito?
Certo, il Fondo interbancario di tutela dei depositi garantisce anche quelli ma solo se nominativi, non al portatore, per gli stessi controvalori indicati per i conti correnti bancari.
7. Chi garantisce il conto titoli?
Questo strumento è simile a una cassetta di sicurezza: custodisce azioni, bond e altri strumenti di investimento di proprietà del risparmiatore. È quindi separato dal patrimonio della banca: in caso di liquidazione di questa, i titoli verrebbero riconsegnati al risparmiatore.
8. Sono sicuri i titoli di Stato?
È lo Stato che garantisce i Buoni ordinari del Tesoro e gli altri titoli pubblici come CTz, CcT o BTp e si impegna a restituire a chi li sottoscrive, a scadenze prestabilite, la somma investita oltre a un interesse che varia in base alle condizioni del titolo e alle oscillazioni del mercato.
9. Qual è la situazione per i fondi comuni?
I fondi comuni, così come la loro versione quotata – gli Etf –, sono organismi di investimento collettivo del risparmio, prodotti da società di gestione del risparmio (Sgr) spesso controllate da istituti di credito ma autonome. Gli attivi sono custoditi da una banca depositaria. In caso di liquidazione della banca i patrimoni dei fondi comuni e degli Etf non sono interessati dalla liquidazione ma restano di proprietà del risparmiatore e gli vengono restituiti. Ovviamente l'andamento del mercato influenza il valore delle quote, che può salire o scendere.
10. E per i fondi pensione?
Come i fondi comuni, anche i fondi pensione hanno un patrimonio separato da quello delle società che li gestiscono e quindi non sono coinvolti da una liquidazione di queste. Come per i fondi, però, il valore delle quote varia in funzione dei mercati.

lunedì 6 ottobre 2008

E finalmente anche un po di cultura...

(oggi mi è presa male)

La dama con l'ermellino

La dama con l'ermellino è un dipinto ad olio su tavola di cm 54,8 x 40,3 realizzato tra il 1488 ed il 1490 dal pittore Leonardo da Vinci, nel periodo milanese. La donna ritratta si pensa sia Cecilia Gallerani.

Lo schema del ritratto quattrocentesco, a mezzo busto a 3/4, viene superato da Leonardo che concepisce una figura che accenna una lieve rotazione nello spazio. La figura emerge dall'oscurità del fondo grazie al calibrato gioco di luce e d'ombre

Vi è corrispondenza tra il punto di vista di Cecilia e dell'ermellino; l'animale infatti sembra identificarsi con la fanciulla, per una sottile comunanza di tratti . In particolare, gli sguardi dei due sono intensi e allo stesso tempo candidi,

La dama volge il capo come se stesse per rivolgersi a qualcuno che sta sopraggiungendo nella stanza ed al tempo stesso ha l'imperturbabilità solenne di un'antica statua.
Un impercettibile sorriso aleggia sulla labbra di Cecilia: per esprimere un sentimento Leonardo preferiva accennare alle emozioni piuttosto che renderle esplicite.
Le lunghe, eleganti dita di Cecilia che accarezzano l'animale testimoniano la sua delicatezza e la sua grazia L'ermellino è dipinto con precisione e vivacità. Per il suo pelo bianco, l'animale era considerato simbolo di purezza.

Dall'analisi ai raggi X emerge che dietro la spalla sinistra della dama era anticamente dipinta una finestra;

Il significato dell'ermellino

L'ermellino sottintendeva una sottile sciarada intellettuale perché in greco si chiama galere, quindi richiama il nome Gallerani. Inoltre nei bestiari medievali l'ermellino rappresentava alcune virtù, tra cui l'equilibrio e la pacatezza; in uno di questi, "il Fiore di Virtù", l'ermellino è infatti citato come emblema di moderazione. Leonardo, che lo aveva riassunto e commentato, vi annotava: "L'ermellino per la sua moderanza non mangia se non una sola volta al dì, e prima si lascia pigliare dai cacciatori che voler fuggire nell'infangata tana, per non maculare la sua gentilezza". Il commento è accompagnato da un disegno che illustra la leggenda secondo la quale per catturare l'ermellino basta sporcare di fango l'imboccatura della tana perché in tal modo l'animale rifiuterà di rifugiarvisi per non imbrattare la candida pelliccia. La citazione della "moderanza" non stona se riferita a una donna colta e universalmente apprezzata come la Gallerani. Nelle intenzioni di Leonardo tali virtù sarebbero, quindi, state trasferite di riflesso a Cecilia Gallerani, grazie anche all'atteggiamento praticamente identico della dama e dell'animale. L'analogia tra la giovane donna e l'animale potrebbe stare anche nel fatto che entrambi sono aggressivi e non addomesticabili, pur riuscendo lei ad addomesticare l'ermellino.

Ma la costellazione dei rimandi non si esaurisce qui: un riferimento potrebbe essere stato fatto a Ludovico il Moro che, nel 1488, aveva ottenuto dal Re di Napoli la prestigiosa investitura dell'Ordine dell'Ermellino. Ma la tipologia "politica" non sembra fosse la prediletta di Leonardo: egli amava invece attingere ad un repertorio allegorico moraleggiante, ricavato dai bestiari medioevali.

Una terza teoria porta a pensare che il soggetto sia La Belle Ferronnière, soprannome di Madame Ferron, amante di Francesco I di Francia. A sostenere ciò vi è la scritta apocrifa, in alto a sinistra, "LA BELE FERONIERE LEONARD DA WINCI". Si ritiene questa tesi errata, però, proprio perché l'iscrizione non è originale, ma aggiunta successivamente.

domenica 5 ottobre 2008

Davvero è meglio star zitti.

Qualche minuto più tardi Chughi, come per fare marcia indietro, quasi pentito, commenta ancora: Vedi, da noi ebrei, mi pare in un trattato del Talmud, sta scritto più o meno "molti sicari ha il Signore": e c'è un commento di rabbi Janakh che dice: Dio s'interessò di Abele e della sua offerta però in effetti preferì proprio Caino. La dimostrazione è che Abele è morto giovane, senza manco riuscire a sposarsi, e così viene fuori che tutti noi, tutto il genere umano, compresi persino noi, proprio noi, cioè il popolo d'Israele in persona, tutti discendiamo dalla stirpe di Caino, mica da quella di Abele. Senza offesa, per carità, senza allusione personale a nessuno ovviamente.
Il signor Leon ci pensa su un momento, sgranocchia ancora qualche noce di Pecan e chiede: Embè ? Che intendi ?
Sholmo Cughi, tristemente:
Chi ? Io ? E che ne so io ? Ci sarà sicuramente dell'altro nei nostri testi, ma io personalmente sono ancora a un livello basso, come si dice. Insomma non è che ne so gran che. Quasi niente. Dì un pò, non è un peccato che ha preferito Caino ? Per noi non era forse meglio se invece preferiva Abele ? Ma una ragione ce l'avrà avuta, no. Nel mondo non esiste niente che non abbia una ragione. Niente. Assolutamente niente. Anche questa farfalla notturna qui. Un capello nel piatto. Insomma qualunque cosa al mondo, senza eccezione testimonia non solo di se stessa. Testimonia sempre di se stessa e di qualche cosa d'altro. Testimonia di qualcosa di molto grande e tremendo.  Nell'ebraismo questa cosa si chiama "arcani". Cose che solo i grandi sapienti sanno.
Il signor Leon sogghigna: Sei proprio tocco, Chughi.  Altro che un pò. Ti han proprio fottuto la testa da quelle parti, quegli ortodossi bigotti. E' che mica parli con il cervello, te. E non è una novità. Ma ultimamente, da quando sei cascato nelle loro braccia, non è che parli solo senza usare la testa, sragioni proprio. Scusa ma me lo puoi spiegare cosa c'entrano Caino e Abele ? Fra i capelli nel piatto e i sapienti ? Guarda, meglio di no, meglio se taci. Basta. Piantala, lasciami vedere. E' finita la pubblicità alla tv.
Sholmo Chughi ci medita un pò su. Alla fine, mortificato e pieno di sensi di colpa, ammette quasi sottovoce:
Vuoi sapere la verità ? E' che nemmeno io capisco, capisco sempre meno. Davvero è meglio star zitti.
("La vita fa rima con la morte" - Amos Oz)

mercoledì 1 ottobre 2008

Aggiornamento su Unicredit

UNICREDIT (2,78 eu) inverte rotta e ora guadagna il 7% a 2,77 eu. La Consob ha finalmente varato norme più restrittive sulle vendite allo scoperto di azioni di banche ed assicurazioni, il provvedimento è entrato in vigore dalle 14.00 e terminerà alla mezzanotte del 31 ottobre e stabilisce che queste operazioni devono essere assistite dalla proprietà dei titoli da parte dell'ordinante.
Unicredit stamattina aveva aperto in forte rialzo per poi venir sospesa per eccesso di ribasso. Dopo la direttiva Consob in poco meno di mezz'ora Unicredit è passata da un calo del -5% a un guadagno del 7,2%.

Non ci voleva un genio per capire che sul titolo è in corso una grossa manovra speculativa, probabilmente pilotata da coloro che in qualche modo sono stati artefici a suo tempo del disastro dei subprime. Quando si lavora con i soldi degli altri è facile prendersi dei rischi di dimensioni stratosferiche. Basta guardare la fine di Lehman Brothers e compagnia bella.
Sul mercato ormai circolava di tutto: problemi di liquidità e dubbi sulla solidità della sua struttura finanziaria (smentiti), le voci di dimissioni dell'amministratore delegato Alessandro Profumo (smentite), un board straordinario alle 14.00 (smentito), buchi nei conti di Bank of Austria (smentito), aumento di capitale (smentito), smembramento tra Santander e Intesa (mai preso seriamente in considerazione).
Va bene che i rumors sono il sale della borsa, ma in certi casi si esagera. Per colpa di queste voci Unicredit è caduta sui minimi dal dicembre del 1997. Intanto una nota pubblicata oggi da Credit Suisse scrive che il gruppo, "non dovrà fare nessun aumento di capitale". La banca d’affari conferma il giudizio “outperform” con un prezzo obiettivo di 5,2 euro.
Sempre stamattina Unicredito ha annunciato l’ok del cda al conferimento di parte del proprio portafoglio immobiliare ad un fondo chiuso. L’operazione dovrebbe portare a un miglioramento del core Tier 1, indice di solidità finanziaria, dello 0,15%. Un ulteriore miglioramento dello 0,12%, “arriverà da alcune transazioni già completate, le operazioni sono in linea con il raggiungimento degli obiettivi per un core Tier I al 6,2%". Il gruppo ha escluso di avere ancora allo studio una partnership commerciale con una banca d’affari.
Ieri sera, a Borsa chiusa l'Ad Alessandro Profumo ha dichiarato che non può confermare i target di fine anno visto il profondo cambiamento dello scenario di fondo e questo secondo noi è un’ulteriore dimostrazione della serietà del management.
Unicredit stamattina aveva aperto in forte rialzo per poi venir sospesa per eccesso di ribasso. Dopo la direttiva Consob in poco meno di mezz'ora Unicredit è passata da un calo del -5% a un guadagno del 7,2%.
Non ci voleva un genio per capire che sul titolo è in corso una grossa manovra speculativa, probabilmente pilotata da coloro che in qualche modo sono stati artefici a suo tempo del disastro dei subprime. Quando si lavora con i soldi degli altri è facile prendersi dei rischi di dimensioni stratosferiche. Basta guardare la fine di Lehman Brothers e compagnia bella.

Sul mercato ormai circolava di tutto: problemi di liquidità e dubbi sulla solidità della sua struttura finanziaria (smentiti), le voci di dimissioni dell'amministratore delegato Alessandro Profumo (smentite), un board straordinario alle 14.00 (smentito), buchi nei conti di Bank of Austria (smentito), aumento di capitale (smentito), smembramento tra Santander e Intesa (mai preso seriamente in considerazione).

Va bene che i rumors sono il sale della borsa, ma in certi casi si esagera. Per colpa di queste voci Unicredit è caduta sui minimi dal dicembre del 1997. Intanto una nota pubblicata oggi da Credit Suisse scrive che il gruppo, "non dovrà fare nessun aumento di capitale". La banca d’affari conferma il giudizio “outperform” con un prezzo obiettivo di 5,2 euro.

Sempre stamattina Unicredito ha annunciato l’ok del cda al conferimento di parte del proprio portafoglio immobiliare ad un fondo chiuso. L’operazione dovrebbe portare a un miglioramento del core Tier 1, indice di solidità finanziaria, dello 0,15%. Un ulteriore miglioramento dello 0,12%, “arriverà da alcune transazioni già completate, le operazioni sono in linea con il raggiungimento degli obiettivi per un core Tier I al 6,2%". Il gruppo ha escluso di avere ancora allo studio una partnership commerciale con una banca d’affari.

Ieri sera, a Borsa chiusa l'Ad Alessandro Profumo ha dichiarato che non può confermare i target di fine anno visto il profondo cambiamento dello scenario di fondo e questo secondo noi è un’ulteriore dimostrazione della serietà del management.

martedì 30 settembre 2008

L'economia, come del resto ogni aspetto della vita, senza la Verità impazzisce.

Sembra impossibile, ma è successo.
L'intero sistema finanziario Americano, che fino ad oggi ha trainato l'intera economia mondiale, sta collassando per la negligenza e la superficialità di un sistema che, per sopravvivere, era ormai costretto ad autoalimentarsi, cibandosi di se stesso e di prede inermi.
Ma questo non può essere tutto.
La realtà è che lo stato che si arroga la responsabilità di mantenere l'ordine e la democrazia, con le buone o con le cattive, in ogni luogo su questa terra, si è tirato indietro nel momento in cui è stato chiamato ad essere responsabile di se stesso.
Nessuno, per motivi di convenienza elettorale o di portafoglio, ha avuto il coraggio di farsi carico del più grande disastro che la finanza ricordi. Né i politici che hanno avuto paura di votare un provvedimento impopolare con le elezioni presidenziali oramai alle porte, né i cittadini americani che si sono rifiutati di pagare per gli errori di quei broker (banditi) che operavano però nell'unica maniera possibile per far credere al cittadino medio, americano e non, di vivere sempre sotto le luci del "sogno americano".
Non avendo avuto il coraggio di salvare se stessa l'America ha di fatto gettato nella insicurezza i mercati finanziari di tutto il mondo, lasciando aperte le porte a qualsiasi fosco scenario.

Ma....c'è una considerazione da fare !
Non è immaginabile che il congresso non approvi, o prima o dopo le elezioni, un piano di salvataggio per l'economia americana. Con tutta probabilità si sta aspettando il momento politicamente più favorevole (e meno politicamente corretto) per approvare i provvedimenti necessari...i miliardi di dollari che si sono volatilizzati in una sola serata, e che da soli avrebbero potuto risolvere il problema della fame nel mondo, non sono stati un deterrente necessario per risolvere la situazione con la tempestività necessaria.

Nello spicciolo:
  • Una valutazione a parte deve essere fatta per la condizione di salute delle banche europee ed in particolare italiane, sicuramente entrambe meno esposte alla crisi.Rischiano, a mio avviso, maggiormente i colossi, le banche "importanti" per intendersi, per il semplice fatto che soltanto banche di una certa importanza hanno avuto la possibilità ad esporsi in legami particolarmente stretti con società e banche Usa.
  • Non vedo di buon occhio nemmeno tutte quelle banche che offrono rendimenti sui conti correnti superiori all' Euribor... (quando si offrono rendimenti superiori a quel tasso di interesse o li si mantengono per poco o ci si accolla una percentuale di rischio).
  • Rimane pericoloso tutto il settore obbligazionario (eccezion fatta per i titoli di stato) e ovviamente quello azionario. Chi è liquido fa bene a rimanerlo o ad investire in Btp, Cct o Ctz, niente di più complesso e prefiggendosi sempre scadenze a breve termine.
  • Se si possiedono polizze assicurative è bene farsi dare dalla banca il prezzo aggiornato ! Bisogna fare attenzione perchè qualche banca tende a dare i prezzi di luglio o a comunicare il valore nominale della polizza. Si deve esigere il prezzo REALE.

martedì 23 settembre 2008

Ecco dove voglio andare a vivere...LEENAUM (Irlanda)









Finalmente ho ritrovato le foto (e mi sono ricordato il nome)...

L'Italia di Homer Simpson

Dal Corriere della Sera:

Meno bici, più Suv
Cani giù dai treni



L'Italia di Homer

Bando ai sinistrismi, bando ai dietrismi. Quel che succede non succede perché la destra è becera, gli amministratori delegati sono cattivi, l'intera classe dirigente è al soldo delle multinazionali del petrolio e/o di fondi sovrani. Mettendo in fila tanti piccoli fatti italiani la realtà è più semplice: siamo governati da Homer Simpson, quello dei cartoni. Il simpatico padre di famiglia trippone, fannullone in una centrale nucleare. Homer inquina più che può; è egoista, cialtrone, avido, politicamente scorretto, decisionista surreale. Alcune decisioni recenti, per dire, sono chiaramente sue. Ad esempio:

Meno bici più gipponi

Il Comune di Milano (tasso di smog pari alla simpsoniana Springfield) aveva approvato finanziamento e costruzione di sei nuove piste ciclabili, così, per traversare il centro pedalando senza venire uccisi. Roba da sciurette. Perciò: dopo una consultazione con Homer, gli assessori competenti hanno bloccato il tratto Duomo-Porta Nuova e altri cinque percorsi. Utili per i «bacarospi» (direbbe Homer) che pedalano; disastrosi per i portatori sani e virili di auto e Suv. Le piste cancellerebbero centinaia di parcheggi. Essenziali per chi sta in centro, si muove solo in auto, ha partners che vogliono trascinarli a fare giri in bici. Senza piste sicure, avrà i soliti buoni motivi per starsene a bere birra davanti alla tv. Alla Homer.

Butta Fido dal treno

Forse memore dei guai provocati dal suo maiale in The Simpson-Il film (in molti ricorderanno l'aria «Spider Pork-Spider Pork/il soffitto tu mi sporc»), Homer ha preso in mano l'emergenza-zecche di Trenitalia. E ha suggerito di vietare il trasporto su rotaia ai cani che pesano più di sei chili, cioè quasi tutti. Ciò non eliminerà le zecche (scommettiamo?) ma svuoterà un po' i vagoni e affollerà allegramente le autostrade; di famiglie tipo Simpson, costrette a prendere l'auto causa animale domestico (consigliata la soluzione uber-homeriana usata una volta dal repubblicano americano Mitt Romney: il cane viaggiò legato al tetto).

Chi governa deve anche divertirsi e divertire. Perciò Homer ha mandato due ministri, Maroni (Interni) e La Russa (Difesa) a farsi fotografare sugli aerei militari travestiti da top gun. Ma la divisa è uguale a quella della centrale di Springfield (le foto sono sul Corriere.it, Homer è lì che clicca e ride, anche lui ama gli scherzi, come altri).

lunedì 22 settembre 2008

Erto notturna



Queste parole di Mauro Corona sono per ricordarci del Vajont.

E per chi non ricorda:
http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont

venerdì 19 settembre 2008

Voglia di musica...



mercoledì 17 settembre 2008

Non esiste solo una logica

"Yossl Birnstein, nato in uno shtetl polacco, ha vissuto a lungo in un kibbuz dove aveva un amico, il figlio di un eroe sionista al quale era stato perfino dedicato un monumento equestre, morto assassinato da un palestinese. Un giorno, molti anni addietro, Yossl era a casa di questo amico a chiaccherare, quando si presentò alla porta una donna palestinese avvolta nel chador scuro e con il viso vistosamente tatuato. La donna insisteva per parlare privatamente con l'amico di Yossl, sostenendo che solo lui poteva salvare il figlio ingiustamente imprigionato per furto in un carcere israeliano. L'amico chiese a Yossl di aspettare nel patio, facendogli intendere che si sarebbe sbrigato in pochi minuti con quella madre palestinese che doveva essere un po tocca, e fece accomodare la donna dentro casa.
Poco dopo, l'amico uscì teso e pallido con la donna palestinese, dicendo a Yossl che lui andava con quella donna e che si sarebbero visti il giorno successivo. Il giorno dopo riferì a Yossl l'accaduto. La donna gli aveva detto: - Solo tu puoi salvare mio figlio. - Tu sei uscita di senno, - aveva risposto l'amico di Yossl. - Cosa c'entro io con tuo figlio ?
- Solo tu puoi, - aveva insistito la donna, - perchè noi due siamo parenti.
- Sei pazza ! Come possiamo essere parenti ? Io vengo da una famiglia russo-polacca, tu sei figlia di pastori palestinesi !
- Siamo parenti, - aveva insistito la donna. - Mio padre ha ucciso tuo padre. Noi siamo parenti.
L'amico di Yossl aveva pensato che sì, solo lui si poteva occupare della sorte del figlio di quella donna."
(Contro l'idolatria - Moni Ovadia)

martedì 16 settembre 2008

In ricordo di Richard Wright

venerdì 12 settembre 2008

Moni Ovadia: definizione di razzismo

Gara internazionale di cazzate !

Siamo abituati da anni alle follie della politica Italiana e, per tutto questo tempo, avevamo guardato all'estero quasi con invidia. Da qualche settimana però devo ricredermi.
Il ritorno della "guerra fredda" (che in Italia non è praticamente mai andata via: l'ideologia tra destra/sinistra ha ancora il sopravvento sulle buone idee) sta impegnando i maggiori attori della politica internazionale in una prestigiosa gara di cazzate !


Dalla Russia vogliono farci credere che Putin , mentre se ne andava in giro (rigorosamente a petto nudo) a caccia di tigri, abbia salvato una incauta troupe televisiva che si aggirava nella sua foresta per girare documentari dall'attacco del pericoloso felino.
Secondo voi quante probabilità ci sono che dei documentaristi, Putin e una tigre, che si era inferocita proprio in quei minuti, si trovino sotto lo stesso albero di una delle più grandi foreste russe ?
...
Sono anche da segnalare le dichiarazioni di Sarah Palin:
"La governatrice dell'Alaska, che in passato ha definito la guerra in Iraq "un compito indicato da Dio", si dice poi "convinta che vi è un progetto per questo mondo e che questo progetto sia per il bene". "Penso che vi sia grande speranza e grande potenziale per ogni paese - afferma - per vivere e veder protetti i suoi diritti inalienabili che sono dati da Dio. Credo che questi siano i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo, a mio giudizio, è il grande piano del mondo."
Come Dio abbia indicato che la guerra in Iraq era da farsi è un mistero della fede !
Probabilmente "qualcuno" ha avuto una crisi mistica da stress.
La seconda parte del discorso della Palin sembra condivisibile ma, dovendo partecipare, anche lei al concorso per la cazzata più grande, ha aggiunto:
"Siamo pronti alla guerra con la Russia"
Forse che la speranza, i diritti alla vita, alla libertà e il perseguimento della felicità possano arrivare palesando una terza guerra mondiale ?
"Chi vuol esser lieto sia, del domani non c'è certezza" !
...

martedì 9 settembre 2008

"20 Luglio 1920. Fuori fa molto caldo ma io sento freddo e sento la neve, neve dappertutto."

Un dovere morale: leggere tutti i libri di quest'uomo...

lunedì 8 settembre 2008

La dignità assoluta















"...La tendenza medievale a vedere in ogni oggetto e individuo l'universale; non fra Dolcino ma l'eretico, non Arrigo VII  ma l'imperatore ecc. somiglia alla nostra di vedere gli individui sotto specie di classe o nazione.
Con  la differenza che allora era viva la dignità assoluta dell'anima individuale (probl. della salvezza), ora non più..."
(Il mestiere di vivere - Cesare Pavese)

mercoledì 3 settembre 2008

Buona notte...

Considero Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finche' dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e' risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra' piu' niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che .
Considero valore sapere in una stanza dov'e' il nord, qual e' il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

lunedì 1 settembre 2008

Emergenza Nazionale, seconda puntanta

Continuo ad appoggiare gli appelli di emergenza nazionale del blog Beffa Totale:

Cari tutti,

L'Emergenza Nazionale non accenna a rallentare. Anzi, stiamo per raggiungere il vertice. Via Piovono Rane, scopro che il comune di Cantù (Como) mette a disposizione dei cittadini un ufficio e un numero verde per denunciare i clandestini, anche in forma anonima. E' l'ultimo geniale provvedimento voluto dall'amministrazione comunale guidata dal sindaco della Lega Nord Tiziana Sala, approvato in una delibera dalla giunta pochi giorni fa. Apparentemente il lavoro di verifica delle soffiate anti-negri puzzolenti, che si aspettano in forma rigorosamente anonima, sarà coordinato da "agenti speciali" che saranno scelti tra i vigili comunali in servizio. Probabilmente con licenza di uccidere. La giunta leghista di Cantù dice di non temere false denunce e "confida nella piena collaborazione dei suoi concittadini per l'attuazione del progetto per trovare i clandestini presenti sul territorio comunale". Il numero verde non esiste ancora per motivi tecnici, ma e' gia' possibile segnalare eventuali negri irregolari nascosti allo 031717411, il centralino dei vigili. Alessandro Giglioli ha provato a fare una falsa segnalazione da numero anonimo, senza dire chi fosse, in una via a caso presa su Google Maps. E' tutto vero, nemmeno chiedono chi stia chiamando. Mancano solo le stelle sul braccio e i forni. I campi li abbiamo gia'.
Cosi' il sindaco Tiziana Sala: "Vogliamo essere d'aiuto alle forze dell'ordine. Definisco il progetto un tentativo di partecipazione, perchè sul nostro territorio sono presenti troppi immobili affittati a clandestini. Questo è un reato da perseguitare". "Perseguitare", nemmeno "perseguire", un lapsus significativo. Non so nemmeno come commentare tutto questo. Non sono in grado di capire ne' il sindaco e la giunta che immaginano una mostruosita' come le delazione per smascherare disperati, ne' quelli che chiamano per segnalare il vicino di casa, colpevole probabilmente solo di mandare odori speziati quando cucina. Vergogna.
Ho inviato al sindaco Tiziana Sala (sindaco@comune.cantu.co.it) e alla segreteria della giunta (segreteria@comune.cantu.co.it) la seguente lettera. Invito tutti a fare lo stesso (e chi e' in Italia anche a tempestare il centralino di segnalazioni false). Perche' se il limite era gia' stato passato, stiamo raggiungendo vette che sinceramente pensavo irraggiungibili. In attesa di avere almeno un numero verde anti-razzisimo.


Gentile Tiziana Sala, Sindaco di Cantù,

leggo con stupore e sconcerto su Repubblica dell'iniziativa della giunta del suo comune di mettere a disposizione dei cittadini un ufficio e un numero verde per denunciare eventuali stranieri senza regolare permesso di soggiorno, anche in forma anonima. Ritengo l'iniziativa indegna di un paese civile, e pericolosissima non solo per l'evidente intento razzista e discriminatorio, ma anche per il mantenimento di quella stessa legalità, pace civile e armonia che il suo partito, e sono certo anche lei e la sua giunta, dite di voler riportare in Italia e a Cantù. La delazione anonima rappresenta infatti una degenerazione e una pessima interpretazione del senso civico: e' pericolosa perché mira a dividere, a minare la fiducia reciproca, quando invece l'unione e la solidarietà tra i cittadini e' la base del vivere civile. Mira a scaricare la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni nascondendosi dietro l'anonimato, quando invece l'assunzione di responsabilità personali e' il primo passo verso un progresso vero e duraturo della comunità. Come potrebbe poi sapere un normale cittadino se i vicini stranieri, il passante di colore, la persona dai tratti asiatici che siede accanto a lui ogni domenica sul banco della Chiesa vive in Italia senza permesso di soggiorno? Per quale motivo dovrebbe e potrebbe sostituirsi alle giuste autorità' incaricate di questi compiti? Scatenare un'inutile caccia all'uomo, spesso colpevole solo di essere fuggito dalla sua casa e dai suoi affetti alla ricerca di un futuro migliore in un paese che non lo vuole, e farlo utilizzando strumenti tanto inefficaci quanto dannosi e' tutto il contrario di quel "tentativo di partecipazione" con cui ha definito il progetto nella sua intervista a la Repubblica. Si tratta solo dell'ennesimo tentativo di definire un capro espiatorio, un diverso su cui scaricare le ansie e le paure, possibilmente in forma anonima, per distrarre l'attenzione dai problemi più seri che la politica non sa o non vuole affrontare. Perché se la sicurezza non e' ne' di destra ne' di sinistra, i diritti umani di tutti, e il rispetto per il diverso, la solidarietà e la compassione per i più deboli, quelle devono essere la nostra cultura e il nostro valore. Due infatti sono gli obiettivi culturali principali che una società democratica dovrebbe avere come riferimento: educare alla dimensione della solidarietà e alla responsabilità individuale e collettiva. Entrambi gli obiettivi cozzano quanto mai con l'iniziativa da lei promossa. Spero quindi sinceramente che il provvedimento sia al più presto ritirato, attendendo con curiosità di conoscere il suo punto di vista.

Distinti saluti,

sabato 30 agosto 2008

Il messaggio è semplice

"La vista è stupenda. La più bella che potessi immaginare. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo disteso sul cemento e su qualche piastrella di plastica d'uno stanzone vuoto all'ultimo piano del più alto edificio del centro della città e gli occhi mi si riempiono di tutto quello che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona delle montagne di cui un imperatore come Barur, capostipite dei moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della vita e desiderò che fossero la sua tomba; la valle percorsa dal fiume sulle cui sponde è cresciuta la città a proposito della quale un poeta giocando sulle due sillabe del nome Kabul in persiano, scrisse: "La mia casa ? Eccola: una goccia di rugiada fra i petali di una rosa"; il vecchio bazar dei Quattro portici dove, si diceva, è possibile trovare ogni frutto della natura e del lavoro artigiano; la moschea di Puli-i-Khisti; il mausoleo di Timur Shah; il santuario del Re dalle Due Spade costruito in onore del primo comandante musulmano che nel VII secolo dopo Cristo, pur avendo già perso la testa, mozzatagli da un fendente continuò - secondo la leggenda - a combattere con un'arma per mano, determinato com'era a imporre l'Islam, una nuava aggressiva religione appena nata in Arabia, a una popolazione che qui, da più di un millennio, era felicemente indù e buddhista ...
La vista è stupenda, ma da quando sono arrivato, più di due settimane fa, con in tasca una lettera di presentazione per un vecchio intellettuale, nella borsa una bibliotechina di libri-compagni-di-viaggio e in petto un gran misto di rabbia e speranza, questa vista non mi da pace.
Non riesco a goderne perché mai, come da queste finestre impolverate, ho sentito, a volte quasi come un dolore fisico, la follia del destino a cui l'uomo, per sua scelta sembra essersi votato: con una mano costruisce, con l'altra distrugge ...
Di tutto quel che i miei libri raccontano non restano che i resti: la fortezza è maceria, il fiume un triangolo fetido di escrementi e spazzatura, il bazar una distesa di tende, baracche e container; i mausolei , le cupole, i templi sono sventrati..."
(Lettere contro la guerra - Tiziano Terzani)

mercoledì 20 agosto 2008

La sinagoga dei destini alternati

Cito da Repubblica:
Questa è la storia di una sinagoga che un giorno fu trasformata in stalla da uomini bestiali in divisa. Le bestie dichiararono "alieni" la gente che la popolava, la uccisero e la seppellirono nei boschi. Ma un giorno la stalla tornò a ospitare uomini pii e divenne luogo di festa, musica e allegria. Ma poiché nelle vicende degli uomini i tempi bui e quelli di gioia si alternano fatalmente, ecco che un giorno la casa tornò a essere luogo di tristezza, l'ultimo rifugio di una coppia dichiarata a sua volta "aliena" da un'Europa matrigna: Rita e Volodia, due anziani russi intrappolati in Lettonia dal gioco delle frontiere mobili, che ho incontrato a Ludza a pochi chilometri dall'ultima frontiera dell'Unione.

Nella luce gialla della sera la cittadina si svela uno Schtetl perfetto, sormontato da una chiesa cattolica leccata come una meringa, in cima alla collina. In piazza, una chiesa russa, malandata. Per chiudere il triangolo manca la sinagoga. Una la troviamo subito, è abbandonata. Ce la indica un passante: dalla finestra del pianoterra si vedono i libri ancora aperti e i rotoli della Torah tra la spazzatura e i vetri rotti. Ma, poco oltre, c'è dell'altro. Una casa che sa di mistero. Sembra un "puzzle"; come se non una, ma cinque o sei epoche si fossero sovrapposte fuori e dentro le mura perimetrali nel giro di pochi anni. Nell'orto c'è una donna anziana che zappa. Anche lei è chiaramente russa. Vera.

"Sì, anche questa era una sinagoga. Ma Hitler nel '41 ci ha messo i cavalli dei soldati. Quello che è successo lo sai. Migliaia di ebrei ammazzati, nei boschi, e anche qui sul lago. Poi siamo arrivati noi, nel 1946. Vieni, ti faccio vedere com'è fatto dentro". Entra in casa, solleva un tappeto, apre una botola e mostra un tombino in cemento. "Questo l'hanno costruito i nazisti per scolare l'acqua della lavatura dei cavalli". L'interno dei muri è in doghe di legno, le arcate sono state accorciate e trasformate in finestre. "All'inizio gli ebrei sono tornati in tanti. Dio solo sa da dove. Zia Gjela, zia Fruma... Care persone, li chiamavamo zii... E poi Boris Gansen, Jasko Mojssiev, il medico Schmuetze, la vecchia Zagoria... Oggi non c'è quasi nessuno. O sono morti o andati in Israele".

Le chiedo dove è nata e qual è il suo cognome. Tira fuori il passaporto, mostra una stampigliatura in lingua lettone: "nepsilona pase". Poco sotto, la traduzione inglese: "alien's passport". Cioè: alieno, non persona, uno che non può votare nemmeno alle comunali. "Che vuoi, non sono abbastanza lettone, non sono più russa, e il mio primo documento era sovietico. Siamo in mille così nel Paese. Dovremmo passare un esame di lingua e uno di lealtà nazionale, ma che vuoi, io il lettone sono troppo vecchia per impararlo. Sai, all'inizio ero molto abbattuta, ma oggi non ci faccio caso". La ascolto, pieno di vergogna. Vorrei diventare alieno anch'io, urlare contro questo fascismo perbene che invade l'Europa, Italia inclusa.

La pendola batte le cinque. Il marito Volodia, che ha avuto un'emiparesi, sta sul divano e si limita a un saluto di circostanza. Chiedo a Rita se avverte strane presenze in casa. "Mia nipote dice che sente sussurri, ma io le dico: stupida, è impossibile. Noi siamo protetti da questo luogo santo. Con l'Urss gli ebrei sono stati bene. Eravamo tutti felici, poveri ed eguali. Se eri un fannullone ti beccavano subito e ti portavano a lavorare. Oggi siamo tutti diseguali e scontenti". Ora Volodia si rianima, fa segno di sì col capo. Non ha mai visto nessuno occuparsi della sua vita come questi due stranieri passati per caso a casa sua. Si alza, prende una cassa da un armadio, e la apre. "Ecco, questa è tutta la nostra storia".

Tira fuori vecchie foto e si mette a raccontare. "Gli ebrei erano suonatori straordinari. Arkadi Kovnatar era un grande alla fisarmonica; è morto poco tempo fa. Davidoff era un altro fenomeno. E questa qui in fotografia è l'Orchestra popolare di fiati. Erano i più bravi di tutta la Lettonia. Non suonavano musica ebraica, ma quattro su cinque erano ebrei. Guarda qui: da sinistra Karotkin, poi Moissev, Kovnatar e Davidoff. L'unico non ebreo è il quarto, ed è anche l'unico che non è morto. Lo guardi bene... Chi è? Ma sono io, Vladimir Dierbeniov", e con un lampo negli occhi compie un mezzo inchino verso una platea che non c'è.

"Si ballava finché non si crollava di stanchezza. Suonavamo ai matrimoni e ai funerali, tutti ci volevano. I nostri anni con gli ebrei sono stati i più belli. Quando se ne sono andati, all'inizio degli anni Novanta, tutto è diventato più triste". Rita: "Chissà chi è ancora vivo di loro... Ah, zizn proslà, la vita è passata, caro mio. Ma che bella cosa è stare con voi... Siamo uomini, no? E gli uomini sono fatti per incontrarsi. Volete del thè?".

Dico che preferisco la fisarmonica; ho capito che Volodia muore dalla voglia di riprenderla. Sono due anni che nessuno gli chiede di suonare. Lo esorto, lui non si tira indietro. Si alza, prende la custodia. Lo strumento è pesantissimo. Passa le dita sulla tastiera, la commozione è forte e le mani sono irrigidite dalla malattia. Compie uno sforzo tremendo, prova con "Turna a Surriento", lotta col corpo arrugginito, il volto è teso, le dita cercano le note, ma lentamente va, il mantice si gonfia e cerca note più difficili, ci riesce, Volodia si rilassa e sorride. La gioia ha ripreso possesso della casa degli spiriti.

"Dài, Volodia. Canta per noi!". Ma Volodia fa di no con la testa e continua a suonare. Insistiamo. E lui con l'occhio furbo: "Datemi cento grammi e canterò". Cento grammi è il modo russo per dire "bicchierino" e un bicchierino non si nega mai in presenza di un ospite. Così Rita porta la caraffa, brandy di orzo fermentato detto "samogon", cioè "fatto in casa". Colore giallo oro, profumo eccellente. E Volodia: "Bere va bene, ma che si mangia?". Ormai è chiaro, la sosta si è trasformata in un invito a cena.
Sul tavolino tra il divano e le poltrone arriva pane fatto in casa, burro fatto in casa, pesce affumicato pescato da Volodia nel lago vicino, verdurine fresche coltivate da Rita nella serra dietro casa. Un trionfo di spesa a chilometro zero. Penso che quando verrà la Grande Crisi Alimentare, i russi sopravviveranno, l'Europa no. Sopravviveranno anche gli alieni e gli sradicati che abbiamo costretto all'arte della sopravvivenza. Come gli ebrei.

Brindiamo fra uomini, mandiamo giù d'un sorso.
"Bene - fa lui soddisfatto - ora vi canto Nekrasov". Si concentra, gonfia le vene del collo, le corde vocali, i polmoni, e poi va, canta passando dal sussurrato al tonante, ci porta come il tappeto del Maestro e Margherita in volo sulla grande notte slava che ci circonda. Sento che sono nel cuore del viaggio. C'è tutto: la slavità, gli ebrei, lo sradicamento, la frontiera, il fascismo che torna, la bontà degli Ultimi. E questo cielo lettone che riassume il Nord e il Sud del mio continente.

Rita: "Dài, canta Vojennaja, che voglio piangere un po'. Mi fa bene". Lui attacca "Sul bordo della foresta c'è una vecchia quercia". Lei gli va dietro, e ora cantano insieme, dolcissimi ottantenni. Nel ritornello distinguo "mili moj Andrej", mio dolce Andrea; Andrea come mio figlio. Lui brontola: "La voce va bene, sono le dita che non vanno. Ma dammi ancora cento grammi, amico mio".

Ormai siamo ciucchi. Facciamo discorsi tipo: Puskin era Puskin, ma Lermontov era meglio. Lei recita una poesia: "Ora non muoio più d'amore, anche se di notte il mio cuore si scatena". Poi fa: "Senti? Adesso non c'è più un amore così, oggi è tutto bardak, banalità, amore in vendita", e i suoi occhi ardono come quelli di una trentenne. "I nostri libri non servono a nessuno, oggi più nessuno legge. Nemmeno i nostri figli. Li dobbiamo buttare dopo averli sempre amati. Sono diventati carta da cesso".

Volodia mi accompagna a far pipì nel wc in mezzo al giardino. Toglie il lucchetto e mi aspetta. Poi andiamo verso il lago e stranamente riusciamo a camminare diritti. Canneti, anatroccoli che si lavano, cielo viola. Sento di non essere all'altezza di ciò che ho visto e sentito. E mentre il vento arrovescia gli anemoni nell'acqua come bocche di rane enormi, butto a raffica nel lago i miei centesimi lettoni chiedendo al destino di legarmi per sempre a questo luogo. Il mio centro d'Europa.

Paolo Rumiz

giovedì 14 agosto 2008

La speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.










Ma la speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.

Che quei poveri figlioli vedano come van le cose e che credano che
domani andrà meglio.
Che vedano come va oggi e che credano che andrà meglio domani mattina.
Questo è stupefacente ed è davvero la più grande meraviglia della
nostra grazia.
E ne sono stupito io stesso.
E bisogna che la mi grazia sia in effetti d'una forza incredibile.
E che sgorghi da una sorgente e come come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta in cui sgorgò e dal suo sempre sgorgare.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale ed ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale ed ancora eterna.
Mortale e immortale.
E questa volta, oh questa volta, da quella volta in cui sgorgò,
come un fiume di sangue, dal fianco aperto di mio figlio.
Cosa bisogna che sia la mia grazia e la forza della mia grazia perché
questa piccola speranza,
vacillante al soffio del peccato, tremante per tutti i venti, ansiosa
per il minimo alitare,
sia così invariabile, si mantenga così fedele, così diritta, così pura;
e invincibile, e immortale, ed impossibile da estinguere;
che questa piccola fiamma del santuario brucia eternamente dentro la lampada fedele.
(Charles Peguy)

mercoledì 30 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 2°

"E al termine di quarantanove anni, sette volte sette, arrivava il Sabato degli anni sabbatici, il Giubileo, "jovel" in ebraico, tre consonanti che sono le stesse del nome del primo musicista della Bibbia: Juval.
Arriva il Giubileo annunciato dal Santo Benedetto con queste parole: "Nel cinquantesimo anno celebrerete il Giubileo". E poi una delle sue frasi preferite ce piace molto anche a me"Li haarets", la terra è mia, per poi proseguire:"... la terra non verrà venduta in perpetuità... perché la terra è mia. E tu ebreo in quella terra vi abiterai come gher toshav, da soggiornante e residente" - altro che "padroni a casa nostra" - da soggiornante residente, insieme allo straniero, che godrà dei tuoi stessi statuti.
Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto. Io sono il Signore."
La parola residente in ebraico è gher; che vuol dire anche straniero. La condizione di straniero è l'unica che ti dà la vera dignità di risiedere. Ma se queste parole non fossero ancora chiare alla dura cervice ebraica, il Santo Benedetto aggiunge:"Mettetevelo bene in testa, davanti a me siete tutti stranieri."
(Kavanàh, storie e canti della spiritualità ebraica - Moni Ovadia)

martedì 29 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 1°

Fin dalla sua fondazione l'uomo si individua come creatura senza differenza di classe, etnia o altro e questo perché la dignità della sua genesi è così alta che non vi può essere maniera di sminuirla.
Questo concetto lo si capisce ed è evidente nella festa del Sabato ebraico.
In due o tre post guarderò di far conoscere questa particolare, ma bellissima, visione del mondo utilizzando uno scritto di Moni Ovadia. 
In tempi che si stano facendo bui è bene ascoltare le voci di chi ancora riesce a richiamare alla luce quella dignità che è insita in ogni uomo e che i politici e la stessa società sembrano e vogliono dimenticare.

"L'istituzione del Sabato è il canto della libertà, dell'uguaglianza ed è soprattutto per lo schiavo e per lo straniero, affinché diventino a pieno titolo esseri umani, perché nella dimensione sabbatica risplenda l'essere umano in sé.
Il Sabato ci trasferisce in questa dimensione: di Sabato è proibito lavorare e  far lavorare gli altri ed è proibito consumare e indurre altri al consumo. So volessi dirlo con Karl Marx, è l'uscita dall'alienazione. Nemmeno gli animali devono lavorare, nemmeno le piante, le zolle, tutto il Creato deve risposare e tornare allo splendore della propria libertà interiore per cui è stato generato. La terra è liberata e noi siamo liberi perché siamo fatti della materia dell'universo, come ha intuito la Bibbia, dicendo che discendiamo da un uomo che si chiama Adamo.
In italiano questo nome non dice molto, ma "Adam" in ebraico viene da "adamah" ovvero gleba, zolla e significa "il gleboso", "lo zolloso".
Il Sabato afferma la dichiarazione di uguaglianza più radicale che io conosca: di Sabato non ci sono ruoli, perché se non c'è il lavoro non c'è nemmeno il comando e gli uomini sono tutti uguali.
In epoca biblica, una volta ogni sette anni, si trascorreva un intero anno "sabbatico".
Immaginiamoci di vivere un intero anno sabbaticamente. Facendo cosa ?
La nostra prima reazione sarebbe di panico. Niente televisione, niente cinema, niente teatro, niente shopping center, niente di tutto questo. Cosa potremmo mai Fare ?
Beh, fare gli esseri umani per esempio, stare coi nostri figli, cantare con loro, raccontare loro delle storie, ascoltare le loro domande, studiare con loro. E poi fare l'amore, non del "fast sex", ma con tutto il tempo che merita. Celebrare il buon cibo, prendere consapevolezza che non siamo stati creati su questa terra per essere una macchina di produzione e di consumo.
Esseri umani, semplicemente. Immaginiamoci cosa significherebbe per noi un intero anno speso a coltivare la nostra umanità, a riscoprirla, a cantarla, a celebrarla, a studiarla.
Pensate che valore immenso avrebbe per la conoscenza, la convivenza, il progresso, la scienza..."

giovedì 3 luglio 2008

Il canto

Credo che la voce sia lo strumento musicale più immediato che un'essere umano possa avere.
In un film piuttosto scemo "La pazza storia del mondo" di Mel Brooks c'è una scena indimenticabile dal titolo "la scoperta della musica":
Alcuni cavernicoli stanno trasportando delle pietre per costruire un focolare. Ad un certo punto una pietra cade su un  piede di uno di loro che caccia un urlo disperato, ma con una sua straziante musicalità.
Allora il capo cavernicolo ha un'idea: mette in fila gli altri cavernicoli e comincia a tirare sassi sui loro piedi e ognuno caccia un urlo diverso. Così, per Mel Brooks, nacque la musica.
Non deve essere andata in maniera molto differente secondo me.
Il canto è un grido che si educa, che si addolcisce, che si modula. Assomiglia all'ululato del lupo nelle notti di luna piena. L'uomo animale dichiara nel canto le sue istanze emozionali profonde.
La codificazione, le regole, sono passi successivi.
Quando voglio ricordare a me stesso che cosa significhi la parola "canto" preferisco i canti etnici e liturgici, perché contengono qualcosa di mistico, qualcosa di originario nel rapporto fra l'uomo e l'istanza del divino.
Quando un uomo, o una donna, ha la virtù sciamanica di essere posseduto da un canto interiore e sa esprimerlo, allora riesce a travalicare le frontiere della comunicazione codificata e le differenze di cultura, di lingua, di origine.
Qui sotto potete sentire una canzone di Valya Balkanska.
La voce di questa donna Bulgara, che all'epoca della registrazione era totalmente analfabeta e non era mai uscita dal suo villaggio di pastori, è stata spedita nello spazio sulla sonda Voyager nel 1977 nella speranza che qualche forma di intelligenza aliena la possa ascoltare.
Dal più remoto e nascosto villaggio Bulgaro all'infinità dello spazio. 
E' questo il potere del canto.

martedì 24 giugno 2008

Moni Ovadia - "Come una culla, il canto culla la legge"

La Toràh racconta che l'universo è stato creato dalla parola del Santo benedetto:
"Disse luce e luce fu".
Lo strumento della creazione è la voce dell'Onnipotente. La creazione è dunque un fenomeno acustico così come in seguito lo sarà la rivelazione ad Abramo prima, a tutto il popolo ebraico poi, nel deserto del Sinai: "Avete udito una voce, solo una voce".
Non c'è teofania nel monoteismo ebraico ma "teofonia". Dio si manifesta con una voce ed è la sua parola parlata che consente sia la creazione, sia la rivelazione.
Che differenza c'è fra la parola scritta che custodisce il patto e la legge, e quella parlata che crea e rivela ?
La risposta è semplice anche se non evidente: il suono, il canto.
Il canto conferisce dunque statuto generativo alla parola. I maestri della cabalàh, la mistica ebraica, osservano che la prima parola della Toràh, "in principio - bereshit in ebraico - contiene uno straordinario anagramma: taev shir, voluttà di canto.
Si può poeticamente affermare con i cabalisti, che il mondo è stato creato per la voluttà di una canto. I cabalisti ci segnalano anche che l'ultima parola del pentateuco, la legge biblica, israel, contiene un ulteriore potente anagramma: shir el, canto a Dio.
Come una culla, il canto culla la legge. Il canto è lo strumento principe della comunicazione interiore, il canto è la prima gemmazione della nostra identità quando appariamo alla luce uscendo dal ventre materno.
Ancora non lo vediamo, non lo sentiamo, eppure già cantiamo, urliamo il nostro "hinneni", il nostro eccomi e, vagito dopo vagito, vocalizzo dopo vocalizzo, sillaba dopo sillaba, conquistiamo la lingua mettendoci in cammino verso il canto.
In seguito perderemo la grazia di quel canto interiore perché saremo imprigionati in un contesto di apprendimento burocratico e rigidamente normativo. La cantoralità ebraica, khazanuth, una delle grandi arti della spiritualità monoteistica, ci consente di riprendere il viaggio nei territori profondi dell'animus umano dove si manifestano le pulsioni primarie a costruire senso nelle proprie emozioni e nelle strutture profonde del sentimento.
Per questo lo strumento interpretativo più importante del cantore è la kavanàh, la partecipazione, l'adesione al canto come dialogo intimo con l'urgenza del divino in presenza come in assenza.

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giovedì 19 giugno 2008

Arvo Part - "ma questo tipo di cose non si possono spiegare".

Vale la pena prendersi una pausa per ascoltare Arvo Part. Musicista estone nato a Paide l' 11 settembre 1935, Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli".

Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo.

"Non posso spiegare in questo momento. Le radici non sono visibili. Credo che i milioni di calcoli che ogni computer riesce a svolgere in un lasso brevissimo di tempo non siano che una minima parte di quello che possiamo fare noi esseri umani. Non possiamo forse riuscire a portare a termine un progetto con la stessa precisione di cui è capace una macchina, ma siamo in grado di riconoscere corrispondenze e tracciare collegamenti.Esiste una relazione tra la formulazione embrionale di una frase musicale e un altro mondo assai complicato che portiamo in noi e che finisce con il determinare ogni cosa; ma questo tipo di cose non si possono spiegare."

Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita.

Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa.

Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.


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martedì 17 giugno 2008

E' morto Mario Rigoni Stern, il Sergente della neve.

Mario Rigoni Stern per me era come "la Pietà" di Michelangelo, non l'ho mai vista, ma il solo sapere che c'era mi faceva sentire meglio.

"Al mattino gli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere.
Allora con questo "suonar di bracchetti" ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zuffolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario, che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una castagna di legna, schizzar via lo scricciolo. 
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.  
(Stagioni - Mario Rigoni Stern)


venerdì 13 giugno 2008

La polvere del mondo - Nicolas Bouvier

"Appoggiati contro una collina, guardiamo le stelle, i movimenti vaghi della terra che se va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi.
Il tempo passa tra tè bollenti, qualche frase, sigarette; poi s'alza l'alba, e s'allarga, le quaglie e le pernici si mettono in mezzo...e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, leggerissimo, e la parola "felicità" parrebbe troppo misera e specifica per descrivere tutto ciò che vi succede.
In fin dei conti, ciò che costituisce l'ossatura dell'esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno sia bene per voi; ma alcuni istanti di questo tipo, innalzati da una levitazione ancora più serena di quella dell'amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia proporzionale al ritmo del nostro debole cuore."

mercoledì 11 giugno 2008

Le piccole memorie - José Saramago

"Era scesa la sera, nel silenzio della campagna si udivano solo i miei passi. Se l'incontro fu fortunato o meno, lo racconterò più avanti. Ci fu un ballo, ci furono i fuochi d'artificio, credo di aver lasciato l'abitato quando ormai doveva essere mezzanotte. Una luna piena, meno splendente dell'altra, illuminava tutto all'intorno. Prima del punto in cui avrei dovuto abbandonare la strada per addentrarmi nei campi, lo stretto sentiero su cui procedevo parve terminare all'improvviso, nascondendosi dietro a un'alta siepe, e mi mostrò, come a impedirmi il passo, un albero isolato, alto, in un primo momento scurissimo contro la trasparenza notturna del cielo. Tutt'a un tratto, però, arrivò una folata di vento.
Fece rabbrividire i teneri steli dell'erba, fremere le verdi lame dei canneti e ondeggiare la acque scure di una pozza.
Come un'onda, sollevò i rami protesi dell'albero, risalì contro il tronco mormorando e allora, di colpo, le foglie voltarono alla luna la faccia nascosta e il faggio (era un faggio) si coprì tutto di bianco fino alla cima più alta. Fu un'istante, non più che un'istante, ma il suo ricordo durerà quanto dovrà durare la mia vita.
..Dopo aver camminato a lungo, mi imbattei in mezzo alla campagna, in una capanna. Dormii là.
Quando mi svegliai, al primo chiarore del mattino,e uscii strofinandomi gli occhi in quella foschia luminosa che a stento lasciava intravedere i campi intorno, sentii dentro di me, se ben rammento, se non lo sto inventando ora, di essere, finalmente, appena nato. Oramai era ora.

domenica 8 giugno 2008

Il fiume

Molti anni dopo, con le parole dell'adulto che oramai era diventato, l'adolescente avrebbe scritto una poesia su quel fiume  - umile corrente d'acqua oggi inquinata e maleodorante - il cui si era immerso e nel quale aveva navigato. 


La intitolò "Protopoema" ed è questa:


"Dal gomitolo attorcigliato della memoria, dall'oscurità dei doppi
nodi, tiro un filo che mi sembra sciolto.
Pian piano lo libero, per paura che mi si disfi tra le dita.
E' un filo lungo, verde e azzurro, che odora di limo e ha la calda
morbidezza del fango vivo.
E' un fiume.
Mi scorre tra le mani, ora bagnate.
Tutta l'acqua mi passa fra le palme aperte, e d'improvviso non so se
le acque nascano da me o verso di me fluiscano.
Continuo a tirare, ormai non solo più memoria, ma il corpo stesso del
fiume.
Sulla mia pelle navigano barche, e io sono pure le barche e il cielo
che le sovrasta, e gli alti pioppi che lentamente scivolano sulla
pellicola luminosa degli occhi.
Nuotano nel mio sangue pesci e oscillano fra due acque come i richiami
imprecisi della memoria.
Sento la forza delle braccia e il bastone che le prolunga.
Nel profondo del fiume e di me, scende come un lento e deciso parlare
del cuore.
Ora il cielo è più vicino e ha cambiato colore.
E' tutto verde e sonoro perché di ramo in ramo risveglia il canto
degli uccelli.
E quando in un ampio spazio la barca si ferma, il mio corpo nudo
brilla sotto il sole, nello splendore più grande che accende la
superficie delle acque.
LI si fondono in una sola verità i ricordi confusi della memoria e la
sagoma repentinamente annunciata del futuro.
Un uccello senza nome scende non so da dove e silenzioso va ad
appoggiarsi sulla rigida prua della barca.
Immobile, aspetto che l'acqua si bagni tutta di azzurro e che gli
uccelli dicano sui rami perché son alti i pioppi e rumorose le loro
foglie.
Poi, corpo di barca e di fiume della dimensione dell'uomo, proseguo
verso la fulva acqua stagnante che le spade verticali circondano.
Lì, di tre palmi interrerò il mio remo fino alla pietra viva.
Sarà il grande silenzio primordiale quando le mani si congiungeranno
alle mani.
Poi saprò tutto."
Non si sa tutto, non si saprà mai tutto,