giovedì 25 giugno 2009

Imparare il dialogo

Riporto dal sito del Movimento Ecclesiale Carmelitano un articolo di Lella Tommasini:
"L’incontro tra culture diverse è il nuovo cielo davanti a cui devono spalancarsi, volenti più che nolenti, la fantasia, la capacità intuitiva e il rigore di cui è capace la ragione umana, se vogliamo permettere all’umanità di continuare il suo viaggio.
La vera creatività nella quale dovremo sempre più avventurarci, noi e le generazioni post-duemila, dovrà esprimersi in nuove forme di convivenza sociale più che nell’invenzione di nuove astronavi Su questo punto abbiamo bisogno di nuove idee guida, perché le vecchie configurazioni sociali consolidate da precedenti esperienze storiche non tengono più, sono sempre più inadeguate nell’età della multicultura.

Ecco perché la pedagogista Maria Teresa Moscato spinge alla ricerca di “miti sociali” diversi da quelli che abbiamo impiegato fin qui per interpretare la socialità.
La figura dei Magi, i contemplatori della cometa che la tradizione cristiana fa convergere davanti alla culla di Betleem, può diventare allora, in modo particolarmente significativo, metafora dell’uomo contemporaneo nella società multiculturale.
Seguiamola su questa strada, perché c’è molto da imparare.

Come si può descrivere la vicenda dei Magi raccontata dal Vangelo di Marco e presente in diverse tradizioni letterarie e poetiche?
Provenivano da paesi diversi, ma hanno continuato il loro viaggio insieme, dopo essersi incontrati lungo il cammino che ciascuno aveva intrapreso per conto proprio. Il loro incontro divenne ben presto un dialogo, all’inizio incerto e segnato dalla diffidenza, poi sempre più lieto nella scoperta della meta comune, e infine riempito di energia nuova, grazie al reciproco riconoscimento.
Erano più d’uno e proseguirono insieme sulla stessa strada con lo stesso passo, mantenendo ciascuno la propria identità e recando doni diversi. Non si confusero nell’anonimato, non si distribuirono poteri e non si diedero una gerarchia.
Arrivarono da paesi diversi e tornarono, raggiunta la meta del loro viaggio, ai loro stessi paesi diversi. Per affrontare il viaggio attraversarono mondi stranieri e infine tornarono alle loro case dentro cui si ritrovarono, loro stessi necessariamente un po’ stranieri tra la loro gente, rimasta aggrappata alla tranquillità dei vecchi idoli, laddove essi tranquilli non furono mai più.
La cometa non svelò loro una meta predefinita, né spiegò perché intese condurli da qualche parte. Mostrò solo una direzione progressiva di cammino, a loro che si erano già messi per strada, non una terra promessa, né la liberazione da una schiavitù.
Essi infatti non erano degli schiavi, ma piuttosto dei “re”, dei “saggi” perfino ricchi.

“Con la passione di scienziati, filosofi, mistici…uomini desiderosi di risposte, stranieri affratellati da una comune passione per la Verità, che nel loro dialogo accadeva, prima ancora di essere scoperta o rivelata.” ( M. T. Moscato, Il viaggio come metafora pedagogica, La Scuola).
Il viaggio dei Magi prefigura dunque un’impresa collettiva che non elimina mai la responsabilità di una decisione individuale ed ha come condizione indispensabile la stima del punto di vista dell’altro e del dialogo. Quel dialogo che può già far accadere nei fatti la verità, prima ancora che la scopriamo con la ragione.
La tradizione occidentale ha prestato una modesta attenzione a questa straordinaria metafora, forse perché solo adesso possiamo vederne il senso profondo.
I Magi sono tre perché il loro viaggio è un’impresa collettiva.
Sono tre perché esprimono la differenza radicale di mondi culturali diversi.
Vengono da lontani paesi perché rivelano il valore del poter osservare la stessa cometa da punti di osservazione diversi.
Ognuno l’ha riconosciuta come “segno” a partire da interpretazioni culturali diverse.
Ognuno le ha dato un nome nella propria lingua.
Ma ciò che li rende straordinari è il fatto che non si sorpresero di non essere stati i soli a vederla, ma che “ si rallegrarono” di averla vista insieme, si raccontarono con interesse ciò che avevano compreso e infine decisero di proseguire il viaggio insieme.
“ I Magi rappresentano il modello mitico degli uomini del futuro dialogo interculturale; esprimono la proposta di una umanità che, superate molte diffidenze, mette a confronto le proprie interpretazioni e nel frattempo parla di sé, e si offre alla vista e alla percezione dell’Altro, e chiede e risponde, e si rallegra quando, al di là della temuta estraneità del diverso, ritrova frammenti di identiche scoperte, intuisce affinità di valori che sembravano inconciliabili.” (Ibidem).
L’incontrarsi nel corso del cammino e il giungere insieme alla meta sembra essere dunque l’elemento veramente importante della simbologia del viaggio dei Magi.

Ed ora tocca a noi. Dobbiamo essere disposti a lasciarci interrogare dai “segni” di inquietanti Comete. Dobbiamo riconoscere il nostro prossimo come soggetto di verità, almeno quanto noi stessi e apprezzarlo come un altro prezioso “osservatore di comete”, con un suo punto di vista che, per quanto poco favorevole possa sembrarci, contiene comunque una prospettiva, un’immagine della cometa, diversa dalla nostra.
I Magi oggi li possiamo facilmente incontrare in uno qualunque dei nostri paesi, qui e adesso, mentre sono intenti nei campi ai lavori più ingrati che più nessuno di noi vuole, in questura a cercare permessi di soggiorno talvolta troppo difficili da ottenere o ai margini della strada nel tentativo di venderci un accendino o un cd. Ma da qualche tempo possiamo incontrarli anche come medici o infermiere nei nostri ospedali, o come genitori dei compagni di classe dei nostri figli. Talvolta simpatici, altre antipatici. Talvolta rispettosi, altre arroganti. Non sono mai ricchi, parlano lingue sconosciute e chiamano Dio con tanti nomi.

“Il confronto interculturale, come il viaggio dei Magi, porta sempre con sé il rischio di una possibile morte delle antiche e tranquille certezze collettive; ma nelle complicate situazioni multiculturali e trans-culturali di oggi questo è il rischio minimo che ogni uomo adulto deve correre.” (Ibidem).
I vero dialogo interculturale è un compito alto, per persone in gamba, possibile soltanto ad adulti sufficientemente saldi nella propria identità. Chiede una condizione umana di autonomia e di maturità che rendano tollerabile l’ambiguità. Ecco perché molti uomini pseudo-adulti e pseudo-forti si dimostrano oggi, anche in forme volgari di violenza, del tutto incapaci del compito più interessante che ci attende. Difficile e pieno di problemi, come ogni compito importante.
Nessun cristiano saldo nella sua fede può temere lo scomodo e preziosissimo dialogo con tutti. ...
La vocazione dei Magi costituisce oggi la vocazione di ciascuno di noi."


(Dialoghi Carmelitani)

giovedì 21 maggio 2009

Mills ? Berlusconi non arriverà a giudizio anche se dovesse rinunciare all'immunità.

Riporto dal Corriere della Sera:

Il premier non rischia più anche senza immunità

Il suo processo avrebbe ben poche chances di approdare a sentenza prima della prescrizione


Volesse stupire con effetti speciali, Silvio Berlusconi potrebbe già far­lo: il coimputato del neocondan­nato per corruzione David Mills, cioè il premier suo ipotizzato cor­ruttore, può rinunciare anche subito e in ogni momento all’immunità garantita al pre­sidente del Consiglio dallo «scudo Alfano», prima legge votata in due giorni nel luglio 2008 dalla sua maggioranza parlamentare per impedire che le quattro più alte cariche dello Stato possano essere processate duran­te tutto il loro mandato.

Volesse invece guardarsi bene dall’azzarda­re il beau geste, tra qualche mese il premier potrebbe lo stesso dover mettere in conto di perdere l’immunità temporanea, nel caso in cui a fine anno la Consulta, che già stroncò nel 2004 la prima versione dello scudo per le alte cariche (legge Schifani), ritenesse inco­stituzionale anche la legge Alfano, e rimettes­se così in moto il processo a Berlusconi so­speso dal 4 ottobre scorso.

Ma in entrambi i casi, e a prescindere dal­la sorte di merito della sua imputazione, Ber­lusconi sa bene di non dover temere alcuna concreta conseguenza giudiziaria. Perché la legge Alfano, combinata alle regole sulle in­compatibilità dei magistrati, indirettamente gli propizia già la doppietta più preziosa: lo libera della giudice Gandus, tacciata di pre­giudizio ideologico e invano «ricusata» di fronte a Appello e Cassazione che hanno sem­pre dato torto al premier, e gli assicura il riav­vio quasi da zero del suo processo, destinato a ricominciare con ben poche chances di ap­prodare a sentenza prima della prescrizione. Il 4 ottobre 2008, infatti, nel sottoporre al­la Consulta la costituzionalità della sospen­sione automatica del giudizio sul premier imposta dalla legge Alfano, i giudici Gan­dus- Dorigo-Caccialanza avevano separato e «congelato» il processo a Berlusconi (con prescrizione sospesa), proseguendo la fase finale del dibattimento e andando a senten­za il 17 febbraio scorso per il solo coimputa­to Mills.

Ma in questo modo, nel condannare l’avvo­cato inglese a 4 anni e mezzo, i tre giudici hanno già espresso un convincimento sulla medesima corruzione imputata a Berlusconi nello schema corrotto-corruttore, e sono per­ciò diventati per legge tecnicamente «incom­patibili » a poter giudicare il coimputato pre­mier quando il suo processo dovesse riparti­re o per rinuncia di Berlusconi all’immunità, o per bocciatura della legge Alfano da parte della Consulta, o per lo scadere del mandato istituzionale del premier.

Se e quando Berlusconi per scelta o per forza cesserà di essere «immune», il suo pro­cesso dovrà dunque essere celebrato da tre nuovi giudici. Ma se davanti ad essi varranno (seppure dopo chilometrica lettura in aula) le prove già assunte nel dibattimento finché gli avvocati del premier vi partecipavano, la difesa avrà sempre il diritto di ottenere che di fronte ai nuovi giudici vengano richiamati a deporre tutti i testimoni, che in questo ca­so sono stati 22 in 47 udienze lungo quasi 2 anni, con 9 estenuanti rogatorie all’estero. Il che rende improbabile che il processo, quan­d’anche prima o poi riparta, faccia in tempo ad arrivare alla fine.

Nel momento in cui ripartiranno, infatti, le udienze ricominceranno anche a consuma­re la residua frazione di tempo che manca al­la prescrizione del reato collocato nel febbra­io 2000 (ridotta dalla legge Cirielli da 15 a 10 anni): resterà ancora circa un anno, lasso che ben difficilmente lascerà al processo il tem­po di approdare almeno alla sentenza di pri­mo grado, e che di certo non lo farà mai arri­vare in Appello e Cassazione.

Luigi Ferrarella
20 maggio 2009

lunedì 4 maggio 2009

Da dove attingi la voce ?

Dobbiamo essere attenti
a che ci sia corrispondenza tra voce e spirito,
a che il nostro spirito sia ben presente
a ciò che dice la voce.
Da dove attingi la voce,
perché l'animo vi si accordi ?

mercoledì 29 aprile 2009


"La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori."
Alda Merini

domenica 26 aprile 2009

Per Grazia Ricevuta - Cronaca Montana



"Questo è un buon rifugio in campo aspro, scosceso
eroso ed addolcito d’acqua e vento
bastione naturale in prospettiva ariosa.
Terra di passo, di sella, di slitta, mal s’addice alla fretta,
sa che tutto passa e tutto lascia traccia.
....
- certo le circostanze non sono favorevoli
- e quando mai?
- bisognerebbe … bisognerebbe, niente
- bisogna quello che è. Bisogna il presente."

mercoledì 15 aprile 2009

Quando ci si sente fortunati

Mi ritengo fortunato ad abitare nel centro Italia, qui gli eccessi del nostro "bel paese" si stemperano e si bilanciano senza creare eccessivi scompensi o estremismi. Mi ritengo fortunato perché non esiste una questione "del centro Italia" paragonabile a quella del sud e men che mai nessuno si sognerebbe di osannarci come una locomotiva industriale. Addirittura in casi come quelli della riforma scolastica del Ministro Gelmini sono felice anche di essere Fiorentino.
Perché ?
Perché è dai tempi degli Etruschi che noi non crediamo ai ciarlatani, a chi sorride sempre e promette di risolverci tutti i nostri problemi senza che si debba far troppa fatica.
Inoltre se un governo, dopo averci promesso di tutto e di più, continuasse a portarci via posti di lavoro e risorse in maniera quasi sfacciata, non dico che faremmo chi sa cosa...ma se non altro non lo voteremmo più.
Mi domando quando si sveglierà il sud, dove da sempre alle elezioni vincono sempre i soliti, perché leggendo i giornali, economici e non, ci si rende conto che la situazione per loro non è per niente rosea.

Riporto da Repubblica:

"Assunzioni al Nord ed esuberi al Sud. Comincia a delinearsi in maniera abbastanza chiara l'impatto dei tagli agli organici della scuola voluta la scorsa estate dalla coppia Tremonti-Gelmini. Nelle regioni meridionali, complice - ma non troppo - il calo degli alunni, le pochissime classi a tempo pieno alla primaria e edifici scolastici più "sgarrupati" che altrove, salteranno quasi tutte le supplenze annuali conferite quest'anno e parecchi docenti di ruolo saranno costretti al cosiddetto esubero (sovrannumero). Una situazione che rischia di diventare esplosiva, al limite dell'emergenza sociale, perché al Sud le opportunità di lavoro si assottigliano giorno per giorno e il canale della scuola costituisce uno sbocco naturale per migliaia di laureati e diplomati.
Nelle otto regioni meridionali per effetto del taglio di 42 mila posti deliberato dal governo salteranno 20 mila cattedre. I pensionamenti sono poco più di 13 mila e 4 mila sono le cattedre attualmente vacanti. Risultato: precariato azzerato e circa 700 esuberi. Cioè, altrettanti insegnanti di ruolo che si ritroveranno dal prossimo settembre senza cattedra. Per loro si apre un periodo di incertezza: dovranno cercarsi un posto in un'altra scuola o nel frattempo si riuscirà a trovare una soluzione meno traumatica? Il rischio per i malcapitati è di doversi spostare a decine di chilometri di distanza dalla scuola di attuale servizio."

mercoledì 25 marzo 2009

L'evidente follia

Riporto dal Blog "La settima balza":

Non ha fatto nemmeno in tempo ad atterrare in Camerun, che Benedetto ha già scatenato un putiferio di proporzioni mondiali. Ben gli sta ! Come si può pretendere di dare lezioni di morale in una intervista lampo su un aeroplano? D'altro canto, fatico a comprendere tutto questo stupore globale. In fin dei conti, Benedetto non ha fatto altro che ribadire la dottrina cattolica sul tema, che è la stessa da almeno 5 pontificati.

Premesso questo, vorrei fare due commenti.
1) Le critiche al Papa sono buon senso allo stato puro. Ragionevolezza al cubo. Chi, però, si sia preso la briga di sfogliare il vangelo, di buon senso ne avrà trovato molto poco, anche in campo morale. Gesù è uno che invita a voler bene a chi ti bastona, a dare anche le mutande a chi ti ha rubato i vestiti, a perdonare sempre e comunque a prescindere, fino all'ordine reiterato di comportarsi come si comporta Dio. Beh, l'asticella è davvero posta troppo in alto. Dio chi crede che siamo? Gli ebrei dell'epoca, che erano gente molto ragionevole, infatti, a Gesù dicono papale papale: "Tu hai un demonio!".

Benedetto cerca di non essere da meno di cotanto predecessore. E fa bene. Fa bene a ricordare che l'uomo è fatto per qualche cosa di più di una sessualità pret-a-porter, in cui il preservativo funge da passepartout. Quello che Bendetto crede è che l'uomo sia fatto per qualcosa di molto più grande della semplice soddisfazione del proprio piacere. Il Papa, e con lui tutta la Chiesa, crede che il sesso sia il sacramento di un amore ostinato e fedele, in cui l'intimità fisica sia la celebrazione di un'intimità di vita e di spirito.

Decisamente troppo. Infatti pure io me ne sto bene alla larga da un amore così.

2) Nonostante l'evidente follia della proposta di vita cristiana, è possibile che le parole del Papa siano più realistiche e fedeli alla realtà dell'uomo, anche in relazione alla lotta all'aids, di quanto i commenti degli opinionisti di mezzo mondo lascino pensare.

E' un fatto che tutte le "politiche del preservativo" in Africa siano fallite. Spedire vagonate di condom, come pare abbia fatto Zapatero, non è che una buffonata umilante per spagnoli e africani. E' anche un fatto che il contagio di HIV sia stato contenuto tra quelle popolazioni in cui la sessualità è rimasta regolata dalle tradizioni tribali e non è stata inghiottita dal disfacimento che la società africana ha subito dai tempi della tratta coloniale in poi. Vuoi, quindi, che alla fine dei conti, non abbia ragione lo sragionato Benedetto, che la soluzione stia nella ricostruzione di un tessuto sociale ordinato, e che distribuire a pioggia profilattici non aiuti proprio?

3) E per non farci mancare nulla, ecco cosa ha detto Benedetto (via Luigi Accattoli):

Ecco le parole del papa in aereo in risposta alla domanda del collega Philippe Visseyrias di France 2 (”Santità, tra i molti mali che travagliano l’Africa, vi è anche e in particolare quello della diffusione dell’Aids. La posizione della Chiesa cattolica sul modo di lottare contro di esso viene spesso considerata non realistica e non efficace. Lei affronterà questo tema durante il viaggio?”):

“Io direi il contrario: penso che la realtà più efficiente, più presente sul fronte della lotta contro l’Aids sia proprio la Chiesa cattolica, con i suoi movimenti, con le sue diverse realtà. Penso alla Comunità di Sant’Egidio che fa tanto, visibilmente e anche invisibilmente, per la lotta contro l’Aids, ai Camilliani, a tutte le Suore che sono a disposizione dei malati … Direi che non si può superare questo problema dell’Aids solo con slogan pubblicitari. Se non c’è l’anima, se gli africani non si aiutano, non si può risolvere il flagello con la distribuzione di preservativi: al contrario, il rischio è di aumentare il problema. La soluzione può trovarsi solo in un duplice impegno: il primo, una umanizzazione della sessualità, cioè un rinnovo spirituale e umano che porti con sé un nuovo modo di comportarsi l’uno con l’altro, e secondo, una vera amicizia anche e soprattutto per le persone sofferenti, la disponibilità, anche con sacrifici, con rinunce personali, ad essere con i sofferenti. E questi sono i fattori che aiutano e che portano visibili progressi. Perciò, direi questa nostra duplice forza di rinnovare l’uomo interiormente, di dare forza spirituale e umana per un comportamento giusto nei confronti del proprio corpo e di quello dell’altro, e questa capacità di soffrire con i sofferenti, di rimanere presente nelle situazioni di prova. Mi sembra che questa sia la giusta risposta, e la Chiesa fa questo e così offre un contributo grandissimo ed importante. Ringraziamo tutti coloro che lo fanno”.

mercoledì 18 febbraio 2009

Mi ricorda il P.D. ...

"Sai cos'è bello, qui? Guarda: noi camminiamo, lasciamo tutte quelle orme sulla sabbia, e loro restano lì, precise, ordinate. Ma domani, ti alzerai, guarderai questa grande spiaggia e non ci sarà più nulla, un'orma, un segno qualsiasi, niente. Il mare cancella, di notte. La marea nasconde. È come se non fosse mai passato nessuno. È come se noi non fossimo mai esistiti. Se c'è un luogo, al mondo, in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. È tempo. Tempo che passa. E basta." (Alessandro Baricco - Oceano Mare)

sabato 7 febbraio 2009

"Non esiste una sola idea importante
di cui la stupidità non abbia saputo servirsi,
essa è pronta e versatile e può indossare 
tutti i vestiti della verità.
La verità ha invece un abito solo e una sola strada,
ed è sempre in svantaggio.
(Robert Musil)

venerdì 6 febbraio 2009

Elunana: quella tosse che squassa le prime coscienze.

Cito da Avvenire:
Quella tosse squassa le prime coscienze
Mettiamoci nei suoi panni: un viaggio allucinato e allucinante. Di notte, su un’ambulanza, lui e lei da soli, costretti dallo spazio angusto a una vicinanza che non era mai avvenuta prima, per ore uno in compagnia dell’altro, muti in due silen­zi diversi. Vicini, terribilmente vicini. Si so­no incontrati così, Eluana e il dottor Ama­to De Monte, e lui ne è uscito «devastato»: per l’aspetto di Eluana – si è detto e ha fat­to intuire lui stesso, ma senza spiegarsi mai troppo, lasciando vaghi i contorni della sua «devastazione» – o forse per qualcos’altro che in quel viaggio gli ha ingombrato l’a­nima come un fastidio sottile e insistente, che lui ha voluto scacciare ma ogni tanto ancora gli torna? Va, l’ambulanza, incrocia gocce di acqua e neve e i fari di altre vite viaggianti nella notte, ignare di quel carico di vita tra­sportato a morire, mentre Eluana dorme, perché questo fa di notte, da molti anni. Avrà vegliato, invece, il dottor De Monte, e quante volte avrà guardato quel sonno forse un po’ agitato dalla mancanza di un letto, sempre lo stesso da quindici anni, del tepore di una stanza, dei rumori e de­gli odori sempre uguali e rassicuranti, del­la carezza frequente di una suora? Poi è arrivata l’alba e un cancello si è inghiotti­to Eluana, nessuno l’ha più vista se non i volontari e il medico, ancora lui, tacitur­no con i giornalisti, scuro in volto, sempre frettoloso, anche la sera quando si allon­tana pedalando sulla bicicletta per le stra­de di Udine.

«Eluana è morta diciassette anni fa», ave­va detto in quell’alba di martedì scorso, la­sciando con sollievo l’ambulanza e quella strana compagna di viaggio che l’aveva de­vastato, lui, medico anestesista e rianima­tore che chissà quante ne deve aver viste in vita sua... Ma dopo una notte ne segue sempre un’altra, e un altro confronto con Eluana, che morta non è e quindi si agita... Passa la prima notte, la seconda andrà me­glio – si dice il medico – ma così non è, per­ché Eluana non pare più la stessa, poche ore fuori casa e qualcosa è già cambiato. Tossisce, Eluana. Tossisce?

Sì, tossisce, e di una tosse che squassa i suoi (forti) polmoni ma forse di più l’udito e le coscienze di chi l’ascolta e non sa che fare. Tossisce, si scuo­te, quasi si strozza e intanto, proprio come farebbe ciascuno di noi, tende e tirarsi su, cerca aria, solleva le spalle ma non riesce. Dove sono quelle mani che a Lecco sape­vano sempre cosa fare? Perché non accor­re chi immediatamente compiva quel pic­colo gesto che dava sollievo? Eluana tossi­sce sempre più, una tosse che accenna ad essere ribellione di un corpo, che è richie­sta, che è grido. Una tosse che, beffarda, sembra fare il verso a chi dice 'Eluana è morta diciassette anni fa': no, un morto non si agita nel letto sconosciuto. Gli infermieri-volontari provano di tutto, ma appartengono all’équipe di De Monte, conoscono a memoria il protocollo per far­la morire, che ne sanno ora dei piccoli ge­sti che sono propri di una vita, di quella vita? Come si gestisce una «morta» che fa i capricci e nel solo modo che conosce pe­sta i piedi? Dovevano essere devastati an­che loro, l’altra notte, se alla fine si deci­dono a fare il fatidico numero di Lecco e con nuova umiltà chiedono al medico cu­rante di Eluana: come facevate a farla sta­re bene?

Il dottore deve aver provato a spie­gare come mai in quindici anni non era stato necessario aspirare il catarro (l’incu­bo dei disabili come lei), avrà indicato al collega le mosse da fare, ma il resto non poteva spiegarlo: accarezzatela, osservate il suo respiro e ascoltate il battito del suo cuore – si erano tanto raccomandati da Lecco quella notte lasciandola partire per Udine –, sono i tre elementi che vi porte­ranno ad amarla... Ma questo nel proto­collo non sta scritto e nessuno lo può in­segnare. Questo raccontano tra i sussurri dalla «Quiete», la casa di riposo in cui la notte è passata agitata un po’ per tutti. Inutile invece chiedere conferme alla cli­nica di Lecco: medici e suore hanno giu­rato silenzio e quella è gente che ha una so­la parola. Tacciono e pregano. Ma a Udine avevano giurato sul protocollo di morte, mentre quella tosse di vita «devasta» già le prime coscienze.
Lucia Bellaspiga

giovedì 5 febbraio 2009

Che schifo...

Leggo adesso che:
- I medici potranno denunciare gli immigrati clandestini che si recano da loro per essere curati.
- Gli enti locali potranno avvalersi di "associazioni di cittadini volontari" per la segnalazione di «eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero di situazioni di disagio sociale agli organi di polizia locale e alle forze di polizia». Queste ronde dovranno essere armate.
Grazie ai nostri lungimiranti politici, evidentemente a digiuno di ogni concetto di dignità umana, avremo ammalati che non andranno a farsi curare per paura di essere denunciati mettendo a repentaglio la propria salute e quella di tutti.
Inoltre con la legalizzazione delle "ronde cittadine" sapremo dove andare a cercare molti di quei ragazzi che per noia si divertono a picchiare o bruciare extracomunitari. Comodo no ?
A breve mi aspetto che venga ammainata la bandiera tricolore a favore di quella uncinata.
Povera Italia...

sabato 17 gennaio 2009

Il pane di ieri è buono domani

Norberto Bobbio, di poco più anziano di mio padre e originario di una terra prossima alla mia, nel suo De Senectute ricorda tre di questi "detti" lapidari... 
Il primo - Fa' el to duvèr, cherpa ma va' avanti! - è una sorta di traduzione popolare dell'imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell'etica individuale. Ognuno nella sua vita è chiamato a fare qualcosa, e quel qualcosa lo deve fare, è il suo dovere assoluto: esiste per ciascuno un compito che, per duro che sia, va svolto senza indugio, c'è un fine che va perseguito senza distrazioni. Elogio del dovere, dunque, posto sotto la legge della perseveranza: "fino a crepare". 
Cosa resta oggi, anche in Monferrato, di questo primo comando ?
Oggi in cui tutto è a breve durata, tutto "in prova", tutto senza memoria; oggi in cui ogni scelta è rimandata e, non appena presa, è revocabile alla prima difficoltà; oggi in cui non si ha nemmeno la percezione che esista un "dover essere e fare" per ciascuno. ... Era una questione di fedeltà, senza la quale non vi poteva essere onestà né sul lavoro né nei rapporti.
Ist l'è el to duvèr !  - questo è il tuo dovere ! - la frase chiudeva ogni discussione. ... Quest' obbligo morale diventava la spina dorsale dell'uomo monferrino e la vita stessa era letta come un dovere, un mestiere faticoso: "il mestiere di vivere", come aveva ben capito il langarolo Pavese." 
(Il pane di ieri - Enzo Bianchi) 

sabato 3 gennaio 2009

Il lampione

"Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animali che sono in terra
de le fatiche loro; e io sol uno..."

Gli "animali" non sono gli animali, ma gli esseri viventi, coloro che hanno un anima. Questa sequenza di endecasillabi perfetti sta a significare che s'era fatta sere e che tutti andavano a dormire tranne uno...
"E' come la storiella dell'uomo che cerca una chiave per terra, sotto un lampione. Passa uno e gli chiede: 
- Che fai ?
- Cerco la chiave.
- Ma l'hai persa lì ?
- No, l'ho persa laggiù.
- E allora perché la cerchi lì ?
- Perché qui c'è luce e ci si vede.
Sembra una bischerata, invece è un'antica storiella ebraica. Vuol dire che quando si è persa la chiave - e siamo davanti ad un simbolo: la chiave rappresenta qualcosa dentro di noi che si è perduto - inutile stare nel presente, dove c'è la luce.
Bisogna avere il coraggio di addentrarsi nel buio interiore, come Dante fa e come ci spinge a fare. Dice: "Guardate come siete fatti, e troverete tutte le chiavi del mondo. Se rimarrete sotto il lampione solo perché lì ce luce, non troverete nulla."
(Il mio Dante - Roberto Benigni)


martedì 16 dicembre 2008

Ogni cosa è illuminata


"I ricordi non servono per non dimenticare, ciò che viene seppellito non è perché noi lo troviamo ma perché lui venga trovato"


venerdì 5 dicembre 2008

Trovarsi d'accordo non sempre significa condividere una ragione, la cosa più abituale è che un gruppo di persone si riuniscano all'ombra di una opinione come se fosse un parapioggia.
(José Saramago - L'uomo duplicato)

lunedì 1 dicembre 2008

In altri luoghi















Seno di bosco discende
al ritmo di montuose fiumare.
Questo ritmo mi rivela Te,
il Verbo Primordiale.
Com’è stupendo il Tuo silenzio
in tutto ciò che da ogni dove propaga
un mondo reale…
che assieme al seno di bosco
scende giù da ogni versante…
tutto ciò con sé trascina
l’argentata cascata del torrente,
che dal monte cade ritmato,
- dove trasportato ?
Che hai detto torrente di monte ?
In che luogo t’incontri con me ?
Che me che sono altresì perituro
come te siffatto…
Ma cosiffatto come te ?
(Di fermarmi qui, acconsenti –
consentimi di fermarmi al varco,
ecco uno di quei semplici portenti.)
Non si stupisce una fiumara scendente
e silenziosamente discendono i boschi
al ritmo del torrente
- però un umano si meraviglia.
Il varco che un mondo trapassa attraverso
l’uomo
è dello stupore la soglia,
(una volta questo portento
fu nominato “Adamo”)
Ed era solo, col suo stupore,
tra le creature senza meraviglia
- per le quali esistere e trascorrere era
sufficiente.
L’uomo con loro, scorreva
sull’onda dello stupore !
Meravigliandosi, sempre emergeva
dal maroso che lo trasportava,
come per dire a tutto il mondo:
“Fermati ! – in me hai un porto,
in me c’è quel luogo d’incontro
col Primordiale Verbo” –
“fermati questo trapasso ha un senso,
ha un senso…ha un senso… ha un senso !”.

domenica 16 novembre 2008

"Italia" è un nome alloctono

"Si è svegliato il maestrale, la punta d'Italia sembra navigare controvento verso nord-ovest.
L' Etna è ora color prugna, un dio vicinissimo. Forse venne da li il nome di questo sciagurato e benedetto paese. Quando videro il gigante di fuoco, i naviganti fenici lo battezzarono "Isola della montagna divina", che in ebraico - lingua affine al fenicio - fa "Yi Tel Yah".
E' l'ora in cui il Tirreno si gonfia e preme tra Scilla e Cariddi, forma un fiume che spumeggia nello Ionio.
La corrente è tale che ogni tanto strappa dal fondo pesci mostruosi per abbandonarli sulla battigia.
Passa una vela al largo. Ha la stessa velocità delle schiume.
E sembra ferma."
(La leggenda dei monti naviganti - Paolo Rumitz)

sabato 15 novembre 2008

Colazione...

Giusto per ricordare





«Ho accettato la malattia in ginocchio». Il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le sue amiche carmelitane

Di Gigio Rancilio

«Sai, sono diventata un po' carmelitana. Merito di santa Teresa d'Avila e di Edith Stein». Giuni Russo, morta l'altra notte a 53 anni (li aveva compiuti il 10 settembre), parlava con amore del suo cammino spirituale iniziato negli anni Novanta, «dopo un lungo peregrinare tra Ermete Trismegisto, Steiner e la teosofia». Nel mondo della musica si era fatta la fama di dura e scontrosa, ma in realtà era solo esigente. Con se stessa, prima che con gli altri. Sapeva che la vita era un dono. E non voleva sprecarla. Soprattutto da quando, cinque anni fa, aveva scoperto di avere un cancro. «Ho già fatto tre operazioni. Mi avevano detto che non avrei superato il 2002».
Il 10 aprile scorso, attraverso Avvenire Giuni scelse di rendere pubblica la sua lotta. «Non mi interessa più nascondermi. A Sanremo, l'anno scorso, l'ho fatto perché sarebbe stato amorale partecipare alla gara "da malata"». Guardandola negli occhi vedevi una donna in pace. Era impossibile non chiederle come faceva ad essere così serena. «Ho fatto pace col mio male. Ma nonostante la fede ho avuto paura. Ho urlato, pianto e litigato col Crocifisso. Alla fine, però, ho accettato la malattia. In ginocchio».
Mentre parlava, a volte, la sua voce si incrinava un po'. Ma il suo cruccio era un'altra malattia. «I discografici ormai vogliono solo le canzonette. Ma io sono disposta a fare la fame per non cedere a compromessi. Non ho marito né figli. Vivo con poco. Così mi concedo il lusso, perché ormai è un lusso, di essere un'artista libera». Così libera da rifiutare all'inizio di incidere Un'estate al mare, che diventò invece il suo successo più grande: «Quando il mio amico Franco Battiato me la propose mi arrabbiai perché avevo appena finito di incidere un album folle e libero come Energie. Poi, dopo averla ascoltata bene, accettai. È rimasta in hit parade sei mesi. Un successo enorme. Che però non ho sfruttato. Per qualcuno sono stata molto ingenua. Sicuramente sono stata lib era». Ecco: Giusi Romeo, in arte Giuni Russo, in fondo voleva solo questo: essere un'artista libera in un mondo sempre più omologato. Facile da dirsi. Durissimo da farsi. «Avevo anche pensato di ritirarmi. È stata la mia guida spirituale a convincermi a non lasciare tutto. Mi disse: "Non puoi smettere di cantare, hai avuto un dono meraviglioso e hai il dovere di non soffocarlo». Solo l'acuirsi della malattia, negli ultimi mesi, l'ha costretta a venir meno al «suo dovere», cancellando alcune esibizioni. «Il sogno della mia vita era cantare. Qualunque cosa. Fino alla morte».
Le sue monachelle, come amava chiamarle, l'hanno seguita fino alla fine. Esaudendo il suo ultimo desiderio: essere sepolta tra le Carmelitane Scalze, al cimitero Maggiore di Milano. I funerali di Giuni si terranno oggi alle 14.45 al monastero delle Carmelitane Scalze, in via Marcantonio Colonna. Il suo amico Franco Battiato non ci sarà. È all'estero per una tournée. Ieri sera le ha dedicato un concerto.

giovedì 13 novembre 2008

Ma servirà a qualcosa tutto questo parlare ?













In coro con me cantante:
Sapere, nulla sappiamo.
Arcano, il mare da cui veniamo.
Ignoto il mare in cui finiremo.
Posto tra i due misteri
è il grave enigma: tre
casse che chiuse una perduta chiave.
La luce nulla illumina,
il sapiente nulla insegna.
La parola dice qualcosa ?
L'acqua, alla pietra, dice qualcosa ?
(Antonio Machado - da "Trafitture di tenerezza, Guido Ceronetti)

venerdì 31 ottobre 2008

C'è molto da fare

" Ho scritto sull’invito “C’è molto da fare”.
...penso alle mura di Solimano a Gerusalemme o alle mura inespugnabili di Carcassonne.
Una volta dunque, quelle mura circondavano le città, le difendevano. Oggi, ci suggerisce con una grande espressione lo scrittore israeliano Amos Oz, le mura non circondano più le città, semmai le attraversano.
Mura più infide perché non fatte di pietre, mura invisibili. Dividono le aspettative delle persone, le loro condizioni, le loro opportunità. Ed impediscono ad una città di essere una comunità solidale.
Per fare diventare una città una “comunità” occorre una vera e propria welfare community, dove le risorse del pubblico si integrano con la società civile, le associazioni, i volontari, e creano una rete capace di fornire risposte personali, che risponde ad un principio di sussidiarietà.
Non è una sfida facile ma Firenze è fra le poche città in Italia che ha nel suo tessuto le capacità e le risorse per farcela.
La risorsa per eccellenza della nostra comunità è la sua straordinaria cultura. "
(Lapo Pistelli - Teatro Puccini 3 Ottobre 2008)

Domenica 23 Novembre dalle ore 18.00 alle ore 20.00, in luogo da definire,l'onorevole Lapo Pistelli, candidato per le primarie a sindaco di Firenze del P.D., incontrerà i giovani attivi nel mondo del volontariato e dell'associazionismo.
Sarà un' occasione per poter discutere "faccia a faccia" con il candidato sui problemi e le potenzialità del mondo del volontariato a Firenze in maniera diretta e concreta.
Se interessati scrivere a: molto_da_fare@live.it


giovedì 23 ottobre 2008

Gli appetiti dell'uomo - Parte prima:

Riporto dal sito www.lapopistelli.it :

In certi giorni, rari, un commento affogato nelle 50 pagine di uno dei 50 quotidiani ti accende una luce e ti fa dire “allora non sono il solo matto a pensarlo” e ti regala una speranza in più di impegno. Per chi mi conosce da anni, la mia passione per il Michele Serra serio non è una novità. Per altri, spero che sia una piacevole scoperta.
Buona lettura.
Lapo

LA CRISI FINANZIARIA E I SOGNI SCONFITTI

Michele Serra, la Repubblica 22 ottobre 2008

In questi giorni straniti e ansiogeni, moltissimo si è letto e imparato sulle ragioni tecniche della catastrofe finanziaria globale. Assai meno sulle sue ragioni sociali e antropologiche, che un luminoso intervento del sociologo Zygmunt Bauman (Repubblica di qualche giorno fa) fa risalire, in sintesi, alla fine del desiderio: e cioè, attraverso il doping del credito illimitato, alla trasformazione di ogni desiderio materiale in diritto, da ottenere a qualunque costo. Il diritto di avere tutto e subito, e non si sa se sia stato il neocapitalismo a parodiare il vecchio slogan estremista oppure viceversa… (è malizioso chiedersi se qualche giovane pescecane della finanza abbia fatto il Settantasette?).
Ora, sarebbe insano che un rialzo di Borsa, per quanto vigoroso, bastasse a dimenticare che il motore fondamentale del tracollo, a monte di responsabilità truffaldine odi forzature patologiche, è stato il way of life, lo stile di vita delle società occidentali e specialmente degli americani. Se ancora non ci si capacita che davvero esiste un limite (non morale: materiale) agli appetiti umani, alla rincorsa nevrotica a un companatico tanto ingente da far collassare anche il pane, forse è il caso di rileggersi Pinocchio. Laddove, nell’agguato finanziario teso dal Gatto e la Volpe (oggi sarebbero: Gatto & Volpe), il gioco si regge sulla credulità sconfinata di Pinocchio, che affida i suoi tre zecchini residui a chi gli promette di moltiplicarli a dismisura seminandoli nel Campo dei Miracoli, limitrofo al paese di Acchiappacitrulli. La notte precedente la truffa, il burattino sogna piantagioni di alberi che grondano monete d’oro, come promessogli dai suoi due consulenti d’affari.
Il moralismo ficcante e a volte atroce di Collodi si fonda su un buon senso radicatissimo fino a un paio di generazioni fa. Per molti dei nostri padri, bisognava spendere solo quello che si aveva in tasca, e anche fare un mutuo per la casa, pure se garantito dal proprio sudore futuro, aveva qualcosa di losco e di avventato. Per noi contemporanei il credito ha avuto, per contro, anche un’evidente funzione democratica: concedeva anche a chi partiva senza risorse una chance in più per comperare casa, per accedere al benessere, per migliorare il proprio status. E dunque, dio ci guardi dalla tentazione di rimpiangere un mondo nel quale partenza e traguardo spesso coincidevano, in ragione di una divisione di classe, e di una rigidità sociale, infinitamente maggiori di adesso.
Il problema, alla luce dei recenti sconquassi, non è dunque maledire le ambizioni individuali. E’ domandarsi se queste ambizioni, nel vertiginoso moltiplicarsi dei bisogni e dunque dei debiti, sono ancora oggetto di discernimento da parte di chi ambisce. Se cioè esista una graduatoria logica dei bisogni, un’igiene dell’avere, secondo la quale la prima casa per esempio merita il sacrificio di un mutuo, ma le vacanze di lusso (che gli analisti indicano come una delle tante ragioni del mostruoso indebitamento americano) invece no. Perché un conto è il decoro sociale, altro conto è l’imitazione ottusa e servile di modelli patinati.
Che cosa ci serve per vivere bene? Ce lo domandiamo ancora? Siamo padroni dei nostri bisogni o ne siamo vittime? Non era forse questa la domanda modernissima, come si vede che la sinistra voleva e doveva porsi una volta accertato che la società di mercato è comunque più vivibile e libera, più speranzosa e dinamica? E soprattutto, di quale smodato potere abbiamo investito i nostri tutori politici, istituzionali, finanziari, chevavrebbero avuto il compito di tenere sotto stretto controllo il rapporto tra lavoro e denaro, tra economia materiale e giochi speculativi, insomma tra realtà e ossessione, e invece quasi ovunque si sono trasformati in suadenti suggeritori di sogni, complici di Gatto & Volpe e in molti casi Gatto & Volpe essi stessi, predicatori di sviluppi illimitati, di consumi infiniti, di godurie obbligatorie? Non è precisamente il Paese dei Balocchi quello in cui non solamente la pubblicità, ma anche i governanti (di destra e di sinistra) con entrambi gli occhi fissi sul Pil e zero sguardo su tutto il resto, ci hanno fatto credere di vivere, purtroppo contando sulla resa incondizionata del nostro spirito critico?
La grande prevalenza di spiegazioni tecniche, nel corso di questa crisi, fa capire meglio di ogni altra considerazione che cosa significhi pensiero unico. Significa che nessun dubbio strutturale, nessuna domanda radicale ha più spazio nel nostro mondo, al di fuori del catastrofismo gongolante di chi spera nel tracollo mondiale per poter dire avevo ragione io, o peggio per riproporre le vecchie ingessature del collettivismo di regime. Rifare ordine nei bisogni, nelle priorità, nei consumi, appare quasi impossibile nel caos allucinato di una civiltà che ha seriamente rischiato di esplodere perché un impiegato voleva fare le stesse vacanze, guidare la stessa automobile, indossare gli stessi abiti del suo padrone. Un’apparente pulsione democratica che nasconde nella pancia il veleno tremendo del conformismo, dell’appiattimento sociale e culturale, perché quanto a collettivismo sarebbe ora di accorgerci che non teme rivali un mondo nel quale tutti ambiscono a fare la stessa identica vita.
Se centinaia di milioni di persone hanno fatto lo stesso medesimo errore, indotte da persuasori molteplici (pubblicità, televisione, banche, politici) a sognare lo stesso sogno, non è forse il segno di un’epoca monocorde, morbidamente totalitaria (vedi il bel saggio di Raffaele Simone “Il mostro mite”), che declassa le differenze a devianze, che diffida non più della povertà, ma della sobrietà come di una debolezza sovversiva? Se la sinistra volesse ripartire da qui, da questo fermo-immagine di una società terrorizzata dalla propria stessa ingordigia, prigioniera dei sogni piuttosto che libera dai bisogni, e riuscisse a dire un paio di cose convincenti sulla differenza tra l’agio e l’avidità, tra la soddisfazione e la crapula, tra il limite e la smodatezza, forse riuscirebbe in tempi brevi a ripartire davvero, dall’oggi e non più dallo ieri, con un vocabolario rinnovato, uno sguardo più limpido e vivace, e la voglia di tornare a capire che dentro una ricchezza simulata c’è molta più simulazione che ricchezza. Molta più angoscia che serenità. Molta più sconfitta che vittoria

mercoledì 8 ottobre 2008

Dieci consigli per il risparmio garantito

1. I conti bancari sono garantiti?
Sì: il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) garantisce i conti bancari fino a 103.291,38 euro per depositario. La somma riguarda ciascun cliente e, se si hanno conti su più banche, ciascuna banca. Il limite invece resta a 103mila euro totali se si hanno più conti nella stessa banca. Per i conti contestati, la garanzia vale per ciascun cointestatario: se moglie e marito hanno un conto in comune la garanzia sale a oltre 206mila euro.
2. Queste garanzie valgono anche per i conti online?
Che siano online o in una filiale bancaria, i conti correnti presentano le stesse garanzie: fino a 103.291,38 euro per depositario, nelle stesse forme e modalità valide per i conti correnti "tradizionali".
3. La garanzia dei conti correnti bancari si estende anche a eventuali conti correnti cifrati?
I conti correnti cifrati sono garantiti alla stessa stregua degli altri, purché il titolare dimostri, documenti alla mano, di esserne il legittimo proprietario.
4. E i libretti postali?
I libretti postali sono garantiti dalla Cassa Depositi e Prestiti, una società per azioni controllata per il 70% dallo Stato attraverso il Tesoro e per la restante parte da fondazioni, soprattutto bancarie. Il loro livello di garanzia è dunque del tutto assimilabile a quello offerto dai titoli di Stato italiani.
5. Gli assegni circolari sono sicuri?
Sì, anch'essi sono garantiti dal Fondo interbancario di tutela dei depositi per gli stessi ammontari indicati per il conto corrente bancario. Ogni istituto che emette gli assegni circolari deve depositare una cauzione presso la Banca centrale proporzionata all'ammontare dei titoli emessi.
6. Posso stare tranquillo per i miei certificati di deposito?
Certo, il Fondo interbancario di tutela dei depositi garantisce anche quelli ma solo se nominativi, non al portatore, per gli stessi controvalori indicati per i conti correnti bancari.
7. Chi garantisce il conto titoli?
Questo strumento è simile a una cassetta di sicurezza: custodisce azioni, bond e altri strumenti di investimento di proprietà del risparmiatore. È quindi separato dal patrimonio della banca: in caso di liquidazione di questa, i titoli verrebbero riconsegnati al risparmiatore.
8. Sono sicuri i titoli di Stato?
È lo Stato che garantisce i Buoni ordinari del Tesoro e gli altri titoli pubblici come CTz, CcT o BTp e si impegna a restituire a chi li sottoscrive, a scadenze prestabilite, la somma investita oltre a un interesse che varia in base alle condizioni del titolo e alle oscillazioni del mercato.
9. Qual è la situazione per i fondi comuni?
I fondi comuni, così come la loro versione quotata – gli Etf –, sono organismi di investimento collettivo del risparmio, prodotti da società di gestione del risparmio (Sgr) spesso controllate da istituti di credito ma autonome. Gli attivi sono custoditi da una banca depositaria. In caso di liquidazione della banca i patrimoni dei fondi comuni e degli Etf non sono interessati dalla liquidazione ma restano di proprietà del risparmiatore e gli vengono restituiti. Ovviamente l'andamento del mercato influenza il valore delle quote, che può salire o scendere.
10. E per i fondi pensione?
Come i fondi comuni, anche i fondi pensione hanno un patrimonio separato da quello delle società che li gestiscono e quindi non sono coinvolti da una liquidazione di queste. Come per i fondi, però, il valore delle quote varia in funzione dei mercati.

lunedì 6 ottobre 2008

E finalmente anche un po di cultura...

(oggi mi è presa male)

La dama con l'ermellino

La dama con l'ermellino è un dipinto ad olio su tavola di cm 54,8 x 40,3 realizzato tra il 1488 ed il 1490 dal pittore Leonardo da Vinci, nel periodo milanese. La donna ritratta si pensa sia Cecilia Gallerani.

Lo schema del ritratto quattrocentesco, a mezzo busto a 3/4, viene superato da Leonardo che concepisce una figura che accenna una lieve rotazione nello spazio. La figura emerge dall'oscurità del fondo grazie al calibrato gioco di luce e d'ombre

Vi è corrispondenza tra il punto di vista di Cecilia e dell'ermellino; l'animale infatti sembra identificarsi con la fanciulla, per una sottile comunanza di tratti . In particolare, gli sguardi dei due sono intensi e allo stesso tempo candidi,

La dama volge il capo come se stesse per rivolgersi a qualcuno che sta sopraggiungendo nella stanza ed al tempo stesso ha l'imperturbabilità solenne di un'antica statua.
Un impercettibile sorriso aleggia sulla labbra di Cecilia: per esprimere un sentimento Leonardo preferiva accennare alle emozioni piuttosto che renderle esplicite.
Le lunghe, eleganti dita di Cecilia che accarezzano l'animale testimoniano la sua delicatezza e la sua grazia L'ermellino è dipinto con precisione e vivacità. Per il suo pelo bianco, l'animale era considerato simbolo di purezza.

Dall'analisi ai raggi X emerge che dietro la spalla sinistra della dama era anticamente dipinta una finestra;

Il significato dell'ermellino

L'ermellino sottintendeva una sottile sciarada intellettuale perché in greco si chiama galere, quindi richiama il nome Gallerani. Inoltre nei bestiari medievali l'ermellino rappresentava alcune virtù, tra cui l'equilibrio e la pacatezza; in uno di questi, "il Fiore di Virtù", l'ermellino è infatti citato come emblema di moderazione. Leonardo, che lo aveva riassunto e commentato, vi annotava: "L'ermellino per la sua moderanza non mangia se non una sola volta al dì, e prima si lascia pigliare dai cacciatori che voler fuggire nell'infangata tana, per non maculare la sua gentilezza". Il commento è accompagnato da un disegno che illustra la leggenda secondo la quale per catturare l'ermellino basta sporcare di fango l'imboccatura della tana perché in tal modo l'animale rifiuterà di rifugiarvisi per non imbrattare la candida pelliccia. La citazione della "moderanza" non stona se riferita a una donna colta e universalmente apprezzata come la Gallerani. Nelle intenzioni di Leonardo tali virtù sarebbero, quindi, state trasferite di riflesso a Cecilia Gallerani, grazie anche all'atteggiamento praticamente identico della dama e dell'animale. L'analogia tra la giovane donna e l'animale potrebbe stare anche nel fatto che entrambi sono aggressivi e non addomesticabili, pur riuscendo lei ad addomesticare l'ermellino.

Ma la costellazione dei rimandi non si esaurisce qui: un riferimento potrebbe essere stato fatto a Ludovico il Moro che, nel 1488, aveva ottenuto dal Re di Napoli la prestigiosa investitura dell'Ordine dell'Ermellino. Ma la tipologia "politica" non sembra fosse la prediletta di Leonardo: egli amava invece attingere ad un repertorio allegorico moraleggiante, ricavato dai bestiari medioevali.

Una terza teoria porta a pensare che il soggetto sia La Belle Ferronnière, soprannome di Madame Ferron, amante di Francesco I di Francia. A sostenere ciò vi è la scritta apocrifa, in alto a sinistra, "LA BELE FERONIERE LEONARD DA WINCI". Si ritiene questa tesi errata, però, proprio perché l'iscrizione non è originale, ma aggiunta successivamente.

domenica 5 ottobre 2008

Davvero è meglio star zitti.

Qualche minuto più tardi Chughi, come per fare marcia indietro, quasi pentito, commenta ancora: Vedi, da noi ebrei, mi pare in un trattato del Talmud, sta scritto più o meno "molti sicari ha il Signore": e c'è un commento di rabbi Janakh che dice: Dio s'interessò di Abele e della sua offerta però in effetti preferì proprio Caino. La dimostrazione è che Abele è morto giovane, senza manco riuscire a sposarsi, e così viene fuori che tutti noi, tutto il genere umano, compresi persino noi, proprio noi, cioè il popolo d'Israele in persona, tutti discendiamo dalla stirpe di Caino, mica da quella di Abele. Senza offesa, per carità, senza allusione personale a nessuno ovviamente.
Il signor Leon ci pensa su un momento, sgranocchia ancora qualche noce di Pecan e chiede: Embè ? Che intendi ?
Sholmo Cughi, tristemente:
Chi ? Io ? E che ne so io ? Ci sarà sicuramente dell'altro nei nostri testi, ma io personalmente sono ancora a un livello basso, come si dice. Insomma non è che ne so gran che. Quasi niente. Dì un pò, non è un peccato che ha preferito Caino ? Per noi non era forse meglio se invece preferiva Abele ? Ma una ragione ce l'avrà avuta, no. Nel mondo non esiste niente che non abbia una ragione. Niente. Assolutamente niente. Anche questa farfalla notturna qui. Un capello nel piatto. Insomma qualunque cosa al mondo, senza eccezione testimonia non solo di se stessa. Testimonia sempre di se stessa e di qualche cosa d'altro. Testimonia di qualcosa di molto grande e tremendo.  Nell'ebraismo questa cosa si chiama "arcani". Cose che solo i grandi sapienti sanno.
Il signor Leon sogghigna: Sei proprio tocco, Chughi.  Altro che un pò. Ti han proprio fottuto la testa da quelle parti, quegli ortodossi bigotti. E' che mica parli con il cervello, te. E non è una novità. Ma ultimamente, da quando sei cascato nelle loro braccia, non è che parli solo senza usare la testa, sragioni proprio. Scusa ma me lo puoi spiegare cosa c'entrano Caino e Abele ? Fra i capelli nel piatto e i sapienti ? Guarda, meglio di no, meglio se taci. Basta. Piantala, lasciami vedere. E' finita la pubblicità alla tv.
Sholmo Chughi ci medita un pò su. Alla fine, mortificato e pieno di sensi di colpa, ammette quasi sottovoce:
Vuoi sapere la verità ? E' che nemmeno io capisco, capisco sempre meno. Davvero è meglio star zitti.
("La vita fa rima con la morte" - Amos Oz)

mercoledì 1 ottobre 2008

Aggiornamento su Unicredit

UNICREDIT (2,78 eu) inverte rotta e ora guadagna il 7% a 2,77 eu. La Consob ha finalmente varato norme più restrittive sulle vendite allo scoperto di azioni di banche ed assicurazioni, il provvedimento è entrato in vigore dalle 14.00 e terminerà alla mezzanotte del 31 ottobre e stabilisce che queste operazioni devono essere assistite dalla proprietà dei titoli da parte dell'ordinante.
Unicredit stamattina aveva aperto in forte rialzo per poi venir sospesa per eccesso di ribasso. Dopo la direttiva Consob in poco meno di mezz'ora Unicredit è passata da un calo del -5% a un guadagno del 7,2%.

Non ci voleva un genio per capire che sul titolo è in corso una grossa manovra speculativa, probabilmente pilotata da coloro che in qualche modo sono stati artefici a suo tempo del disastro dei subprime. Quando si lavora con i soldi degli altri è facile prendersi dei rischi di dimensioni stratosferiche. Basta guardare la fine di Lehman Brothers e compagnia bella.
Sul mercato ormai circolava di tutto: problemi di liquidità e dubbi sulla solidità della sua struttura finanziaria (smentiti), le voci di dimissioni dell'amministratore delegato Alessandro Profumo (smentite), un board straordinario alle 14.00 (smentito), buchi nei conti di Bank of Austria (smentito), aumento di capitale (smentito), smembramento tra Santander e Intesa (mai preso seriamente in considerazione).
Va bene che i rumors sono il sale della borsa, ma in certi casi si esagera. Per colpa di queste voci Unicredit è caduta sui minimi dal dicembre del 1997. Intanto una nota pubblicata oggi da Credit Suisse scrive che il gruppo, "non dovrà fare nessun aumento di capitale". La banca d’affari conferma il giudizio “outperform” con un prezzo obiettivo di 5,2 euro.
Sempre stamattina Unicredito ha annunciato l’ok del cda al conferimento di parte del proprio portafoglio immobiliare ad un fondo chiuso. L’operazione dovrebbe portare a un miglioramento del core Tier 1, indice di solidità finanziaria, dello 0,15%. Un ulteriore miglioramento dello 0,12%, “arriverà da alcune transazioni già completate, le operazioni sono in linea con il raggiungimento degli obiettivi per un core Tier I al 6,2%". Il gruppo ha escluso di avere ancora allo studio una partnership commerciale con una banca d’affari.
Ieri sera, a Borsa chiusa l'Ad Alessandro Profumo ha dichiarato che non può confermare i target di fine anno visto il profondo cambiamento dello scenario di fondo e questo secondo noi è un’ulteriore dimostrazione della serietà del management.
Unicredit stamattina aveva aperto in forte rialzo per poi venir sospesa per eccesso di ribasso. Dopo la direttiva Consob in poco meno di mezz'ora Unicredit è passata da un calo del -5% a un guadagno del 7,2%.
Non ci voleva un genio per capire che sul titolo è in corso una grossa manovra speculativa, probabilmente pilotata da coloro che in qualche modo sono stati artefici a suo tempo del disastro dei subprime. Quando si lavora con i soldi degli altri è facile prendersi dei rischi di dimensioni stratosferiche. Basta guardare la fine di Lehman Brothers e compagnia bella.

Sul mercato ormai circolava di tutto: problemi di liquidità e dubbi sulla solidità della sua struttura finanziaria (smentiti), le voci di dimissioni dell'amministratore delegato Alessandro Profumo (smentite), un board straordinario alle 14.00 (smentito), buchi nei conti di Bank of Austria (smentito), aumento di capitale (smentito), smembramento tra Santander e Intesa (mai preso seriamente in considerazione).

Va bene che i rumors sono il sale della borsa, ma in certi casi si esagera. Per colpa di queste voci Unicredit è caduta sui minimi dal dicembre del 1997. Intanto una nota pubblicata oggi da Credit Suisse scrive che il gruppo, "non dovrà fare nessun aumento di capitale". La banca d’affari conferma il giudizio “outperform” con un prezzo obiettivo di 5,2 euro.

Sempre stamattina Unicredito ha annunciato l’ok del cda al conferimento di parte del proprio portafoglio immobiliare ad un fondo chiuso. L’operazione dovrebbe portare a un miglioramento del core Tier 1, indice di solidità finanziaria, dello 0,15%. Un ulteriore miglioramento dello 0,12%, “arriverà da alcune transazioni già completate, le operazioni sono in linea con il raggiungimento degli obiettivi per un core Tier I al 6,2%". Il gruppo ha escluso di avere ancora allo studio una partnership commerciale con una banca d’affari.

Ieri sera, a Borsa chiusa l'Ad Alessandro Profumo ha dichiarato che non può confermare i target di fine anno visto il profondo cambiamento dello scenario di fondo e questo secondo noi è un’ulteriore dimostrazione della serietà del management.

martedì 30 settembre 2008

L'economia, come del resto ogni aspetto della vita, senza la Verità impazzisce.

Sembra impossibile, ma è successo.
L'intero sistema finanziario Americano, che fino ad oggi ha trainato l'intera economia mondiale, sta collassando per la negligenza e la superficialità di un sistema che, per sopravvivere, era ormai costretto ad autoalimentarsi, cibandosi di se stesso e di prede inermi.
Ma questo non può essere tutto.
La realtà è che lo stato che si arroga la responsabilità di mantenere l'ordine e la democrazia, con le buone o con le cattive, in ogni luogo su questa terra, si è tirato indietro nel momento in cui è stato chiamato ad essere responsabile di se stesso.
Nessuno, per motivi di convenienza elettorale o di portafoglio, ha avuto il coraggio di farsi carico del più grande disastro che la finanza ricordi. Né i politici che hanno avuto paura di votare un provvedimento impopolare con le elezioni presidenziali oramai alle porte, né i cittadini americani che si sono rifiutati di pagare per gli errori di quei broker (banditi) che operavano però nell'unica maniera possibile per far credere al cittadino medio, americano e non, di vivere sempre sotto le luci del "sogno americano".
Non avendo avuto il coraggio di salvare se stessa l'America ha di fatto gettato nella insicurezza i mercati finanziari di tutto il mondo, lasciando aperte le porte a qualsiasi fosco scenario.

Ma....c'è una considerazione da fare !
Non è immaginabile che il congresso non approvi, o prima o dopo le elezioni, un piano di salvataggio per l'economia americana. Con tutta probabilità si sta aspettando il momento politicamente più favorevole (e meno politicamente corretto) per approvare i provvedimenti necessari...i miliardi di dollari che si sono volatilizzati in una sola serata, e che da soli avrebbero potuto risolvere il problema della fame nel mondo, non sono stati un deterrente necessario per risolvere la situazione con la tempestività necessaria.

Nello spicciolo:
  • Una valutazione a parte deve essere fatta per la condizione di salute delle banche europee ed in particolare italiane, sicuramente entrambe meno esposte alla crisi.Rischiano, a mio avviso, maggiormente i colossi, le banche "importanti" per intendersi, per il semplice fatto che soltanto banche di una certa importanza hanno avuto la possibilità ad esporsi in legami particolarmente stretti con società e banche Usa.
  • Non vedo di buon occhio nemmeno tutte quelle banche che offrono rendimenti sui conti correnti superiori all' Euribor... (quando si offrono rendimenti superiori a quel tasso di interesse o li si mantengono per poco o ci si accolla una percentuale di rischio).
  • Rimane pericoloso tutto il settore obbligazionario (eccezion fatta per i titoli di stato) e ovviamente quello azionario. Chi è liquido fa bene a rimanerlo o ad investire in Btp, Cct o Ctz, niente di più complesso e prefiggendosi sempre scadenze a breve termine.
  • Se si possiedono polizze assicurative è bene farsi dare dalla banca il prezzo aggiornato ! Bisogna fare attenzione perchè qualche banca tende a dare i prezzi di luglio o a comunicare il valore nominale della polizza. Si deve esigere il prezzo REALE.

martedì 23 settembre 2008

Ecco dove voglio andare a vivere...LEENAUM (Irlanda)









Finalmente ho ritrovato le foto (e mi sono ricordato il nome)...

L'Italia di Homer Simpson

Dal Corriere della Sera:

Meno bici, più Suv
Cani giù dai treni



L'Italia di Homer

Bando ai sinistrismi, bando ai dietrismi. Quel che succede non succede perché la destra è becera, gli amministratori delegati sono cattivi, l'intera classe dirigente è al soldo delle multinazionali del petrolio e/o di fondi sovrani. Mettendo in fila tanti piccoli fatti italiani la realtà è più semplice: siamo governati da Homer Simpson, quello dei cartoni. Il simpatico padre di famiglia trippone, fannullone in una centrale nucleare. Homer inquina più che può; è egoista, cialtrone, avido, politicamente scorretto, decisionista surreale. Alcune decisioni recenti, per dire, sono chiaramente sue. Ad esempio:

Meno bici più gipponi

Il Comune di Milano (tasso di smog pari alla simpsoniana Springfield) aveva approvato finanziamento e costruzione di sei nuove piste ciclabili, così, per traversare il centro pedalando senza venire uccisi. Roba da sciurette. Perciò: dopo una consultazione con Homer, gli assessori competenti hanno bloccato il tratto Duomo-Porta Nuova e altri cinque percorsi. Utili per i «bacarospi» (direbbe Homer) che pedalano; disastrosi per i portatori sani e virili di auto e Suv. Le piste cancellerebbero centinaia di parcheggi. Essenziali per chi sta in centro, si muove solo in auto, ha partners che vogliono trascinarli a fare giri in bici. Senza piste sicure, avrà i soliti buoni motivi per starsene a bere birra davanti alla tv. Alla Homer.

Butta Fido dal treno

Forse memore dei guai provocati dal suo maiale in The Simpson-Il film (in molti ricorderanno l'aria «Spider Pork-Spider Pork/il soffitto tu mi sporc»), Homer ha preso in mano l'emergenza-zecche di Trenitalia. E ha suggerito di vietare il trasporto su rotaia ai cani che pesano più di sei chili, cioè quasi tutti. Ciò non eliminerà le zecche (scommettiamo?) ma svuoterà un po' i vagoni e affollerà allegramente le autostrade; di famiglie tipo Simpson, costrette a prendere l'auto causa animale domestico (consigliata la soluzione uber-homeriana usata una volta dal repubblicano americano Mitt Romney: il cane viaggiò legato al tetto).

Chi governa deve anche divertirsi e divertire. Perciò Homer ha mandato due ministri, Maroni (Interni) e La Russa (Difesa) a farsi fotografare sugli aerei militari travestiti da top gun. Ma la divisa è uguale a quella della centrale di Springfield (le foto sono sul Corriere.it, Homer è lì che clicca e ride, anche lui ama gli scherzi, come altri).

lunedì 22 settembre 2008

Erto notturna



Queste parole di Mauro Corona sono per ricordarci del Vajont.

E per chi non ricorda:
http://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont

venerdì 19 settembre 2008

Voglia di musica...



mercoledì 17 settembre 2008

Non esiste solo una logica

"Yossl Birnstein, nato in uno shtetl polacco, ha vissuto a lungo in un kibbuz dove aveva un amico, il figlio di un eroe sionista al quale era stato perfino dedicato un monumento equestre, morto assassinato da un palestinese. Un giorno, molti anni addietro, Yossl era a casa di questo amico a chiaccherare, quando si presentò alla porta una donna palestinese avvolta nel chador scuro e con il viso vistosamente tatuato. La donna insisteva per parlare privatamente con l'amico di Yossl, sostenendo che solo lui poteva salvare il figlio ingiustamente imprigionato per furto in un carcere israeliano. L'amico chiese a Yossl di aspettare nel patio, facendogli intendere che si sarebbe sbrigato in pochi minuti con quella madre palestinese che doveva essere un po tocca, e fece accomodare la donna dentro casa.
Poco dopo, l'amico uscì teso e pallido con la donna palestinese, dicendo a Yossl che lui andava con quella donna e che si sarebbero visti il giorno successivo. Il giorno dopo riferì a Yossl l'accaduto. La donna gli aveva detto: - Solo tu puoi salvare mio figlio. - Tu sei uscita di senno, - aveva risposto l'amico di Yossl. - Cosa c'entro io con tuo figlio ?
- Solo tu puoi, - aveva insistito la donna, - perchè noi due siamo parenti.
- Sei pazza ! Come possiamo essere parenti ? Io vengo da una famiglia russo-polacca, tu sei figlia di pastori palestinesi !
- Siamo parenti, - aveva insistito la donna. - Mio padre ha ucciso tuo padre. Noi siamo parenti.
L'amico di Yossl aveva pensato che sì, solo lui si poteva occupare della sorte del figlio di quella donna."
(Contro l'idolatria - Moni Ovadia)

martedì 16 settembre 2008

In ricordo di Richard Wright

venerdì 12 settembre 2008

Moni Ovadia: definizione di razzismo

Gara internazionale di cazzate !

Siamo abituati da anni alle follie della politica Italiana e, per tutto questo tempo, avevamo guardato all'estero quasi con invidia. Da qualche settimana però devo ricredermi.
Il ritorno della "guerra fredda" (che in Italia non è praticamente mai andata via: l'ideologia tra destra/sinistra ha ancora il sopravvento sulle buone idee) sta impegnando i maggiori attori della politica internazionale in una prestigiosa gara di cazzate !


Dalla Russia vogliono farci credere che Putin , mentre se ne andava in giro (rigorosamente a petto nudo) a caccia di tigri, abbia salvato una incauta troupe televisiva che si aggirava nella sua foresta per girare documentari dall'attacco del pericoloso felino.
Secondo voi quante probabilità ci sono che dei documentaristi, Putin e una tigre, che si era inferocita proprio in quei minuti, si trovino sotto lo stesso albero di una delle più grandi foreste russe ?
...
Sono anche da segnalare le dichiarazioni di Sarah Palin:
"La governatrice dell'Alaska, che in passato ha definito la guerra in Iraq "un compito indicato da Dio", si dice poi "convinta che vi è un progetto per questo mondo e che questo progetto sia per il bene". "Penso che vi sia grande speranza e grande potenziale per ogni paese - afferma - per vivere e veder protetti i suoi diritti inalienabili che sono dati da Dio. Credo che questi siano i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo, a mio giudizio, è il grande piano del mondo."
Come Dio abbia indicato che la guerra in Iraq era da farsi è un mistero della fede !
Probabilmente "qualcuno" ha avuto una crisi mistica da stress.
La seconda parte del discorso della Palin sembra condivisibile ma, dovendo partecipare, anche lei al concorso per la cazzata più grande, ha aggiunto:
"Siamo pronti alla guerra con la Russia"
Forse che la speranza, i diritti alla vita, alla libertà e il perseguimento della felicità possano arrivare palesando una terza guerra mondiale ?
"Chi vuol esser lieto sia, del domani non c'è certezza" !
...

martedì 9 settembre 2008

"20 Luglio 1920. Fuori fa molto caldo ma io sento freddo e sento la neve, neve dappertutto."

Un dovere morale: leggere tutti i libri di quest'uomo...

lunedì 8 settembre 2008

La dignità assoluta















"...La tendenza medievale a vedere in ogni oggetto e individuo l'universale; non fra Dolcino ma l'eretico, non Arrigo VII  ma l'imperatore ecc. somiglia alla nostra di vedere gli individui sotto specie di classe o nazione.
Con  la differenza che allora era viva la dignità assoluta dell'anima individuale (probl. della salvezza), ora non più..."
(Il mestiere di vivere - Cesare Pavese)

mercoledì 3 settembre 2008

Buona notte...

Considero Valore

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l'assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finche' dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e' risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra' piu' niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che .
Considero valore sapere in una stanza dov'e' il nord, qual e' il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l'uso del verbo amare e l'ipotesi che esista un creatore.

Molti di questi valori non ho conosciuto.

lunedì 1 settembre 2008

Emergenza Nazionale, seconda puntanta

Continuo ad appoggiare gli appelli di emergenza nazionale del blog Beffa Totale:

Cari tutti,

L'Emergenza Nazionale non accenna a rallentare. Anzi, stiamo per raggiungere il vertice. Via Piovono Rane, scopro che il comune di Cantù (Como) mette a disposizione dei cittadini un ufficio e un numero verde per denunciare i clandestini, anche in forma anonima. E' l'ultimo geniale provvedimento voluto dall'amministrazione comunale guidata dal sindaco della Lega Nord Tiziana Sala, approvato in una delibera dalla giunta pochi giorni fa. Apparentemente il lavoro di verifica delle soffiate anti-negri puzzolenti, che si aspettano in forma rigorosamente anonima, sarà coordinato da "agenti speciali" che saranno scelti tra i vigili comunali in servizio. Probabilmente con licenza di uccidere. La giunta leghista di Cantù dice di non temere false denunce e "confida nella piena collaborazione dei suoi concittadini per l'attuazione del progetto per trovare i clandestini presenti sul territorio comunale". Il numero verde non esiste ancora per motivi tecnici, ma e' gia' possibile segnalare eventuali negri irregolari nascosti allo 031717411, il centralino dei vigili. Alessandro Giglioli ha provato a fare una falsa segnalazione da numero anonimo, senza dire chi fosse, in una via a caso presa su Google Maps. E' tutto vero, nemmeno chiedono chi stia chiamando. Mancano solo le stelle sul braccio e i forni. I campi li abbiamo gia'.
Cosi' il sindaco Tiziana Sala: "Vogliamo essere d'aiuto alle forze dell'ordine. Definisco il progetto un tentativo di partecipazione, perchè sul nostro territorio sono presenti troppi immobili affittati a clandestini. Questo è un reato da perseguitare". "Perseguitare", nemmeno "perseguire", un lapsus significativo. Non so nemmeno come commentare tutto questo. Non sono in grado di capire ne' il sindaco e la giunta che immaginano una mostruosita' come le delazione per smascherare disperati, ne' quelli che chiamano per segnalare il vicino di casa, colpevole probabilmente solo di mandare odori speziati quando cucina. Vergogna.
Ho inviato al sindaco Tiziana Sala (sindaco@comune.cantu.co.it) e alla segreteria della giunta (segreteria@comune.cantu.co.it) la seguente lettera. Invito tutti a fare lo stesso (e chi e' in Italia anche a tempestare il centralino di segnalazioni false). Perche' se il limite era gia' stato passato, stiamo raggiungendo vette che sinceramente pensavo irraggiungibili. In attesa di avere almeno un numero verde anti-razzisimo.


Gentile Tiziana Sala, Sindaco di Cantù,

leggo con stupore e sconcerto su Repubblica dell'iniziativa della giunta del suo comune di mettere a disposizione dei cittadini un ufficio e un numero verde per denunciare eventuali stranieri senza regolare permesso di soggiorno, anche in forma anonima. Ritengo l'iniziativa indegna di un paese civile, e pericolosissima non solo per l'evidente intento razzista e discriminatorio, ma anche per il mantenimento di quella stessa legalità, pace civile e armonia che il suo partito, e sono certo anche lei e la sua giunta, dite di voler riportare in Italia e a Cantù. La delazione anonima rappresenta infatti una degenerazione e una pessima interpretazione del senso civico: e' pericolosa perché mira a dividere, a minare la fiducia reciproca, quando invece l'unione e la solidarietà tra i cittadini e' la base del vivere civile. Mira a scaricare la responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni nascondendosi dietro l'anonimato, quando invece l'assunzione di responsabilità personali e' il primo passo verso un progresso vero e duraturo della comunità. Come potrebbe poi sapere un normale cittadino se i vicini stranieri, il passante di colore, la persona dai tratti asiatici che siede accanto a lui ogni domenica sul banco della Chiesa vive in Italia senza permesso di soggiorno? Per quale motivo dovrebbe e potrebbe sostituirsi alle giuste autorità' incaricate di questi compiti? Scatenare un'inutile caccia all'uomo, spesso colpevole solo di essere fuggito dalla sua casa e dai suoi affetti alla ricerca di un futuro migliore in un paese che non lo vuole, e farlo utilizzando strumenti tanto inefficaci quanto dannosi e' tutto il contrario di quel "tentativo di partecipazione" con cui ha definito il progetto nella sua intervista a la Repubblica. Si tratta solo dell'ennesimo tentativo di definire un capro espiatorio, un diverso su cui scaricare le ansie e le paure, possibilmente in forma anonima, per distrarre l'attenzione dai problemi più seri che la politica non sa o non vuole affrontare. Perché se la sicurezza non e' ne' di destra ne' di sinistra, i diritti umani di tutti, e il rispetto per il diverso, la solidarietà e la compassione per i più deboli, quelle devono essere la nostra cultura e il nostro valore. Due infatti sono gli obiettivi culturali principali che una società democratica dovrebbe avere come riferimento: educare alla dimensione della solidarietà e alla responsabilità individuale e collettiva. Entrambi gli obiettivi cozzano quanto mai con l'iniziativa da lei promossa. Spero quindi sinceramente che il provvedimento sia al più presto ritirato, attendendo con curiosità di conoscere il suo punto di vista.

Distinti saluti,

sabato 30 agosto 2008

Il messaggio è semplice

"La vista è stupenda. La più bella che potessi immaginare. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo disteso sul cemento e su qualche piastrella di plastica d'uno stanzone vuoto all'ultimo piano del più alto edificio del centro della città e gli occhi mi si riempiono di tutto quello che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona delle montagne di cui un imperatore come Barur, capostipite dei moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della vita e desiderò che fossero la sua tomba; la valle percorsa dal fiume sulle cui sponde è cresciuta la città a proposito della quale un poeta giocando sulle due sillabe del nome Kabul in persiano, scrisse: "La mia casa ? Eccola: una goccia di rugiada fra i petali di una rosa"; il vecchio bazar dei Quattro portici dove, si diceva, è possibile trovare ogni frutto della natura e del lavoro artigiano; la moschea di Puli-i-Khisti; il mausoleo di Timur Shah; il santuario del Re dalle Due Spade costruito in onore del primo comandante musulmano che nel VII secolo dopo Cristo, pur avendo già perso la testa, mozzatagli da un fendente continuò - secondo la leggenda - a combattere con un'arma per mano, determinato com'era a imporre l'Islam, una nuava aggressiva religione appena nata in Arabia, a una popolazione che qui, da più di un millennio, era felicemente indù e buddhista ...
La vista è stupenda, ma da quando sono arrivato, più di due settimane fa, con in tasca una lettera di presentazione per un vecchio intellettuale, nella borsa una bibliotechina di libri-compagni-di-viaggio e in petto un gran misto di rabbia e speranza, questa vista non mi da pace.
Non riesco a goderne perché mai, come da queste finestre impolverate, ho sentito, a volte quasi come un dolore fisico, la follia del destino a cui l'uomo, per sua scelta sembra essersi votato: con una mano costruisce, con l'altra distrugge ...
Di tutto quel che i miei libri raccontano non restano che i resti: la fortezza è maceria, il fiume un triangolo fetido di escrementi e spazzatura, il bazar una distesa di tende, baracche e container; i mausolei , le cupole, i templi sono sventrati..."
(Lettere contro la guerra - Tiziano Terzani)

mercoledì 20 agosto 2008

La sinagoga dei destini alternati

Cito da Repubblica:
Questa è la storia di una sinagoga che un giorno fu trasformata in stalla da uomini bestiali in divisa. Le bestie dichiararono "alieni" la gente che la popolava, la uccisero e la seppellirono nei boschi. Ma un giorno la stalla tornò a ospitare uomini pii e divenne luogo di festa, musica e allegria. Ma poiché nelle vicende degli uomini i tempi bui e quelli di gioia si alternano fatalmente, ecco che un giorno la casa tornò a essere luogo di tristezza, l'ultimo rifugio di una coppia dichiarata a sua volta "aliena" da un'Europa matrigna: Rita e Volodia, due anziani russi intrappolati in Lettonia dal gioco delle frontiere mobili, che ho incontrato a Ludza a pochi chilometri dall'ultima frontiera dell'Unione.

Nella luce gialla della sera la cittadina si svela uno Schtetl perfetto, sormontato da una chiesa cattolica leccata come una meringa, in cima alla collina. In piazza, una chiesa russa, malandata. Per chiudere il triangolo manca la sinagoga. Una la troviamo subito, è abbandonata. Ce la indica un passante: dalla finestra del pianoterra si vedono i libri ancora aperti e i rotoli della Torah tra la spazzatura e i vetri rotti. Ma, poco oltre, c'è dell'altro. Una casa che sa di mistero. Sembra un "puzzle"; come se non una, ma cinque o sei epoche si fossero sovrapposte fuori e dentro le mura perimetrali nel giro di pochi anni. Nell'orto c'è una donna anziana che zappa. Anche lei è chiaramente russa. Vera.

"Sì, anche questa era una sinagoga. Ma Hitler nel '41 ci ha messo i cavalli dei soldati. Quello che è successo lo sai. Migliaia di ebrei ammazzati, nei boschi, e anche qui sul lago. Poi siamo arrivati noi, nel 1946. Vieni, ti faccio vedere com'è fatto dentro". Entra in casa, solleva un tappeto, apre una botola e mostra un tombino in cemento. "Questo l'hanno costruito i nazisti per scolare l'acqua della lavatura dei cavalli". L'interno dei muri è in doghe di legno, le arcate sono state accorciate e trasformate in finestre. "All'inizio gli ebrei sono tornati in tanti. Dio solo sa da dove. Zia Gjela, zia Fruma... Care persone, li chiamavamo zii... E poi Boris Gansen, Jasko Mojssiev, il medico Schmuetze, la vecchia Zagoria... Oggi non c'è quasi nessuno. O sono morti o andati in Israele".

Le chiedo dove è nata e qual è il suo cognome. Tira fuori il passaporto, mostra una stampigliatura in lingua lettone: "nepsilona pase". Poco sotto, la traduzione inglese: "alien's passport". Cioè: alieno, non persona, uno che non può votare nemmeno alle comunali. "Che vuoi, non sono abbastanza lettone, non sono più russa, e il mio primo documento era sovietico. Siamo in mille così nel Paese. Dovremmo passare un esame di lingua e uno di lealtà nazionale, ma che vuoi, io il lettone sono troppo vecchia per impararlo. Sai, all'inizio ero molto abbattuta, ma oggi non ci faccio caso". La ascolto, pieno di vergogna. Vorrei diventare alieno anch'io, urlare contro questo fascismo perbene che invade l'Europa, Italia inclusa.

La pendola batte le cinque. Il marito Volodia, che ha avuto un'emiparesi, sta sul divano e si limita a un saluto di circostanza. Chiedo a Rita se avverte strane presenze in casa. "Mia nipote dice che sente sussurri, ma io le dico: stupida, è impossibile. Noi siamo protetti da questo luogo santo. Con l'Urss gli ebrei sono stati bene. Eravamo tutti felici, poveri ed eguali. Se eri un fannullone ti beccavano subito e ti portavano a lavorare. Oggi siamo tutti diseguali e scontenti". Ora Volodia si rianima, fa segno di sì col capo. Non ha mai visto nessuno occuparsi della sua vita come questi due stranieri passati per caso a casa sua. Si alza, prende una cassa da un armadio, e la apre. "Ecco, questa è tutta la nostra storia".

Tira fuori vecchie foto e si mette a raccontare. "Gli ebrei erano suonatori straordinari. Arkadi Kovnatar era un grande alla fisarmonica; è morto poco tempo fa. Davidoff era un altro fenomeno. E questa qui in fotografia è l'Orchestra popolare di fiati. Erano i più bravi di tutta la Lettonia. Non suonavano musica ebraica, ma quattro su cinque erano ebrei. Guarda qui: da sinistra Karotkin, poi Moissev, Kovnatar e Davidoff. L'unico non ebreo è il quarto, ed è anche l'unico che non è morto. Lo guardi bene... Chi è? Ma sono io, Vladimir Dierbeniov", e con un lampo negli occhi compie un mezzo inchino verso una platea che non c'è.

"Si ballava finché non si crollava di stanchezza. Suonavamo ai matrimoni e ai funerali, tutti ci volevano. I nostri anni con gli ebrei sono stati i più belli. Quando se ne sono andati, all'inizio degli anni Novanta, tutto è diventato più triste". Rita: "Chissà chi è ancora vivo di loro... Ah, zizn proslà, la vita è passata, caro mio. Ma che bella cosa è stare con voi... Siamo uomini, no? E gli uomini sono fatti per incontrarsi. Volete del thè?".

Dico che preferisco la fisarmonica; ho capito che Volodia muore dalla voglia di riprenderla. Sono due anni che nessuno gli chiede di suonare. Lo esorto, lui non si tira indietro. Si alza, prende la custodia. Lo strumento è pesantissimo. Passa le dita sulla tastiera, la commozione è forte e le mani sono irrigidite dalla malattia. Compie uno sforzo tremendo, prova con "Turna a Surriento", lotta col corpo arrugginito, il volto è teso, le dita cercano le note, ma lentamente va, il mantice si gonfia e cerca note più difficili, ci riesce, Volodia si rilassa e sorride. La gioia ha ripreso possesso della casa degli spiriti.

"Dài, Volodia. Canta per noi!". Ma Volodia fa di no con la testa e continua a suonare. Insistiamo. E lui con l'occhio furbo: "Datemi cento grammi e canterò". Cento grammi è il modo russo per dire "bicchierino" e un bicchierino non si nega mai in presenza di un ospite. Così Rita porta la caraffa, brandy di orzo fermentato detto "samogon", cioè "fatto in casa". Colore giallo oro, profumo eccellente. E Volodia: "Bere va bene, ma che si mangia?". Ormai è chiaro, la sosta si è trasformata in un invito a cena.
Sul tavolino tra il divano e le poltrone arriva pane fatto in casa, burro fatto in casa, pesce affumicato pescato da Volodia nel lago vicino, verdurine fresche coltivate da Rita nella serra dietro casa. Un trionfo di spesa a chilometro zero. Penso che quando verrà la Grande Crisi Alimentare, i russi sopravviveranno, l'Europa no. Sopravviveranno anche gli alieni e gli sradicati che abbiamo costretto all'arte della sopravvivenza. Come gli ebrei.

Brindiamo fra uomini, mandiamo giù d'un sorso.
"Bene - fa lui soddisfatto - ora vi canto Nekrasov". Si concentra, gonfia le vene del collo, le corde vocali, i polmoni, e poi va, canta passando dal sussurrato al tonante, ci porta come il tappeto del Maestro e Margherita in volo sulla grande notte slava che ci circonda. Sento che sono nel cuore del viaggio. C'è tutto: la slavità, gli ebrei, lo sradicamento, la frontiera, il fascismo che torna, la bontà degli Ultimi. E questo cielo lettone che riassume il Nord e il Sud del mio continente.

Rita: "Dài, canta Vojennaja, che voglio piangere un po'. Mi fa bene". Lui attacca "Sul bordo della foresta c'è una vecchia quercia". Lei gli va dietro, e ora cantano insieme, dolcissimi ottantenni. Nel ritornello distinguo "mili moj Andrej", mio dolce Andrea; Andrea come mio figlio. Lui brontola: "La voce va bene, sono le dita che non vanno. Ma dammi ancora cento grammi, amico mio".

Ormai siamo ciucchi. Facciamo discorsi tipo: Puskin era Puskin, ma Lermontov era meglio. Lei recita una poesia: "Ora non muoio più d'amore, anche se di notte il mio cuore si scatena". Poi fa: "Senti? Adesso non c'è più un amore così, oggi è tutto bardak, banalità, amore in vendita", e i suoi occhi ardono come quelli di una trentenne. "I nostri libri non servono a nessuno, oggi più nessuno legge. Nemmeno i nostri figli. Li dobbiamo buttare dopo averli sempre amati. Sono diventati carta da cesso".

Volodia mi accompagna a far pipì nel wc in mezzo al giardino. Toglie il lucchetto e mi aspetta. Poi andiamo verso il lago e stranamente riusciamo a camminare diritti. Canneti, anatroccoli che si lavano, cielo viola. Sento di non essere all'altezza di ciò che ho visto e sentito. E mentre il vento arrovescia gli anemoni nell'acqua come bocche di rane enormi, butto a raffica nel lago i miei centesimi lettoni chiedendo al destino di legarmi per sempre a questo luogo. Il mio centro d'Europa.

Paolo Rumiz

giovedì 14 agosto 2008

La speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.










Ma la speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.

Che quei poveri figlioli vedano come van le cose e che credano che
domani andrà meglio.
Che vedano come va oggi e che credano che andrà meglio domani mattina.
Questo è stupefacente ed è davvero la più grande meraviglia della
nostra grazia.
E ne sono stupito io stesso.
E bisogna che la mi grazia sia in effetti d'una forza incredibile.
E che sgorghi da una sorgente e come come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta in cui sgorgò e dal suo sempre sgorgare.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale ed ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale ed ancora eterna.
Mortale e immortale.
E questa volta, oh questa volta, da quella volta in cui sgorgò,
come un fiume di sangue, dal fianco aperto di mio figlio.
Cosa bisogna che sia la mia grazia e la forza della mia grazia perché
questa piccola speranza,
vacillante al soffio del peccato, tremante per tutti i venti, ansiosa
per il minimo alitare,
sia così invariabile, si mantenga così fedele, così diritta, così pura;
e invincibile, e immortale, ed impossibile da estinguere;
che questa piccola fiamma del santuario brucia eternamente dentro la lampada fedele.
(Charles Peguy)

mercoledì 30 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 2°

"E al termine di quarantanove anni, sette volte sette, arrivava il Sabato degli anni sabbatici, il Giubileo, "jovel" in ebraico, tre consonanti che sono le stesse del nome del primo musicista della Bibbia: Juval.
Arriva il Giubileo annunciato dal Santo Benedetto con queste parole: "Nel cinquantesimo anno celebrerete il Giubileo". E poi una delle sue frasi preferite ce piace molto anche a me"Li haarets", la terra è mia, per poi proseguire:"... la terra non verrà venduta in perpetuità... perché la terra è mia. E tu ebreo in quella terra vi abiterai come gher toshav, da soggiornante e residente" - altro che "padroni a casa nostra" - da soggiornante residente, insieme allo straniero, che godrà dei tuoi stessi statuti.
Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto. Io sono il Signore."
La parola residente in ebraico è gher; che vuol dire anche straniero. La condizione di straniero è l'unica che ti dà la vera dignità di risiedere. Ma se queste parole non fossero ancora chiare alla dura cervice ebraica, il Santo Benedetto aggiunge:"Mettetevelo bene in testa, davanti a me siete tutti stranieri."
(Kavanàh, storie e canti della spiritualità ebraica - Moni Ovadia)

martedì 29 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 1°

Fin dalla sua fondazione l'uomo si individua come creatura senza differenza di classe, etnia o altro e questo perché la dignità della sua genesi è così alta che non vi può essere maniera di sminuirla.
Questo concetto lo si capisce ed è evidente nella festa del Sabato ebraico.
In due o tre post guarderò di far conoscere questa particolare, ma bellissima, visione del mondo utilizzando uno scritto di Moni Ovadia. 
In tempi che si stano facendo bui è bene ascoltare le voci di chi ancora riesce a richiamare alla luce quella dignità che è insita in ogni uomo e che i politici e la stessa società sembrano e vogliono dimenticare.

"L'istituzione del Sabato è il canto della libertà, dell'uguaglianza ed è soprattutto per lo schiavo e per lo straniero, affinché diventino a pieno titolo esseri umani, perché nella dimensione sabbatica risplenda l'essere umano in sé.
Il Sabato ci trasferisce in questa dimensione: di Sabato è proibito lavorare e  far lavorare gli altri ed è proibito consumare e indurre altri al consumo. So volessi dirlo con Karl Marx, è l'uscita dall'alienazione. Nemmeno gli animali devono lavorare, nemmeno le piante, le zolle, tutto il Creato deve risposare e tornare allo splendore della propria libertà interiore per cui è stato generato. La terra è liberata e noi siamo liberi perché siamo fatti della materia dell'universo, come ha intuito la Bibbia, dicendo che discendiamo da un uomo che si chiama Adamo.
In italiano questo nome non dice molto, ma "Adam" in ebraico viene da "adamah" ovvero gleba, zolla e significa "il gleboso", "lo zolloso".
Il Sabato afferma la dichiarazione di uguaglianza più radicale che io conosca: di Sabato non ci sono ruoli, perché se non c'è il lavoro non c'è nemmeno il comando e gli uomini sono tutti uguali.
In epoca biblica, una volta ogni sette anni, si trascorreva un intero anno "sabbatico".
Immaginiamoci di vivere un intero anno sabbaticamente. Facendo cosa ?
La nostra prima reazione sarebbe di panico. Niente televisione, niente cinema, niente teatro, niente shopping center, niente di tutto questo. Cosa potremmo mai Fare ?
Beh, fare gli esseri umani per esempio, stare coi nostri figli, cantare con loro, raccontare loro delle storie, ascoltare le loro domande, studiare con loro. E poi fare l'amore, non del "fast sex", ma con tutto il tempo che merita. Celebrare il buon cibo, prendere consapevolezza che non siamo stati creati su questa terra per essere una macchina di produzione e di consumo.
Esseri umani, semplicemente. Immaginiamoci cosa significherebbe per noi un intero anno speso a coltivare la nostra umanità, a riscoprirla, a cantarla, a celebrarla, a studiarla.
Pensate che valore immenso avrebbe per la conoscenza, la convivenza, il progresso, la scienza..."

giovedì 3 luglio 2008

Il canto

Credo che la voce sia lo strumento musicale più immediato che un'essere umano possa avere.
In un film piuttosto scemo "La pazza storia del mondo" di Mel Brooks c'è una scena indimenticabile dal titolo "la scoperta della musica":
Alcuni cavernicoli stanno trasportando delle pietre per costruire un focolare. Ad un certo punto una pietra cade su un  piede di uno di loro che caccia un urlo disperato, ma con una sua straziante musicalità.
Allora il capo cavernicolo ha un'idea: mette in fila gli altri cavernicoli e comincia a tirare sassi sui loro piedi e ognuno caccia un urlo diverso. Così, per Mel Brooks, nacque la musica.
Non deve essere andata in maniera molto differente secondo me.
Il canto è un grido che si educa, che si addolcisce, che si modula. Assomiglia all'ululato del lupo nelle notti di luna piena. L'uomo animale dichiara nel canto le sue istanze emozionali profonde.
La codificazione, le regole, sono passi successivi.
Quando voglio ricordare a me stesso che cosa significhi la parola "canto" preferisco i canti etnici e liturgici, perché contengono qualcosa di mistico, qualcosa di originario nel rapporto fra l'uomo e l'istanza del divino.
Quando un uomo, o una donna, ha la virtù sciamanica di essere posseduto da un canto interiore e sa esprimerlo, allora riesce a travalicare le frontiere della comunicazione codificata e le differenze di cultura, di lingua, di origine.
Qui sotto potete sentire una canzone di Valya Balkanska.
La voce di questa donna Bulgara, che all'epoca della registrazione era totalmente analfabeta e non era mai uscita dal suo villaggio di pastori, è stata spedita nello spazio sulla sonda Voyager nel 1977 nella speranza che qualche forma di intelligenza aliena la possa ascoltare.
Dal più remoto e nascosto villaggio Bulgaro all'infinità dello spazio. 
E' questo il potere del canto.

martedì 24 giugno 2008

Moni Ovadia - "Come una culla, il canto culla la legge"

La Toràh racconta che l'universo è stato creato dalla parola del Santo benedetto:
"Disse luce e luce fu".
Lo strumento della creazione è la voce dell'Onnipotente. La creazione è dunque un fenomeno acustico così come in seguito lo sarà la rivelazione ad Abramo prima, a tutto il popolo ebraico poi, nel deserto del Sinai: "Avete udito una voce, solo una voce".
Non c'è teofania nel monoteismo ebraico ma "teofonia". Dio si manifesta con una voce ed è la sua parola parlata che consente sia la creazione, sia la rivelazione.
Che differenza c'è fra la parola scritta che custodisce il patto e la legge, e quella parlata che crea e rivela ?
La risposta è semplice anche se non evidente: il suono, il canto.
Il canto conferisce dunque statuto generativo alla parola. I maestri della cabalàh, la mistica ebraica, osservano che la prima parola della Toràh, "in principio - bereshit in ebraico - contiene uno straordinario anagramma: taev shir, voluttà di canto.
Si può poeticamente affermare con i cabalisti, che il mondo è stato creato per la voluttà di una canto. I cabalisti ci segnalano anche che l'ultima parola del pentateuco, la legge biblica, israel, contiene un ulteriore potente anagramma: shir el, canto a Dio.
Come una culla, il canto culla la legge. Il canto è lo strumento principe della comunicazione interiore, il canto è la prima gemmazione della nostra identità quando appariamo alla luce uscendo dal ventre materno.
Ancora non lo vediamo, non lo sentiamo, eppure già cantiamo, urliamo il nostro "hinneni", il nostro eccomi e, vagito dopo vagito, vocalizzo dopo vocalizzo, sillaba dopo sillaba, conquistiamo la lingua mettendoci in cammino verso il canto.
In seguito perderemo la grazia di quel canto interiore perché saremo imprigionati in un contesto di apprendimento burocratico e rigidamente normativo. La cantoralità ebraica, khazanuth, una delle grandi arti della spiritualità monoteistica, ci consente di riprendere il viaggio nei territori profondi dell'animus umano dove si manifestano le pulsioni primarie a costruire senso nelle proprie emozioni e nelle strutture profonde del sentimento.
Per questo lo strumento interpretativo più importante del cantore è la kavanàh, la partecipazione, l'adesione al canto come dialogo intimo con l'urgenza del divino in presenza come in assenza.

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giovedì 19 giugno 2008

Arvo Part - "ma questo tipo di cose non si possono spiegare".

Vale la pena prendersi una pausa per ascoltare Arvo Part. Musicista estone nato a Paide l' 11 settembre 1935, Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli".

Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo.

"Non posso spiegare in questo momento. Le radici non sono visibili. Credo che i milioni di calcoli che ogni computer riesce a svolgere in un lasso brevissimo di tempo non siano che una minima parte di quello che possiamo fare noi esseri umani. Non possiamo forse riuscire a portare a termine un progetto con la stessa precisione di cui è capace una macchina, ma siamo in grado di riconoscere corrispondenze e tracciare collegamenti.Esiste una relazione tra la formulazione embrionale di una frase musicale e un altro mondo assai complicato che portiamo in noi e che finisce con il determinare ogni cosa; ma questo tipo di cose non si possono spiegare."

Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita.

Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa.

Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.


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martedì 17 giugno 2008

E' morto Mario Rigoni Stern, il Sergente della neve.

Mario Rigoni Stern per me era come "la Pietà" di Michelangelo, non l'ho mai vista, ma il solo sapere che c'era mi faceva sentire meglio.

"Al mattino gli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere.
Allora con questo "suonar di bracchetti" ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zuffolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario, che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una castagna di legna, schizzar via lo scricciolo. 
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.  
(Stagioni - Mario Rigoni Stern)


venerdì 13 giugno 2008

La polvere del mondo - Nicolas Bouvier

"Appoggiati contro una collina, guardiamo le stelle, i movimenti vaghi della terra che se va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi.
Il tempo passa tra tè bollenti, qualche frase, sigarette; poi s'alza l'alba, e s'allarga, le quaglie e le pernici si mettono in mezzo...e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, leggerissimo, e la parola "felicità" parrebbe troppo misera e specifica per descrivere tutto ciò che vi succede.
In fin dei conti, ciò che costituisce l'ossatura dell'esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno sia bene per voi; ma alcuni istanti di questo tipo, innalzati da una levitazione ancora più serena di quella dell'amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia proporzionale al ritmo del nostro debole cuore."

mercoledì 11 giugno 2008

Le piccole memorie - José Saramago

"Era scesa la sera, nel silenzio della campagna si udivano solo i miei passi. Se l'incontro fu fortunato o meno, lo racconterò più avanti. Ci fu un ballo, ci furono i fuochi d'artificio, credo di aver lasciato l'abitato quando ormai doveva essere mezzanotte. Una luna piena, meno splendente dell'altra, illuminava tutto all'intorno. Prima del punto in cui avrei dovuto abbandonare la strada per addentrarmi nei campi, lo stretto sentiero su cui procedevo parve terminare all'improvviso, nascondendosi dietro a un'alta siepe, e mi mostrò, come a impedirmi il passo, un albero isolato, alto, in un primo momento scurissimo contro la trasparenza notturna del cielo. Tutt'a un tratto, però, arrivò una folata di vento.
Fece rabbrividire i teneri steli dell'erba, fremere le verdi lame dei canneti e ondeggiare la acque scure di una pozza.
Come un'onda, sollevò i rami protesi dell'albero, risalì contro il tronco mormorando e allora, di colpo, le foglie voltarono alla luna la faccia nascosta e il faggio (era un faggio) si coprì tutto di bianco fino alla cima più alta. Fu un'istante, non più che un'istante, ma il suo ricordo durerà quanto dovrà durare la mia vita.
..Dopo aver camminato a lungo, mi imbattei in mezzo alla campagna, in una capanna. Dormii là.
Quando mi svegliai, al primo chiarore del mattino,e uscii strofinandomi gli occhi in quella foschia luminosa che a stento lasciava intravedere i campi intorno, sentii dentro di me, se ben rammento, se non lo sto inventando ora, di essere, finalmente, appena nato. Oramai era ora.

domenica 8 giugno 2008

Il fiume

Molti anni dopo, con le parole dell'adulto che oramai era diventato, l'adolescente avrebbe scritto una poesia su quel fiume  - umile corrente d'acqua oggi inquinata e maleodorante - il cui si era immerso e nel quale aveva navigato. 


La intitolò "Protopoema" ed è questa:


"Dal gomitolo attorcigliato della memoria, dall'oscurità dei doppi
nodi, tiro un filo che mi sembra sciolto.
Pian piano lo libero, per paura che mi si disfi tra le dita.
E' un filo lungo, verde e azzurro, che odora di limo e ha la calda
morbidezza del fango vivo.
E' un fiume.
Mi scorre tra le mani, ora bagnate.
Tutta l'acqua mi passa fra le palme aperte, e d'improvviso non so se
le acque nascano da me o verso di me fluiscano.
Continuo a tirare, ormai non solo più memoria, ma il corpo stesso del
fiume.
Sulla mia pelle navigano barche, e io sono pure le barche e il cielo
che le sovrasta, e gli alti pioppi che lentamente scivolano sulla
pellicola luminosa degli occhi.
Nuotano nel mio sangue pesci e oscillano fra due acque come i richiami
imprecisi della memoria.
Sento la forza delle braccia e il bastone che le prolunga.
Nel profondo del fiume e di me, scende come un lento e deciso parlare
del cuore.
Ora il cielo è più vicino e ha cambiato colore.
E' tutto verde e sonoro perché di ramo in ramo risveglia il canto
degli uccelli.
E quando in un ampio spazio la barca si ferma, il mio corpo nudo
brilla sotto il sole, nello splendore più grande che accende la
superficie delle acque.
LI si fondono in una sola verità i ricordi confusi della memoria e la
sagoma repentinamente annunciata del futuro.
Un uccello senza nome scende non so da dove e silenzioso va ad
appoggiarsi sulla rigida prua della barca.
Immobile, aspetto che l'acqua si bagni tutta di azzurro e che gli
uccelli dicano sui rami perché son alti i pioppi e rumorose le loro
foglie.
Poi, corpo di barca e di fiume della dimensione dell'uomo, proseguo
verso la fulva acqua stagnante che le spade verticali circondano.
Lì, di tre palmi interrerò il mio remo fino alla pietra viva.
Sarà il grande silenzio primordiale quando le mani si congiungeranno
alle mani.
Poi saprò tutto."
Non si sa tutto, non si saprà mai tutto, ma ci sono momenti in cui
possiamo crederlo, forse perché in quell'attimo nient'altro potrebbe
rientrare nella nostra anima, nella nostra coscienza, nella nostra
mente, in quel che si voglia chiamare ciò che ci rende più o meno umani.
(Le piccole memorie - José Saramago)

venerdì 6 giugno 2008

Immigrati: Reato o aggravante ??

Riporto da un' articolo pubblicato sul sito del Movimento Ecclesiale Carmelitano:

«Caro papa, chi ti scrive è una ragazza di diciannove anni d'etnia zingara. Come saprai il mio popolo non ha un santo zingaro al quale rivolgere le sue preghiere. Ti chiedo allora di santificare il Pelé il più presto possibile, perché noi Rom possiamo ricevere il dono immenso dell'amore di Dio, attraverso il Pelé, vero Rom e vero cristiano. Per noi il Pelé è la prova che Dio vuole correggere i nostri infiniti peccati donandoci un santo…» (Emanuela).

E' una delle lettere inviate, alcuni anni fa, a Giovanni Paolo II da un campo nomadi della Lombardia per promuovere la santità di Zeffirino Jiménez Malla, il primo "zingaro" proclamato beato il 4 maggio 1997 da Karol Wojtyla.

A proposito della recente decisione del Governo italiano di rendere "reato" l'immigrazione illegale e dell'intollerabile e vergognosa protesta, sollevata in questi giorni dagli esponenti del Carroccio, contro l'iniziativa del comune di Mestre di costruire un campo attrezzato per i nomadi, e certamente a proposito delle idee xenofobe di qualcuno… leggo nel libro di P. Antonio M. Sicari "Santi del nostro tempo" edito dalla Jaca Book questa interessantissima introduzione al profilo biografico del beato Zeffirino Jiménez Malla.

"Tutti gli uomini hanno una sola origine e un solo destino: Dio, Padre misericordioso; ed hanno un solo Salvatore che per tutti ha dato la vita, «abbattendo il muro della divisione, nel suo sangue», come dice la Scrittura. Perciò i cristiani dovrebbero essere sempre addolorati, quando esperimentano la divisione, quando la diversità - invece di essere rispettata e valorizzata - viene disprezzata, offesa e rifiutata. E ciò può accadere quotidianamente perfino all'interno di una famiglia; e continua ad accadere da secoli tra popoli, razze, nazioni, classi sociali, religioni. Dovunque vediamo uomini che si odiano e si combattono perché incapaci di accettare «la diversità» altrui. Molti si sentono giustificati, perché la diversità appare ai loro occhi minacciosa, o perché si è fatta addirittura esperienza della sua pericolosità. E si conclude che difendersi non è solo un diritto, ma un dovere. Si dice allora che non si rifiutano gli altri perché sono diversi, ma perché sono pericolosi. E non ci si interroga quasi mai se non sia piuttosto vero il contrario: che gli altri, cioè, sono diventati pericolosi perché la loro diversità è stata troppo a lungo emarginata, rifiutata, violentata. Ma se questo è vero per tutti, che cosa accade quando «la diversità» è tale da essere addirittura una definizione? È quel che succede da sempre agli zingari".

P. Sicari ricorda che nei genocidi programmati da Hitler, gli zingari occuparono tristemente il secondo posto. Essi venivano considerati «Portatori di una eredità notoriamente greve e malata, perché essi sono dei criminali inveterati, parassiti in seno al nostro popolo, al quale non possono apportare che danni immensi, mettendo a grave rischio la purezza del sangue…».

"Venne così deciso – prosegue il teologo carmelitano – di estirparli dall'Europa. Prima si pensò alle deportazioni e alla emigrazione forzata, poi allo sterminio. Già nel marzo del 1944 Himmler dava ordine di ritirare tutte le circolari e i divieti pubblici contro gli zingari, semplicemente perché di zingari non c'erano più nei domini del Reich. In Crimea ne furono uccisi 800 la notte di Natale del 1941. Più di 30.000 furono eliminati nelle camere a gas di Auschwitz, 4.000 in una sola notte dell'agosto del 1944. In totale si pensa che ne siano stati uccisi circa 200.000. Qualcuno parla addirittura di mezzo milione. Ma gli zingari non hanno mai avuto voce, nemmeno per chiedere pentimenti, né per far scrivere libri o produrre film sul loro olocausto. Nessuno si è mai battuto il petto davanti a loro".

Una strage di notevoli proporzioni che dovrebbe far riflettere, soprattutto coloro che in questi giorni hanno sbrigativamente creduto di risolvere il problema delle immigrazioni in Italia optando per un'azione di forza.

Immediata la condanna dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Louise Arbour: "In Europa, le politiche repressive, così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti, contro l'immigrazione irregolare e minoranze indesiderate, sono una seria preoccupazione […]. Esempi di queste politiche ed atteggiamenti sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l'immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano". Anche il Vaticano ha espresso preoccupazione per le novità proposte dal pacchetto sicurezza presentato dal consiglio dei ministri italiano.

A distanza di poche ore giunge anche la precisazione del Presidente del Consiglio italiano: «La mia idea – afferma Silvio Berlusconi – è che non si possa perseguire qualcuno per la sua permanenza irregolare nel nostro Paese condannandolo per un reato. Mentre penso che possa essere considerata un'aggravante nel caso in cui commetta un illecito».

"C'è troppa malafede, o almeno ignoranza, – prosegue l'analisi sviluppata da P. Sicari – in chi guarda oggi con sdegno ai gruppi di zingari che vivono a ridosso delle nostre città, identificandoli solo per quel tanto di parassitario, di provocatorio o di profittatorio che c'è in alcuni di loro – manifestazioni ben note del resto, anche nelle nostre società – dimenticando i tempi in cui gli zingari sono stati costretti a considerarsi e a considerarci non solo diversi, ma nemici. […] Comunque stiano le cose, noi cristiani abbiamo un problema in più nei riguardi degli zingari, se pensiamo che è sempre stato vanto della Chiesa dire al mondo che nel suo grembo trovano posto e accoglienza tutte le diversità. […] E pensare che noi cristiani – che diciamo spesso con la Scrittura di essere «soltanto pellegrini in questa terra» – dovremmo sentire una certa affinità verso questo «popolo del vento». Ed avremmo anche alcune cose da imparare. Ed abbiamo anche tante responsabilità verso di loro, oggi più che nel passato: le nostre città secolarizzate (alle quali gli zingari si accostano, subendone il fascino) non solo non li aiutano affatto a difendere gli aspetti sani della loro tradizione (rispetto e attenzione per gli anziani, culto della famiglia, amore alla libertà, senso della festa e della pace), ma minacciano di assimilarli – nel peggio, beninteso – trasmettendo i potenti virus dell'individualismo, del consumismo, della trasgressione. Per questo è stato un grande giorno quello in cui il popolo degli zingari è stato convocato a piazza San Pietro per assistere alla beatificazione di un loro fratello".

martedì 20 maggio 2008

La bellezza

"Sappiate che senza l'Inghilterra l'umanità potrebbe ancora vivere,
senza la Germania pure, senza l'uomo russo lo potrebbe anche troppo
bene, senza la scienza potrebbe, potrebbe senza il pane, solo senza la
bellezza non potrebbe vivere, perché non ci sarebbe nulla da fare al
mondo. Tutto il segreto è qui.
La stessa scienza non resisterebbe un minuto senza la bellezza, si
convertirebbe in volgarità."
(F.Dovstoevskij - I demoni)

Parole di libertà - Etty Hillesum

Alla vigilia della sua deportazione in un campo di concentramento:

"Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell'aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose.
Si deve insegnarlo agli ebrei.
Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l'ampio cielo ai margini della città, respiravo a fresca aria non razionata. 
Dappertutto c'erano cartelli che vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell'unico pezzo di strada che mi rimane c'è pur sempre il cielo, tutto quanto.

Non possono farci niente, non posso veramente farci niente.

Trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e "lavorare a se stessi" non è proprio una forma di individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà trovata da ognuno in se stesso - se ogni uomo si sarà liberato dall'odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quell'odio e l'avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.
E' l'unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumoni.
Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell'anno del Signore 1942, l'ennesimo anno di guerra. 
(Etty Hillesum - Diario 1941/43)

venerdì 16 maggio 2008

Se la Cina blocca anche il mio blog...

Scopro con piacere e con preoccupazione che il mio blog è stato bloccato dalle autorità Cinesi e non è più accessibile nel paese che ospiterà le prossime olimpiadi.
Fa un certo effetto sapere che un blog piccolo e insignificante come il mio, che ha da poco superato le 500 visite, possa preoccupare una superpotenza mondiale...
Evidentemente devono avere una paura matta, ed è questa la cosa che mi fa piacere.

domenica 11 maggio 2008

"Il sacro è prima di tutto una cosa vuota. Un sacello, una conchiglia che amplifica le vibrazioni del cosmo...

Padre Arrigo, giovane monaco con base a Camaldoli, in Toscana, mi dice che il silenzio è "guardiano del mistero", rende possibili "percezioni inaudite", fa del passare del tempo una perfetta celebrazione.
Ma il silenzio è anche disponibilità, accoglienza, stupore; e queste, insiste, sono qualità al femminile.

La sera, in refettorio, me ne ha lungamente parlato il Priore Alessandro.
"Esiste il silenzio vuoto, totalitario, che ti schianta. E c'è il silenzio pieno, dello spazio sacro che ti riempie. I monaci cercano il secondo".
Il greco dice già tutto. 
Erema: dolcemente, quietamente, tacitamente, lentamente. 
Eremazo: sono quieto, silenzioso, melanconico.
Eremei: sto calmo, zitto, saldo, immobile.

Nell'era del rumore, la scelta del silenzio è rivolta, atto di guerra e amore, rivendicazione di libertà. Ma forse anche nell'anno Mille, tempo del fondatore Romualdo, era la stessa cosa."

(Paolo Rumiz - La leggenda dei monti naviganti)


lunedì 5 maggio 2008

Solo i viaggiatori finiscono

Il viaggio non finisce mai.
Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione.
Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero.
Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era.
Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.
Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
Il viaggiatore ritorna subito.
(Josè Saramago da Viaggio in Portogallo)

venerdì 2 maggio 2008

Tanto quanto è tenebroso il mare

"E i marinai, domandò lei, Non è venuto nessuno, come potete vedere, Ma li avete ingaggiati, almeno, insistette lei, Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più e che, anche se ci fossero, non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case e la bella vita delle navi da crociera per imbarcarsi in avventure oceaniche, alla ricerca dell'impossibile, come se fossimo ancora al tempo del mare tenebroso, E voi, che cosa gli avete risposto, Che il mare è sempre tenebroso, E non gli avete parlato dell'isola sconosciuta, Come avrei potuto parlare di un'isola sconosciuta, se non la conosco, Ma siete sicuro che esiste, Tanto quanto è tenebroso il mare."
(Il racconto dell'isola sconosciuta - José Saramago)

martedì 29 aprile 2008

Il mondo è pieno di persone oneste. Si riconoscono dal fatto che compiono le cattive azioni con più goffaggine.
Charles Péguy

mercoledì 16 aprile 2008

Un mondo battuto dal vento

Sarò altrettanto soddisfatto nell'ottobre 1951 ?  
Allora avrò scritto "Sulla strada", "Il Natale dell'imbecille" e magari anche tutto il "Dottor Sax" e anche dei racconti. 
Avrò ricevuto una borsa di studio Guggenheim e viaggiato per tutta l'Europa; avrò comprato una casa, magari una macchina; forse mi sarò sposato; di certo avrò amato diverse belle donne, chi più chi meno; avrò fatto molte amicizie e avrò incontrato i grandi del mondo; avrò deciso riguardo a futuri grandi libri e poesie; mi sarò avvicinato alla morte e ancor più a Dio; avrò superato la malattia e il duro lavoro, sarò ingrassato e avrò perso i capelli e avrò qualche ruga in più.  
E sarò stato preda dei misteri.  
E sarò stato solo.  
E sarò stato malato.  
E sarò stato tronfio.  
E sarò Stato mite.  
E sarò stato sciocco.  
E sarò stato crudele, senza fede e ottuso; e sarò stato pieno di entusiasmo; e mi sarò sentito rotto, freddo, secco, stonato, picchiato; e sarò stato divertente, sarò stato stupido; e mi sarò meravigliato e mi sarò arrabbiato, avrò gridato, mi sarò accigliato, avrò sprizzato, strillato, urlato, confessato, cagato; e sarò stato un osso e sarò stato un cespuglio, avrò dormito e mi sarò svegliato; avrò pianto, imprecato, scalciato, meditato, strisciato, implorato, cercato, mi sarò dimenato, avrò sorriso, parlato a vanvera, guardato nel vuoto, esitato, fatto il cretino; insomma, tutto quello che tu e io possiamo fare, e nulla di tutto ciò ci renderà più stupidi, o più santi, solo un pò più vecchi e, dovrei dire, più divertenti, a causa di Dio.                 
Così credo che sarò anche diventato un comico. 

(Un mondo battuto dal vento - Jack Kerouac)

mercoledì 9 aprile 2008

E non chiedere nulla


Ora invece la terra
si fa sempre più orrenda:
il tempo è malato
i fanciulli non giocano più
le ragazze non hanno
più occhi
che splendono a sera.
E anche gli amori
non si cantano più,
le speranze non hanno più voce,
i morti doppiamente morti
al freddo di queste liturgie:
ognuno torna alla sua casa
sempre più solo.
Tempo è di tornare poveri
per ritrovare il sapore del pane,
per reggere alla luce del sole
per varcare sereni la notte
e cantare la sete della cerva.
E la gente, l'umile gente
abbia ancora chi l'ascolta,
e trovino udienza le preghiere.
E non chiedere nulla.
(P.David Maria Tudoldo)

domenica 6 aprile 2008

Voglia di Appennini

C'è, forse, che le Alpi sono diventate sentinelle della fede ai tempi del Concilio di Trento contro Lutero e guardiane della nazione alla vigilia della Grande Guerra. Gli Appennini, invece non si sono mai fatti reclutare militarmente dagli stati maggiori. Semmai, sono stati nido di resistenze. O meglio lo sono sempre rimasti, dal tempo dei Sanniti, schiacciati per secoli da Roma. Gli Appennini non si sono fatti riempire di ossari, sacrari e campanili-sentinella.
Forse sono semplicemente rimasti ciò che erano anche le Alpi prima che la patria chiamasse. Un' universo anarchico, defilato e solidale, custode di diversità mirabolanti. 
Giorni fa passavo in aereo sulle Alpi. Dal finestrino riconoscevo tutto. Sulle Alpi è impossibile perdersi, hai quei grandi pilastri che ti orientano sempre. Quando volo da Roma a Milano, invece, non riconosco nulla, a parte i laghi. Navigo nell'indistinto, come in un mare in tempesta. Perché ? Perché non so collocare Teramo, Macerata o Ascoli su una carta muta d'Italia ? Perché i Simbruini, le Mainarde o i Monti della Daunìa annegano nel grande nulla ? E Annibale, dove ha scollinato nella sua marcia su Roma ? 
Ogni volta mi chiedo se quel vuoto che mi inghiotte è solo geografico o è qualcos'altro.
..
E' come se qualcuno avesse paura di quelle montagne, temesse il risveglio dei Sanniti, degli Apuani o dei misteriosi Etruschi. 
O forse è la nostra anima cattolica, che dopo secoli teme ancora un confronto con le Sibille, o un incontro con i vecchi dèi - fauni, centauri, Naiadi - in esilio nelle foreste o nelle fiumare del Centro-Sud. 
(La leggenda dei monti naviganti - Paolo Rumiz)



venerdì 4 aprile 2008

Le elezioni si avvicinano...

Le elezioni si avvicinano e poco dopo aver dato un'occhiata alle principali testate giornalistiche mi sento preso dallo sconforto.
Il PD parla solo di economia, il PDL parla solo di valori, Ferrara viene aggredito da quelli che dovrebbero essere i "pacifisti"...





Adesso che tutti si spacciano per "uomini nuovi" e per salvatori della patria non posso far altro che riportare una storiella ebraica di Moni Ovadia:

Un balen (uomo senza arte ne parte, sfaccendato) rincasa e, raggiante, annuncia alla madre disperata per quel figlio sfaccendato: "Mame, mamele ! Ho trovato un lavoro. Devo andare in cima al villaggio e guardare se arriva Messia. Se vedo lui devo fare annuncio. Mamele sei cantentaaa ? Mi dano cinqve groschen la settimana".
La madre imbestialita:" Che figlio deficiente ! Che razza di lavoro "avvistatore di Messia" ? Con cinque groschen faremo la fame !"
"Si, ce l'hai ragione mamele. Ma almeno è lavoro permanente !"

Quanto dovrà aspettare l'Italia per avere i suoi salvatori ?



mercoledì 2 aprile 2008

Il cristianesimo in un mondo non religioso

Nella lettera del 30 aprile 1944 da Tegel, di cui qui riportiamo i passi piú significativi, Bonhoeffer annuncia il suo programma teologico: trovare un linguaggio nuovo per l'annuncio in un mondo non piú religioso.


Ciò che mi preoccupa continuamente è la questione di che cosa sia veramente per noi, oggi, il cristianesimo, o anche chi sia Cristo. È passato il tempo in cui questo lo si poteva dire agli uomini tramite le parole – siano esse parole teologiche oppure pie –; cosí come è passato il tempo della interiorità e della coscienza, cioè appunto il tempo della religione in generale. Stiamo andando incontro ad un tempo completamente non-religioso; gli uomini, cosí come ormai sono, semplicemente non possono piú essere religiosi. Anche coloro che si definiscono sinceramente "religiosi", non lo mettono in pratica in nessun modo; presumibilmente, con "religioso" essi intendono qualcosa di completamente diverso.

Il nostro annuncio e la nostra teologia cristiani nel loro complesso, con i loro 1900 anni, si basano però sull'"apriori religioso" degli uomini. Il "cristianesimo" è stato sempre una forma (forse la vera forma) della "religione". Ma se un giorno diventa chiaro che questo "apriori" non esiste affatto, e che s'è trattato invece di una forma d'espressione umana, storicamente condizionata e caduca, se insomma gli uomini diventano davvero radicalmente non religiosi – e io credo che piú o meno questo sia già il caso (da che cosa dipende ad esempio il fatto che questa guerra, a differenza di tutte le precedenti, non provoca una reazione "religiosa"?) – che cosa significa allora tutto questo per il "cristianesimo"? Vengono scalzate le fondamenta dell'intero nostro "cristianesimo" qual è stato finora, e noi "religiosamente" potremo raggiungere soltanto qualche "cavaliere solitario" o qualche persona intellettualmente disonesta. Dovrebbero essere questi i pochi eletti? Dovremmo gettarci zelanti, stizziti o sdegnati proprio su questo equivoco gruppo di persone per smerciar loro la nostra mercanzia? Dovremmo noi aggredire qualche infelice colto in un momento di debolezza e per cosí dire, violentarlo religiosamente? Se non vogliamo niente di tutto questo, se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare il signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? Se la religione è solo una veste del cristianesimo – e questa veste ha assunto essa pure aspetti molto diversi in tempi diversi – che cos'è allora un cristianesimo non-religioso?

Barth, che è stato l'unico ad aver cominciato a pensare in questa direzione, non ha poi portato a termine e pensato fino in fondo queste idee, ma è pervenuto invece ad un positivismo della rivelazione (Offenbarungspositivismus) che in fin dei conti s'è ridotto ad una sostanziale restaurazione. Qui l'operaio non-religioso o l'uomo in generale non hanno guadagnato nulla di decisivo. Le risposte cui bisognerebbe rispondere sono invece: che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? Come parliamo di Dio – senza religione, cioè appunto senza i presupposti storicamente condizionati della metafisica, dell'interiorità ecc. ecc.? Come parliamo (o forse appunto ormai non si può piú "parlarne" come s'è fatto finora) "mondanamente" (weltlich) di "Dio", come siamo cristiani "non-religiosi-mondani", come siamo ek-klesía, cioè chiamati-fuori, senza considerarci religiosamente favoriti, ma piuttosto in tutto e per tutto appartenenti al mondo? Cristo allora non è piú oggetto della religione, ma qualcosa di totalmente diverso, veramente il signore del mondo. Ma che significa questo? Che significato hanno il culto e la preghiera nella non-religiosità? Acquista forse una nuova importanza a questo punto la disciplina dell'arcano, ovvero la mia distinzione (che tu già conosci) tra penultimo e ultimo?

[...]

Spesso mi chiedo perché un "istinto cristiano" mi spinga frequentemente verso le persone non-religiose piuttosto che verso quelle religiose, e ciò assolutamente non con l'intenzione di fare il missionario, ma potrei quasi dire "fraternamente". Mentre davanti alle persone religiose spesso mi vergogno a nominare il nome di Dio – perché in codesta situazione mi pare che esso suoni in qualche modo falso, e io stesso mi sento un po' insincero (particolarmente brutto è quando gli altri cominciano a parlare in termini religiosi; allora ammutolisco quasi del tutto, e la faccenda diventa per me in certo modo soffocante e sgradevole) – davanti alle persone non-religiose in certe occasioni posso nominare Dio in piena tranquillità e come se fosse una cosa ovvia. Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti un po' piú avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo; per me il discorso sui limiti umani è diventato assolutamente problematico (sono oggi ancora autentici limiti la morte, che gli uomini quasi non temono piú, e il peccato, che gli uomini quasi non comprendono?); mi sembra sempre come se volessimo soltanto timorosamente salvare un po' di spazio per Dio; – io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell'uomo. Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l'irrisolvibile. La fede nella resurrezione non è la "soluzione" del problema della morte. L'"aldilà" di Dio non è l'aldilà delle capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla che fare con la trascendenza di Dio. È al centro della nostra vita che Dio è aldilà. La Chiesa non sta lí dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio. Cosí stanno le cose secondo l'Antico Testamento, e noi leggiamo il Nuovo Testamento ancora troppo poco a partire dall'Antico. Attualmente sto riflettendo molto su quale aspetto abbia questo cristianesimo non-religioso, e quale forma esso assuma; te ne scriverò presto ancora e piú a lungo. Forse a questo proposito a noi che ci troviamo al centro tra est ed ovest tocca un compito importante.

D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Paoline, Milano, 1988, pagg. 348-350

martedì 1 aprile 2008

Felicità parte 2°


Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.
(Oscar Wilde)





Ritengo quindi di poter classificare gli individui che la filosofia può accogliere, in tre categorie di naviganti. La prima è di coloro che, raggiunto l'uso della ragione, senza sforzo, con qualche leggero colpo di remi, salpano senza tentare il largo e si rifugiano nella tranquillità. Di là erigono per quanti è possibile, affinché si sforzino di raggiungerli, il faro splendente di qualche loro opera. La seconda categoria, opposta alla precedente, è di coloro che, ingannati dalla fallace superficie del mare, hanno deciso d'avanzare al largo ed osano allontanarsi dalla patria e spesso se ne dimenticano. E se un vento, che credono favorevole, li sospingerà da poppa non saprei in quale direzione e in maniera assai occulta, incorrono nel colmo dell'infelicità. Ma ne sono orgogliosi e soddisfatti perché fino a tal punto li favorisce la serenità assai ingannevole dei piaceri e degli onori. E ad essi non si deve augurare altro che una sfavorevole e, se è poco, una veramente crudele tempesta, proprio in quelle soddisfazioni da cui sono trattenuti nel piacere ed inoltre il vento contrario che li conduca, magari piangenti e gementi, a godimenti sicuri e stabili. Tuttavia taluni di questa categoria, non essendosi ancora molto allontanati, sono ricondotti da avversità non tanto gravi. Sono gli uomini che, quando le lacrimevoli perdite delle loro sostanze o le angustianti difficoltà per futili interessi li stimoleranno a leggere, poiché non rimane loro altro da fare, libri di uomini dotti e molto saggi, si svegliano, per così dire, nel porto stesso, da cui non possono farli uscire le lusinghe del mare troppo falsamente tranquillo. Fra le due precedenti v'è una terza categoria. È di coloro che o fin dall'adolescenza, ovvero dopo essere stati a lungo e duramente sballottati qua e là, tengono lo sguardo volto ad alcuni fari e, sebbene fra i marosi, si ricordano della patria diletta e con dritto corso senza inganni e senza indugi vi ritornano. O più spesso lasciando la retta via a causa delle nebbie o fissando lo sguardo su stelle che declinano all'orizzonte o presi da qualche allettamento, rimandano il tempo propizio alla navigazione, errano piuttosto a lungo e spesso anche rischiano di naufragare. Anche essi spesso sono ricondotti alla auspicata vita serena dalla sventura nei beni caduchi, la quale può apparire come tempesta contraria ai loro tentativi.
(S.Agostino - La felicità)

lunedì 17 marzo 2008



"Tornato sulla strada vidi un grande sole sorridente.
Era il Giorno del Bene e il Giorno del Male e tutto era luminoso e nuovo.
Mi sembrò che gran parte della distruzione fosse arrecata
da quelli che non riuscivano a scegliere tra i due."

(Nick Cave - Darker With The Day)

mercoledì 5 marzo 2008












La fantasia è un posto dove ci piove dentro.
(Italo Calvino)

martedì 4 marzo 2008

"PAESAGGIRE"










"E' da li che a me è venuta la voglia, o è tornata, di guardare non solo sempre avanti, ma anche oltre il bordo della strada. Per "PAESAGGIRE" come dice Zanzotto.
No ! Il paesaggio non è il panorama che si può comprare in cartolina, perché ci siamo dentro noi nel paesaggio !!
PAESAGGIRE ! IMMAGINARE !!
Non solo nel virtuale, ma anche nel reale. Leggere i segni di quello che accadrà domani in quello che hai intorno adesso; il paesaggio non è una quinta da teatro che si possa tirare via così insieme al resto...senza che insieme strappino anche noi dalla scena. E' per questo che ci sentiamo rigidi, spaesati, impauriti..."

(Marco Paolini - Bestiario veneto)

mercoledì 27 febbraio 2008

La bufala dell'informazione pubblica

Riporto da una e.mail inviatami da un amico:
Qualche giorno fa i telegiornali e i giornali italiani hanno dato risalto a un documento approvato dall'ordine dei medici (e diffuso dal suo presidente nazionale) nel quale si dava un forte sostegno alla legge 194. Il giorno dopo Avvenire rivelava che in realtà era stato approvato un documento completamente diverso e che quello pubblicizzato non era stato votato ma era stato semplicemente presentato (insieme ad un'altra decina di documenti): la notizia del giorno prima era sostanzialmente una bufala. Il giorno successivo nessun giornale è entrato nel merito della vicenda ma si sono tutti limitati a denunciare lo scontro in atto: eppure bastava intervistare qualche presidente provinciale dell'ordine dei medici cioè bastava agire un minimo da giornalisti. Il giorno dopo ancora (e siamo a ieri) è Avvenire che riporta le interviste a diversi presidenti provinciali dimostrando così di aver ragione; qualcuno di loro chiede anche le dimissioni del presidente nazionale. Oggi nessun giornale dice niente.
Il risultato è che nell'opinione comune una bufala è passata per realtà. Mi chiedo se è solo cattivo giornalismo oppure ideologia, conformismo o qualcos'altro ancora.

Nicola

Brendan Behan



Quando feci ritorno a Dublino, ero stato processato da una corte marziale durante la mia assenza e allo stesso modo condannato a morte, così ritengo che mi spareranno in mia assenza.

mercoledì 13 febbraio 2008

La massima di oggi...

"Contro la stupidità anche gli dei lottano invano"
Friedrich Schiller

sabato 9 febbraio 2008

Le parole per guardarle

"Ogni mente chiusa nel linguaggio è capace solo di opinioni.
Ogni mente capace di afferrare pensieri inesprimibili è già nella verità."
(Simone Weill)

...Il giovane Ugo da San Vittore era stato iniziato alla lettura di tipo monastico. Principalmente egli "ascoltava" il libro assimilando il suono delle righe (voces paginorum), in cerca della sapienza piuttosto che della conoscenza.
Per lui la pagina non era la registrazione della parola ma la rappresentazione visiva di un pensiero e la lettura era una forma di pellegrinaggio, un'atto di incarnazione anzichè di astrazione.
Il libro, a quel tempo, veniva portato solennemente in processione, come un oggetto di culto o una reliquia degna di adorazione. Durante la liturgia lo si illuminava con un cero particolare ed era oranto con l'incenso. Ugo si trovava alla fine di una tradizione di lettura mormorata, medidativa, gustativa che ha inizio con i padri della chiesa, specialmente Agostino.
Fu proprio Agostino che però, pieno di meraviglia, una notte fece la scoperta che era possibile leggere in silenzio; egli imparò quest'arte al fine di non svegliare i confratelli, con le sue meditazioni.
Nel 1240 era già in auge un rivoluzionario sistema di consultazione rapida, il nuovo sistema di impaginazione che si afferma utilizza i sommari di testa, i paragrafi, le evidenziazioni con l'inchiostro rosso mercurio, addirittura le introduzioni, il volume viene frazionato e imbrigliato in capitoli successivi che sono poi elencati nell'indice generale...
Il testo comincia a "galleggiare" sulla pagina, diventa autonomo, si radica nel libro. Il libro che in precedenza si poteva leggere solo dall'inizio alla fine, ora diventa accessibile in qualsiasi punto e chi legge si sente spinto ad abbreviare i passaggi, a sorvolare su alcune parti, a tralasciare qualcosa.
Così la lettura da esercizio spirituale si trasforma in una disciplina scolastica; la scrittura perde la sua sacralità e si degrada a comunicazione.
Perciò ogni qual volta che le parole sono di nuovo composte per essere mostrate e divengono cioè parole da guardare, è come se riacquistassero mille significati e mille profumi...

mercoledì 6 febbraio 2008

Johann Wolfgang von Goethe - Aforismi











1. Essere stato un uomo significa aver dovuto combattere.
2. Gli indù del deserto fanno voto di non mangiare pesce.
3. Certi libri sembrano scritti non perché leggendoli s'impari, ma perché si sappia che l'autore sapeva qualcosa.
6. Le cose che amiamo ci modellano.
7. Non possiamo imparare a conoscere le persone quando vengono da noi; dobbiamo noi andare da loro per vedere quello che sono.
8. Posso impegnarmi a essere sincero; ma non ad essere imparziale.

Enzo Biagi - Aforismi












1. La mia generazione trovava eccitante leggere un'edizione della Divina Commedia con le illustrazioni del Doré. Adesso sui muri c'è scritto " CULO BASSO BYE BYE ". Capisce che è un po' diverso?

2. Si può essere a sinistra di tutto, ma non del buon senso.

3.La Democrazia è fragile e a piantarci sopra troppe bandiere si sgretola.

4.È difficile non desiderare la donna d'altri, dato che quelle di nessuno, di solito, sono poco attraenti.
5.
Quando sento dire che uno è considerato un innovatore perché decide di leggere il telegiornale in piedi, è come se ti chiedessero se scrivi con la biro o con la macchina, e quanto questo influisce.
6.Ho sempre creduto che, se c'è un posto al mondo dove non esistono le razze questo è proprio l'Italia: infatti le nostre antenate ebbero troppe occasioni di intrattenimento.
7.La società è permissiva nelle cose che non costano nulla.

8.I giornali sarebbero ansiogeni? Ma la Bibbia non comincia forse con un delitto?

domenica 3 febbraio 2008

Qui comincia il nuovo compianto d'oltremare (canzone di crociata del XII)









"Giovani scudieri dal pelo matto,
mi rammarico molto della vostra insensatezza,
perchè non vi preoccupate di fare alcuna cosa utile
ne migliorate in alcunchè.
Sebbene discendiate da uomini di valore
(così come li conobbi li definisco),
voi siete stupidi e fatui
non curando i doveri del vostro rango.
Avete vergona di vedere un uomo valoroso.
I vostri sparvieri sono molto più desti di voi,
è la verità;
ve ne sono tali infatti che, non appena li lanciate,
vi portano l'allodola sulla mano.
Sia sprezzato chi si vanta di voi:
non si vanta certo Dio nè il vostro paese;
Il più saggio di voi è uno svanito sciocco".


mercoledì 30 gennaio 2008

Son belle le cose...

Sono belle le cose,
belli i contorni degli occhi
e i contorni del rosso
gli accenti sulle A, lacrime di pagliacci
le ciglia delle dive
le bolle di sapone,
il cerchio del mondo è bello
l'ossigeno delle stelle
e la poesia dei ritorni,
di emigranti e isole,
cercando l'invisibile: l'appartenenza
è bello il fuoco
e il sonno
e il buio petulante gola dei fantasmi
e il brodo primordiale padre nostro
che cola in questi nomi.
(Gianmaria Testa)

lunedì 28 gennaio 2008

Il giorno della memoria e una cultura dimenticata...










Da una intervista a Moni Ovadia:

Ebrei: poveracci e paperoni, mercanti e banchieri. Arrangiarsi a vivere o manovrare il potere economico. Il senso degli affari è acutezza e finezza di percezione, una sorta di antennina che capta prima e meglio il nodo di una situazione e lo afferra. Afferrare si può dire dei concetti e del denaro. Nella percezione comune - Shylock su tutti - l'ebreo custodisce la borsa, tiene stretto il sacchetto con il denaro. Questa associazione è sedimentata nell'immaginario fino a diventare più di un carattere, una figura, uno stereotipo. E dall'interno come viene vista? Vogliamo sfatare una leggenda?
Gli ebrei non hanno originariamente nessun talento per il danaro, contrariamente a quello che si crede - a mio parere; gli ebrei sono stati costretti al danaro, manu militari, a forza sono stati obbligati all'usura, sono stati obbligati a gestire le assicurazioni, la loro stessa condizione li costringeva. Il danaro è qualcosa che ha una natura perversa per molti aspetti, ma anche, per molti aspetti, straordinaria: primo, è circolante per sua natura profonda, è legato al movimento; non ha molto rispetto per i confini, a differenza della terra; conseguentemente gli ebrei, che non potevano possedere terra, non potevano svolgere altre attività stabili, stanziali; erano costretti all'esilio ed erano diventati esuli per natura, si trovavano a loro agio a cavallo dei confini - parlo ovviamente dell'ebreo diasporico, di 2000 anni dell'ebreo nella diaspora. È naturale che il denaro rappresentasse una risorsa ideale per questo tipo di condizione; allora, con l'andare del tempo, si costituisce, detto fra virgolette, un cosiddetto "talento".
Dà una risposta folgorante sull'argomento, a mio parere, Joseph Roth ne Il profeta muto: c'è un personaggio di aristocratico decaduto, un uomo risentito, che coltiva odio, che lavora per un ebreo, un banchiere, un finanziere ebreo, e cerca di spiarlo, di studiarlo per carpirne i segreti. E lo scrittore, voce narrante, commenta: "Povero illuso! - non aveva capito che per fare un finanziere del genere ci vogliono generazioni e generazioni di perseguitati alle spalle". Questa può essere una qualche risposta.

Il denaro nella cultura ebraica - e da un punto di vista ebraico, che funzione e che valore ha il denaro nell'Antico Testamento? C'è qualche passo analogo?
Nell'ebraismo il problema dell'uguaglianza è posto nei termini di pari dignità, non è un problema di uguaglianza economica. E io credo che oggi noi tutti capiamo che il problema dell'uguaglianza economica finisce con l'essere secondario rispetto al vero problema di uguaglianza che è la pari dignità tra esseri umani.
Per la Torah, ciò che non è eticamente riprovevole è permesso, ma compito dell'ebreo è praticare la giustizia. Ho fatto una volta una domanda ad un grande maestro di ebrei: se ci può essere messianesimo ebraico senza giustizia sociale. Mi ha guardato con aria un po' beffarda e mi ha detto: "Ma Moni caro, il messianesimo ebraico è la giustizia sociale". Quindi, nel quadro di questa prospettiva - centralità della vita, centralità dell'uomo, santità del comportamento, uguaglianza di tutti gli esseri umani, intesa come pari dignità - il danaro non è di per sé criminoso e criminale; se no bisognerebbe attribuire al danaro un potere divino o demoniaco che sia, e questo per l'ebraismo è inaccettabile.

E l'episodio del vitello d'oro come va giudicato?
Quello è grave per due ragioni: una è che è un idolo. Credere che il danaro e l'abbondanza possano garantire la giustizia o comunque una vita buona è idolatria ed è gravissimo; è l'idolatria più perversa, perché è legata al danaro, all'oro, a Mammona, che chiede il sacrificio dei propri figli, né più né meno che oggi; non è più un sacrificio così cruento, ma poco ci manca. E l'altro... dico io in un mio spettacolo, il crimine del vitello d'oro fu quello di far restare tutto il contante disponibile chiuso in uno stupido vitello; il denaro deve circolare perché così si fanno quattrini. Allora: il deserto del Sinai poteva essere attraversato comodamente in sette giorni a piedi, gli ebrei per imparare il valore della circolazione furono fatti circolare nel deserto quaranta anni - questa naturalmente è una battuta, una delle cose dell'umorismo ebraico.

Esiste un repertorio ricchissimo di storie e storielle divertenti o emblematiche sullo stereotipo di cui si parlava?
Il rapporto con il danaro è anche leggendario all'interno del mondo ebraico. Le storielle sui finanzieri, sui ricchi e sui poveri, sulla relazione con il danaro sono infinite, e il loro scopo è mostrare gli tutti gli aspetti paradossali. Lo scopo dell'umorismo ebraico è destituire la relazione di quell'aspetto violento e di quell'odio che si trasforma in violenza, mostrando tutto il paradosso della relazione con il danaro e mostrando anche un senso nuovo in questa relazione, o altri sensi possibili rispetto a quelli primari e, come dire, sclerotizzati del pregiudizio, giocando su questa cosa, perché l'umorismo ebraico tende a glorificare la fragilità dell'uomo e con il danaro tutti gli esseri umani sono fragili. Allora si tratta di capire questa fragilità, di ridere attraversando un'esperienza conoscitiva e di passare ad un altro tipo di relazione, più con presa di distanza.
C'è una storiella che mi piace molto raccontare, di un uomo che si è fatto prestare dei soldi da una banca, costruisce delle case e guadagna dei soldi. Si guadagna fama di buon costruttore e ottiene un altro prestito. Fa delle altre villette, ma questa volta perde. Ma ottiene altri prestiti sulla base della sua buona fama. E continua a perdere; ma continua ad ottenere prestiti perché la sua fama di costruttore non viene intaccata da queste perdite e continua ad avere prestiti però i debiti si accumulano, finché il direttore di una banca lo convoca e dice: "Guardi lei gode di grande fama di ottimo costruttore, però lei sta continuando a perdere, si renda conto che prima o poi che i nodi potrebbero venire al pettine". Allora questo ebreo dice al direttore: "Beh, direttore, mettiamola così: io, con un po' di fortuna, potrei anche morire prima che questo accada".

Il barone di Rotschild
Allora questa è proprio la presa di distanza, oppure la famosa risposta del barone di Rotschild a un questuante che voleva beneficenza. Tutti andavano dal barone di Rotschild, che era il Creso degli ebrei, allora questo rabbino che chiedeva soldi era stato dal figlio del barone che aveva elargito duecentomila dollari, e salì dal padre, il grande barone di Rotschild, il quale gli firmò un assegno di mille dollari. Stupito, scandalizzato il rabbino disse: "Ma Barone, suo figlio mi ha dato duecentomila dollari, e lei... solo mille!" Allora il barone commentò dicendo: "Beh, vede rabbino, mio figlio ha un padre ricco, io no!"
Le storielle pullulano a miriadi. Ma il compito di un ebreo, intanto era la decima per i poveri. Un uomo che non dà la decima del suo danaro ai poveri è detto "malvagio"; e una decima per i leviti. La decima del campo era per i poveri: non era un atto di generosità del ricco, doveva farlo, se no era un malvagio e un fuorilegge. Era legge. Così come era legge che nell'anno del Giubileo i diritti di proprietà venissero restituiti. Per fare capire che a nessuno spetta niente per una sorta di diritto divino: "la terra" - dice così l'inizio della dichiarazione del Giubileo - "la terra è mia", dice Dio. Ecco perché viene detto: "I soldi tuoi sono solo quelli che darai agli altri, perché quelli che ti tieni, invece, appartengono a Dio, non a te."

Lo Shabbath, il giorno del riposo
Un teologo dello Sri Lanka, un uomo veramente incantevole, di grande fede, di grande umanità. Non so a quale ordine appartenesse, l'ho incontrato dai padri alfonsiani, padre Fasullo, a Palermo. Mi ha detto che ci sono statistiche precise, dati precisi, che l'1% delle ricchezze dei duecento uomini più ricchi del mondo basterebbe da sole a risolvere il problema dell'analfabetismo in ogni angolo della terra. Lo ripeto, il problema dell'uguaglianza è la pari dignità, questa è una cosa che si stenta a capire, anche nel danaro, e lo dimostra lo sabbath ebraico: lo sabbath che è il giorno del riposo divino è la più rivoluzionaria acquisizione di spiritualità mai conseguita nella storia dell'umanità. Perché lo sabbath postula l'uguaglianza di tutti gli esseri umani, perché si esce dal ruolo: non puoi produrre, non puoi consumare, non puoi indurre al consumo e alla corruzione, né tu stesso, né il tuo lavoratore, né del tuo servo. Niente, neppure l'animale e neppure la terra, neppure le piante. Il creato, l'essere umano ritorna alla propria nudità, tutte le settimane che Dio manda in terra. Per fare capire qual è il destino dell'uomo, qual è il suo vero destino. Allora lo sabbath mostra ogni settimana che tu non sei niente più di ogni altro essere umano - è l'"uscita dall'alienazione", per dirla con Marx. Lo sabbath si festeggia extraterritorialmente, nelle condizioni, quindi, in cui ti trovi, e non sulla base di Gerusalemme; e anche extratemporalmente, nel fuso in cui ti trovi: quindi, dichiarazione di extraterritorialità e extratemporalità, dichiarazione di uguaglianza di fronte al creato di tutti gli esseri umani e della santità e inviolabilità del creato. Ora, il messianesimo ebraico non è molto più che questo: sabato tutti i giorni.

Accogliere lo Sabbath
Ricordo che un mio amico anarchico rimase sconvolto perché arrivammo di venerdì alle tre e mezza al Photoshop... Photodiscount...non ricordo... un negozio; era il luogo dove si acquistava meglio elettronica, materiale fotografico di ogni genere, secondo tutti, chiunque lo sapeva. Erano ebrei ortodossi, parlavano in yiddish fra di loro, non cercavano di venderti ciò che tu non volevi; faceva impressione perché era contro tutti gli stereotipi dell'ebreo; infatti oggi... ricordo quando l'ho cercato la ultima volta mi hanno detto: "It's out of business". Ebbene, arrivammo con questo mio amico anarchico, avevamo quindicimila dollari da spendere. Non erano una fortuna totale, ma non erano neanche noccioline. E una gentile signora bionda ci fermò fuori dal negozio e ci disse: "I'm sorry, we are closing" - "Mi dispiace, chiudiamo". - Allora io che sapevo che erano ebrei ortodossi e che era venerdì, le dissi: "Come on, the begin of Sabbath is at 17.30" - "il sabato inizia alle cinque e mezza". E lei mi ha guardato con un sorriso un po' triste e mi ha detto: "Are you Jewish?" - "Yes, I am" - "È ebreo?" - "Lo sono" - "Don't you understand?" - "What should I understand?" - "Non capisce?" - "Cosa dovrei capire?" - "Really don't you understand?". "No, tell me" - "Mi dica" - E lei mi disse: "Vuoi che riceva il sabato così, non vuoi farmi andare a fare una doccia a casa, non vuoi che mi metta un abito fresco e che con quiete accolga l'anima dello Sabbath?" Questo mio amico da allora non si è più ripreso. È una cosa che tira fuori continuamente; non si aspettava che degli ebrei avessero un comportamento del genere.
Le gente sa davvero poco di quasi ogni cosa; i pregiudizi sono forti - naturalmente non voglio difendere l'ortodossia ebraica; ci sono ebrei ortodossi pessimi, ma mai fare di tutta le erbe un fascio; c'è gente che può dare grandi lezioni su come si dovrebbe campare, anche col danaro.


martedì 22 gennaio 2008

La bottega dell'orefice

Le fedi non rimasero in vetrina.
L'orefice ci guardò a lungo negli occhi
Saggiando per l'ultima volta il prezioso metallo
diceva cose profonde. In modo sorprendente
si fissavano nella mia memoria.

Il peso di queste fedi d'oro
- così disse - non è il peso del metallo.
Questo è il peso specifico dell'essere umano,
di ognuno di voi
e di voi due insieme.
Ah, il peso specifico di un'essere umano !
Potrebbe essere ancora più gravoso
e insieme più inafferrabile ?
E' questo il peso della gravità costante
legata al nostro breve volo.
Il volo prende forma di spirale, di ellisse...
Ah, il peso specifico dell'uomo !
Questa incrinatura, questo gorviglio, questo fondo,
questo appigliarsi, quando divene tanto difficile
distogliere il cuore, il pensiero.
E in mezzo a tutto questo - la libertà,
una libertà, talvolta follia,
la follia di libertà che si impiglia nel groviglio.
E in mezzo a tutto questo - l'amore
che sgorga dalla libertà
come una sorgente dal suolo.
Ecce Homo ! Non è limpido
né solenne
né semplice
semmai - mistero.
Questo, un uomo solo - e due ?
e quattro, e cento, e un milione ??
Moltiplica tutto questo
(moltiplica la grandezza per la debolezza)
- e avrai il risultato dell'umanità,
il risultato della vita umana.

Karol Wojtyla - Giovanni Paolo II

domenica 13 gennaio 2008

Manituana - Wu Ming














L'estuario del San Lorenzo era una risposta inattesa.
Alle spalle di Guy, seduta nel pagliericcio, Nancy Claus intratteneva le bambine. Spiegava che il fiume, migliaia d'anni prima, s'era scavato una via verso il mare. Aveva eroso il granito, strappato terra alle sponde, abbattuto foreste.
Guy pensò che a raccontarla in quel modo, sembrava che il fiume avesse deciso dove passare.
In realtà, il San Lorenzo aveva eroso il granito che la corrente gli consentiva, non un granello di più. Aveva abbattuto foreste fin dove le piene riuscivano a salire e strappato la terra che si lasciava strappare.
A ben guardare, pur con tutta la forza delle sue acque, il San Lorenzo s'era dovuto accontentare dell'unico letto possibile. La scelta era soltanto un modo di dire, un punto di vista ristretto, che non teneva conto di troppi dettagli.
Allo stesso modo, pensò, gli uomini si convincono di scegliere, ma il cammino che percorrono è sempre l'unico che hanno a disposizione.

domenica 6 gennaio 2008

Josè Saramago - Memoriale del Convento













Con quella mano e quell'uncino puoi fare tutto quanto vuoi, e ci sono cose che un uncino fa meglio di una mano intera, un uncino non sente dolore se deve fissare un filo e un ferro, non si taglia, né si brucia, e io ti dico che Dio è monco, e ha fatto l'universo.

E se il cuore non ha capito, non arriva ad esser menzogna il detto della bocca, ma piuttosto assenza.

Hanno riposato qui e là per la strada, silenziosi, né avevano di che dire, se perfino una sola parola è di troppo quando è la vita che sta cambiando, molto di più che se siamo noi che cambiamo in essa.

Si dice che il male non regge a lungo, anche se, per la fatica che si porta dietro, a volte sembra di sì, ma quello su cui non c'è dubbio è che non dura il bene per sempre.

Tutto il sapere è in Dio, Così è, rispose il Volatore, ma il sapere di Dio è come un fiume d'acqua che corre verso il mare, è Dio la fonte, gli uomini l'oceano, non valeva la pena di aver creato tanto universo se non dovesse essere così.

Tutto nel mondo sta dando risposte, quel che tarda è il tempo delle domande.

giovedì 3 gennaio 2008

Unter Dayne Vayse Shtern

mercoledì 2 gennaio 2008

Unter Dayne Vayse Shtern

lunedì 31 dicembre 2007

Un Solitario - Dizionario Filosofico











Un solitario sarà sobrio, pio, porterà un cilicio; ebbene egli sarà santo: ma io non lo chiamerò virtuoso che quanto avrà compiuto qualche atto di virtù da cui gli altri uomini avranno tratto beneficio.
Fintanto che è solo, non agice ne bene ne male; per noi non è niente.
(Voltaire - Dizionario Filosofico)

sabato 29 dicembre 2007

154











Io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tusculana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
O guardo i crepuscoli, le mattine,
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età sepolta.
Mostruoso è chi è nato dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più.
(P.P.Pasolini)

domenica 16 dicembre 2007

Felicità

"Non è la felicità che tutti vogliono ?
Non c'è assolutamente nessuno che non la desideri;
e dove l'hanno conosciuta, per desiderarla così ?
Dove l'han vista, per innamorarsene ?"
(S.Agostino)

"Ci sono due modi per salvarsi dall'inferno; uno è facile e riesce a tutti: adeguarsi all'inferno fino a diventare inferno e non vederlo più; l'altro è più difficile: cercare in mezzo all'inferno ciò che non è inferno, e farlo durare e dargli spazio".
(Italo Calvino)

Beowulf: mostri e critici - John R.R. Tolkien (giusto per marcare le distanze dal film...)














...ma sia lui che i suoi ascoltatori stavano pensando alle eormengrund, la grande terra, circondata dal garsecg, l'oceano senza rive, al di sotto dell'innaccessibile volta del cielo; e su di essa, come in un piccolo cerchio di luce intorno alle loro dimore, uomini che avevano il coraggio come sostegno procedevano verso quella battaglia contro il mondo ostile e la progenie dell'oscurità che per tutti, anche per i campioni e per i re, termina con una sconfitta. Che anche questa "geografia" un tempo considerata realtà fisica, possa ora essere classificata come una mera fiaba, non intacca granchè il suo valore. ... Beowulf, dunque, non è precisamente l'eroe di una ballata eroica. Non ha sviluppi di fedeltà contrastanti, nè amore senza speranza.
E' un uomo, e questa, per lui e per molti altri, è già una tragedia sufficente.
Non è un accidente irritante il fatto che il tono del poema sia così elevato, e il suo tema così umile.
E' il tema nella sua mortale serietà che conferisce dignità al tono: Lif is laene, eal scaeced leoht and lif somod (la vita è transitoria, la luce e la vita iniseme svaniscono in fretta).
Così ineluttabile e mortale è il pensiero che sottende a questo, che coloro i quali, nel cerchio di luce, entro le dimore assediate, sono assorbiti da lavori o parole e non osservano il combattimento, non lo considerano e non si ritraggono.
La morte giunge al banchetto, e loro dicono che "essa farfuglia: non ha il senso delle proporzioni".
Vorrei suggerire, dunque, che i mostri non rappresentano un'inesplicabile caduta di gusto; sono essenziali, fondamentalmente alleati alle idee soggiacenti il poema ...
... Odisseo lotta contro un nemico mostruoso e scellerato, ma non crede per questo di lottare contro i poteri dell'oscurità ... il Ciclope è egli stesso di stirpe divina e gode della divina protezione.
I giganteschi nemici con cui si scontra Beowulf vengono invece identificati come i nemici di Dio. A Grendel e al Drago ci si riferisce continuamente ricorrendo a un linguaggio che richiama le potenze dell'oscurità dalle quali si sentono circondati i cristiani.
Essi sono "i reclusi dell'inferno", gli "avversari di Dio", la "stirpe di Caino".
Consequentemente la materia della storia principale del Beowulf, per quanto mostruosa, non è così remota dalla comune esperienza medievale come lo è dalla nostra propria esperienza... Grendel non è molto diverso dai demoni dell'abisso che stanno sempre in agguato per afferare un giusto. E così Beowulf, per uqnto si muova nel mondo della primitiva età eroica dei germani, è ciononostane quasi un cavaliere cristiano.
(Beowulf: mostri e critici - John R.R. Tolkien)

DEVILS AND DUST - Bruce Spingsteen










Ho il dito sul grilletto
ma non so di chi fidarmi.
Quando guardo nei tuoi occhi
vedo solo diavoli e polvere.
Siamo molto lontani da casa, Bobbie
Casa è molto molto lontano
Sento soffiare uno sporco vento
Diavoli e polvere.

Ho Dio dalla mia parte
e cerco solo di sopravvivere.
Cosa fai quando ciò che ti fa vivere
uccide quello che ami ?
La paura è una cosa potente
e, credimi, ti annerisce il cuore
Prenderà la tua anima piena di Dio
e la riempirà di diavoli e polvere

Letture pomeridiane 2° pt.

E c'è tanta vastezza nello sguardo,
e tutto è così docile di fuori,
che mi sembra di scogere tra i tronchi
continuamente in qualche luogo il mare.
(Boris Pasternak)

Credendo a se stesso, l'uomo si espone sempre al giudizio della gente, credendo agli altri ha sempre l'approvazione di chi lo circonda.
Il segreto della felicità non è di far sempre ciò che si vuole, ma di voler sempre ciò che si fa.
(Lev Tolstoj)

Winston Churchill










1. I socialisti sono come Cristoforo Colombo: partono senza sapere dove vanno. Quando arrivano non sanno dove sono. Tutto questo con i soldi degli altri.
2. È impossibile ottenere una condanna per sodomia da una giuria inglese. Metà dei giudici non crede che possa essere fisicamente compiuta, e l'altra metà la sta facendo.
3. A volte l'uomo inciampa nella verità, ma nella maggior parte dei casi si rialzerà e continuerà per la sua strada.
4. Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti...
5. Ho dato le dimissioni, ma le ho rifiutate.
6. I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall'alto. I maiali ci trattano da loro pari.
7. Io sono sempre pronto ad imparare, sebbene non sempre gradisca che altri mi insegnino.
8. La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno è malato.
9. La guerra è un gioco che si gioca sorridendo. Se non sai sorridere, sogghigna. Se non sai sogghignare levati di mezzo, finché puoi.
10. Per quanto possa esser bella la strategia, occasionalmente si dovrebbe poter guardare ai risultati.
11. Prima siamo noi a dare forma agli edifici, poi sono questi a dare forma a noi.
12. Secondo me non è necessario inasprire le pene per bigamia. Un bigamo ha due suocere: come punizione mi pare che basti.

Michelangelo Buonarroti - Madrigale 8 (1511)













Come può esser ch'io non sia più mio ?
O Dio, o Dio, o Dio,
chi m'ha tolto a me stesso,
c'a me fusse più resso
o più di me potessi che poss'io ?
O Dio, o Dio, o Dio,
come mi passa el core
chi non par che mi tocchi ?
Che cosa è questo, Amore,
c'al core entra per gli occhi,
e per poco spazio dentro par che cresca ?
E s'avvien che trabocchi ?

Well, if you're travelin' in the north country fair...













Many times I've often prayed
In the darkness of my night,
In the brightness of my day.

L'anima


L’anima è di per sé vagabonda in cerca di una sua soluzione.
Dell’anima e dell’esistenza dell’anima si parla molto ma non si trova nell’anima la chiave dell’universo…
L’anima è negli spazi come una mano che prende ogni cosa, che ruba a noi ogni preziosità;
l’anima è colei che ci deruba ma che è anche colei che dona,
ed è un’amica indistruttibile,
un qualcosa che veglia sulle nostre rovine.
Se ne andrà un giorno, se ne andrà lontano,
perché conosce terre infinite e spazi,
che non hanno riscontro nella mente umana…

(Alda Merini)

La verità è sempre in svantaggio

" Non esiste una sola idea importante
di cui la stupidità non abbia saputo servirsi,
essa è pronta e versatile e può indossare
tutti i vestiti della verità.
La verità ha invece un abito solo e una sola strada,
ed è sempre in svantaggio"
Robert Musil

INVERNO... (bei ricordi !)

Complicarsi il risveglio con Edith Stein

"L'evidenza non è altro che il vissuto della verità. Naturalmente la verità è vissuta nello stesso modo in cui in generale qualcosa di ideale può essere un vissuto nell'atto reale. In altre parole: la verità è un'idea il cui caso singolo è un vissuto attuale nel giudizio evidente." (Edith Stein)

"L'immanenza della verità nel processo del senso, non è separabile dal processo, poichè la genesi è costitutiva del senso in quanto "senso" della verità." (Edith Stein)

I fatto che l'amore sia esiliato
e misconosciuto
procura all'animo fedele
un dolore amaro.

Essa farebbe volentieri splendere
le stelle d'oro
in questa notte terrena
oscura e profonda,
per squarciare le tenebre
con una luce tenua.

Essa vorrebbe riunire terra e cielo
e con la forza impetuosa dello spirito
innalzare il mondo alla luce
sulle ali degli angeli.
(Edith Stein)

Letture pomeridiane

Aprii la porta della cancellata azzurra, mi sedetti su una panchina.
Un cane abbaiava lontano, cantavano i merli nel bosco, tra i lecci, gli aceri e pini, stridevano passando basse le cornacchie.
Una farfalla bianca volava sui miosotis, tra le violacciocche e i papaveri scoloriti che fiorivano sulla tomba del poeta.
Mi vennero in mente dei suoi versi:

Quanto coraggio ci vuole
per recitare nei secoli,
come recitano i burroni,
come recita il fiume.
(Boris Pasternak)

(Enzo Biagi - In Russia)

Confessione di un teppista - Sergej Esenin

Non a tutti è dato cantare,
E non tutti possono cadere come una mela
Sui piedi degli altri.
Questa è la più grande confessione,
Che mai teppista possa rivelarvi.
Io porto a bella posta la testa spettinata,
Lume a petrolio sopra le mie spalle.
Mi piace illuminare nelle tenebre
L’autunno spoglio delle vostre anime.
E mi piace quando una sassaiola di insulti
Mi vola contro, come grandine di rutilante bufera,
Solo allora stringo più forte tra le mani
La bolla tremula dei miei capelli.
È così dolce allora ricordare
Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano,
Che da qualche parte vivono per me padre e madre,
Che se ne fregano di tutti i miei versi,
E che a loro sono caro come il campo e la carne,
Come la pioggia fina che rende morbido il grano verde a primavera.
Con le loro forche verrebbero a infilzarvi
Per ogni vostro grido scagliato contro di me.
Miei poveri, poveri contadini!
Voi, di sicuro, siete diventati brutti,
E temete ancora Dio e le viscere delle paludi.
O, almeno se poteste comprendere,
Che vostro figlio in Russia
È il più grande tra i poeti!
Non vi si raggelava il cuore per lui,
Quando le gambe nude
Immergeva nelle pozzanghere autunnali?
Ora egli porta il cilindro
E calza scarpe di vernice.
Ma vive in lui ancora la bramosia
Del monello di campagna.
Ad ogni mucca sull’insegna di macelleria
Da lontano fa un inchino.
E incontrando i cocchieri in piazza,
ricorda l’odore del letame dei campi nativi,
Ed è pronto a reggere la coda d’ogni cavallo,
come fosse uno strascico nuziale.
Amo la patria!
Amo molto la patria!
Anche con la sua tristezza di salice rugginoso.
Adoro i grugni infangati dei maiali
E nel silenzio della notte, la voce limpida dei rospi.
Sono teneramente malato di ricordi infantili,
Sogno delle sere d’aprile la nebbia e l’umido.
Come per scaldarsi alle fiamme del tramonto
S’è accoccolato il nostro acero.
Ah, salendo sui suoi rami quante uova,
Dai nidi ho rubato alle cornacchie!
È lo stesso d’un tempo, con la verde cima?
È sempre forte la sua corteccia come prima?
E tu, mio amato,
Mio fedele cane pezzato?!
La vecchiaia ti ha reso rauco e cieco
Vai per il cortile trascinando la coda penzolante,
E non senti più a fiuto dove sono portone e stalla.
O come mi è cara quella birichinata,
Quando si rubava una crosta di pane alla mamma,
e a turno la mordevamo senza disgusto alcuno.
Io sono sempre lo stesso.
Con lo stesso cuore.
Simili a fiordalisi nella segale fioriscono gli occhi nel viso.
Srotolando stuoie d’oro di versi,
Vorrei dirvi qualcosa di tenero.
Buona notte!
A voi tutti buona notte!
Più non tintinna nell’erba la falce dell’aurora…
Oggi avrei una gran voglia di pisciare
Dalla mia finestra sulla luna.
Una luce blu, una luce così blu!
In così tanto blu anche morire non dispiace.
Non m’importa, se ho l’aria d’un cinico
Che si è appeso una lanterna al sedere!
Mio buon vecchio e sfinito Pegaso,
M’occorre davvero il tuo trotto morbido?
Io sono venuto come un maestro severo,
A cantare e celebrare i topi.
Come un agosto, la mia testa,
Versa vino di capelli in tempesta.
Voglio essere una gialla velatura

Verso il paese per cui navighiamo.

!!!

....e vorrei che Dio mi mandasse una parola, qualcosa che potessi avere paura di perdere...

(Bruce Springsteen - Drive all night)

L’amore è una danza per i pazzi
Non è che mi vada molto, ma i piedi li ho ancora.

(Bruce Springsteen - The girl in the summer clothes)

Citazioni da una settimana d'inferno

"Sono felici soltanto coloro che sanno / che la luce che entra dal loro balcone / tutte le mattine / viene ad illuminare il posto giusto / che è stato loro assegnato / nell'armonia del mondo".

"Ubi amatur non laboratur, et si laboratur, ipse labor amatur"
(Dove si ama non ci si affatica. E,se ci si affatica, la stessa fatica è amata)

Fernando Pessoa - Faust

Ah, tutto è simbolo e analogia !
Il vento che passa, la notte che rinfresca
sono tutt'altro che la notte e il vento:
ombre di vita e di pensiero.

Tutto ciò che vediamo è qualcos'altro.
L'ampia marea, la marea ansiosa,
è l'eco di un'altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.

Tutto ciò che abbiamo è dimenticanza.
La notte fredda, il passare del vento
sono ombre di mani i cui gesti sono
l'illusione madre di questa illusione.

Solo che il tempo stringe la borsa...

Ma il tempo, il tempo chi me lo rende? Chi mi dà indietro quelle stagioni
di vetro e sabbia, chi mi riprende la rabbia e il gesto, donne e canzoni,
gli amici persi, i libri mangiati, la gioia piana degli appetiti,
l' arsura sana degli assetati, la fede cieca in poveri miti?
Come vedi tutto è usuale, solo che il tempo stringe la borsa
e c'è il sospetto che sia triviale l' affanno e l' ansimo dopo una corsa,
l' ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita,
il lento scorrere senza uno scopo di questa cosa... che chiami... vita...
(Francesco Guccini - Lettera)

Jordi de Sant Jordi, trovatore catalano XIV secolo, L’amoroso cerchio

“Ogni giorno imparo e disimparo allo stesso tempo,
e vivo e muoio, e faccio del dispiacere piacere;
allo stesso modo faccio buon tempo del cattivo,
e vedo senza occhi e so senza sapere,
e nulla stringo e tutto il mondo abbraccio,
volo in cielo e non mi muovo da terra,
e inseguo ciò che mi fugge costantemente,
e fuggo ciò che mi segue e mi afferra.

Il male non mi piace e spesso me lo procuro,
amo senza amore e non credo a ciò che so,
mi pare di sognare tutto quanto ho sotto il naso,
ho odio di me e voglio molto bene ad altri,
e parlando taccio, e ascolto senza udire,
il sì credo sia no, il vero mi sembra falsità,
e mangio senza fame , e mi gratto senza prurito,
e palpo senza mani, e faccio del senno follia.

Quando voglio salire scendo senza girarmi
e scendendo salgo correndo in un alto luogo,
e ridendo piango e il vegliare è come dormire,
e quando sono freddo mi sento più caldo del fuoco,
e deliberatamente faccio ciò che non voglio,
e perdendo vinco e la fretta mi rallenta,
e senza dolore molte volte mi dolgo,
e confondo l’agnello innocente con la volpe falsa …”


L'ebreo che ride - Moni Ovadia (umorismo ebraico in otto lezioni e duecento storielle)


Haim Mandelstam, importante mediatore di affari, aveva sentito celebrare il sarto di Kovno, Shmul Pincherle, ed aveva deciso di ordinare proprio a lui il suo nuovo abito da cerimonia anche se Kovno non era decisamente dietro l'angolo per lui che stava a Minsk. Tutte le persone che più contano gli avevano detto che un abito di quel sarto era un'esperienza unica. Shmul Pincherle, il sarto, era un uomo ossuto che da bel pezzo aveva oltrepassato la settantina. La sua barba caprina si divideva in due corni, il labbro inferiore era notevolmente sporgente e gli occhi socchiusi permanentemente atteggiati nello sforzo di perfezionara la messa a fuoco. Verosimilmente, quelle caratteristiche di labbro, barba ed occhi, non erano caratteristiche somatiche, ma piuttosto il risultato di una postura o, se si vuole, di una smorfia derivata dallo spasimo di concentrazione che richiede l'infilare il filo nella cruna dell'ago, cosa che all'ultrasettantenne sarto Shmul Pincherle faceva ancora con mira infallibile e senza ingoiare gli spilli per l'imbastitura. Qualche che ne fosse la ragione, sta di fatto che ogni suo gesto veniva compiuto attraverso quella curiosa smorfia. E così, da sopra le spesse lenti dei pence-nez che portava conficcati in mezzo al naso, con quella stessa immutabile espressione aveva attentamente scrutato il suo nuovo cliente, il mediatore di affari Haim Mandelstam. Quello era anche il suo modo di prendere le misure. Le misure canoniche le prendeva solo per compiacere i clienti.
Shmul Pincherle aveva pregato il signor Mandelstam di fermarsi a Kovno per le prove di rito, poi lo aveva congedato: "Torni tra un mese, per prendere suo vestito".
Puntualmene Haim Mandelstam era tornato dopo un mese, ma si era sentito dire dal vecchio sarto: "Ce l'ho vauto dei problemi, torni tra un'altro mese".
E così, di mese in mese, Shmul Pincherle aveva rimandato il povero mediatore di affari per sei volte. Ma il settimo mese il vestito era finalmente pronto ed era sfolgorante: "Senta Shmul", commentà il mediatore di affari Mandelstam osservando compiaciuto il suo nuovo abito, "Il vestito è veramente eccezionale, ma se lo rende conto che lei c'ha impiegato sette mesi per finirlo, mentre il buon Dio, per fare tutto il mondo, ce l'ha messo sette giorni ?!?"
Scrutando l'abito con la sua smorfia abituale per non lasciarsi scappare la benchè minima imperfezione, il sarto Shmul Pincherle sospirò e dopo una studiata pausa osservò: "Qvelo che le dice è vero, caro signor Mandelstam ! Ma gvardi il mio vestito che bellezza e....la prego gvardi questo mondo che disastro !"

The cloak, the boat, and the shoes - W.B. Yeats

"What do you make so fai and bright ?"

"I make the cloak of Sorrow:
O lovely to see in all man's sight
shall be the cloak of Sorrow,
in all men's sight."

"What do you built with sails for flight ?"

"I built a boat for Sorrow:
O swift on the seas all day and night
saileth the rover Sorrow,
all day and night."

"What do you weave with wool so withe ?"

"I weave she shoes of Sorrow:
Soundless shall be the foot fall light
in all men's erars of Sorrow,
Sudden and light."


( arriveremo anche alle cose allegre ?? :-P )

G.L.F. ex leader dei C.C.C.P. , C.S.I. , P.G.R. ...ti prego fai un'altra decina di gruppi che mi piace questo giochino !!


La Scienza ha partorito la Tecnica assoggettata e schiava, poi fida consigliera serva all'umanità.
Da dove salta fuori la Teconologia ? Interessata a se stessa, ad espandersi senza limite. Indifferente alla scienza quanto all'umanità.
Chi s'azzarda ora, a parte il Papa, qualche reazionario oscuro e pochi illuminati preoccupati a voler definire confini inviolabili ?
Tecnologicamente le macchine si attrezzano. Tendono a proliferare autorigenerandosi. Stuoli di servitori umani accattivanti servili sfornano propaganda, fanno il lavoro sporco. Le macchine perfette neutre, intoccabili, tocano tutto ciò che è risaputo e ovvio: sono il bene nostro.
Noi le bramiamo a costo di essere protesi, definite, smontabili e scambiabili di una entità vivente nuova sulla terra che possiede un codice linguistico e balbetta, ancora utilizzandoci, le sue prime parole. L'intelligenza virtuale impone per proprio percorso la genetica nostra.

All'esser uomo e donna resta tutto il Divino che risce a penetrare il quotidiano.
Resta il sapere arcaico che, obiliato, è salvo.
Resta la fantaScienza a venire, connubio di vissuta liturgia
e spazio siderale della mente.
Resta il potere del corpo messo alle strette.
Questo la macchina non sa, non crede, non può intendere.

Fatevi avanti, monache, monaci, famiglie in carne e sangue d'amore.
Santi, poeti, eroi, navigatori astrali.
La nuova età di mezzo è già in atto.
Tocca a voi l'onere e l'onore di traghettarla al poi.
Ne sarete capaci, di buon grado, se l'amerete per quella che è, la vostra età.
Il tempo dell'amore a chi lo fa e della castità per chi
in cuor suo d'altro interesse sa.
Un giorno dopo l'altro e le notti.
Il tempo del lavoro e il tempo di preghiera. Sereni."
Contenti. Ora et labora. "

L'anno della morte di Riccardo Reis - Jose Saramago

" Orbene, Riccardo Reis è uno spettatore dello spettacolo del mondo, saggio se questa fosse saggezza, estraneo e indifferente per educazione e atteggiamento, ma agitato per il passaggio di una semplice nuvola, in fondo è tanto facile capire gli antichi greci e romani quando credevano di muoversi tra Dei, sotto i loro sguardi in ogni momento e luogo, all'ombra di un albero, accanto ad una fonte, nell'interno denso e rumoroso di una foresta, in riva al mare o sulle onde, a letto con chicchesia, una donna umana, o dea, se lo voleva lei.
Manca a Riccardo Reis un cagnolino da cieco, un bastone, una luce davanti, che questo mondo e questa Lisbona sono una nebbia scura dove si perdono il sud e il nord, l'est e l'ovest, dove l'unica via aperta va verso il basso, se un uomo si abbandona precipita giù, manichino senza gambe nè testa."

I tempi stanno cambiando - Bob Dylan

Venite intorno gente
dovunque voi vagate
ed ammettete che le acque
attorno a voi stanno crescendo
ed accettate che presto
sarete inzuppati fino all'osso.
E se il tempo per voi
rappresenta qualcosa
fareste meglio ad incominciare a nuotare
o affonderete come pietre
perché i tempi stanno cambiando.

Il volto e l'immagine


" L'uomo vive come in presenza di qualcosa che è andato perduto e che egli deve ritrovare, pena la perdita di se. E' dato a se stesso come uno del quale si è dimenticato, e quindi la sua vera vita consiste nel ricordare a se stesso la propria realtà (...).
La realtà perduta rappresenta per l'uomo un valore così grande che quando egli viene a sapere qualcosa su di essa, vende tutto ciò che possidere per comprarla. La realtà perduta è come la perla evangelica. "