martedì 24 giugno 2008

Moni Ovadia - "Come una culla, il canto culla la legge"

La Toràh racconta che l'universo è stato creato dalla parola del Santo benedetto:
"Disse luce e luce fu".
Lo strumento della creazione è la voce dell'Onnipotente. La creazione è dunque un fenomeno acustico così come in seguito lo sarà la rivelazione ad Abramo prima, a tutto il popolo ebraico poi, nel deserto del Sinai: "Avete udito una voce, solo una voce".
Non c'è teofania nel monoteismo ebraico ma "teofonia". Dio si manifesta con una voce ed è la sua parola parlata che consente sia la creazione, sia la rivelazione.
Che differenza c'è fra la parola scritta che custodisce il patto e la legge, e quella parlata che crea e rivela ?
La risposta è semplice anche se non evidente: il suono, il canto.
Il canto conferisce dunque statuto generativo alla parola. I maestri della cabalàh, la mistica ebraica, osservano che la prima parola della Toràh, "in principio - bereshit in ebraico - contiene uno straordinario anagramma: taev shir, voluttà di canto.
Si può poeticamente affermare con i cabalisti, che il mondo è stato creato per la voluttà di una canto. I cabalisti ci segnalano anche che l'ultima parola del pentateuco, la legge biblica, israel, contiene un ulteriore potente anagramma: shir el, canto a Dio.
Come una culla, il canto culla la legge. Il canto è lo strumento principe della comunicazione interiore, il canto è la prima gemmazione della nostra identità quando appariamo alla luce uscendo dal ventre materno.
Ancora non lo vediamo, non lo sentiamo, eppure già cantiamo, urliamo il nostro "hinneni", il nostro eccomi e, vagito dopo vagito, vocalizzo dopo vocalizzo, sillaba dopo sillaba, conquistiamo la lingua mettendoci in cammino verso il canto.
In seguito perderemo la grazia di quel canto interiore perché saremo imprigionati in un contesto di apprendimento burocratico e rigidamente normativo. La cantoralità ebraica, khazanuth, una delle grandi arti della spiritualità monoteistica, ci consente di riprendere il viaggio nei territori profondi dell'animus umano dove si manifestano le pulsioni primarie a costruire senso nelle proprie emozioni e nelle strutture profonde del sentimento.
Per questo lo strumento interpretativo più importante del cantore è la kavanàh, la partecipazione, l'adesione al canto come dialogo intimo con l'urgenza del divino in presenza come in assenza.

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giovedì 19 giugno 2008

Arvo Part - "ma questo tipo di cose non si possono spiegare".

Vale la pena prendersi una pausa per ascoltare Arvo Part. Musicista estone nato a Paide l' 11 settembre 1935, Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli".

Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo.

"Non posso spiegare in questo momento. Le radici non sono visibili. Credo che i milioni di calcoli che ogni computer riesce a svolgere in un lasso brevissimo di tempo non siano che una minima parte di quello che possiamo fare noi esseri umani. Non possiamo forse riuscire a portare a termine un progetto con la stessa precisione di cui è capace una macchina, ma siamo in grado di riconoscere corrispondenze e tracciare collegamenti.Esiste una relazione tra la formulazione embrionale di una frase musicale e un altro mondo assai complicato che portiamo in noi e che finisce con il determinare ogni cosa; ma questo tipo di cose non si possono spiegare."

Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita.

Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa.

Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.


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martedì 17 giugno 2008

E' morto Mario Rigoni Stern, il Sergente della neve.

Mario Rigoni Stern per me era come "la Pietà" di Michelangelo, non l'ho mai vista, ma il solo sapere che c'era mi faceva sentire meglio.

"Al mattino gli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire. Forse era in un capanno dove si erano posate le cesene; su quel lepre che poco prima hai seguito con la voce dei segugi: andavano per boschi e dossi e sentivi i cani ora vicini ora lontani; spegnersi, poi riprendere.
Allora con questo "suonar di bracchetti" ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zuffolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario, che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare sulle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e i doni che la natura ti elargisce.
Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dentro le nuvole, i boschi più scuri e, da una castagna di legna, schizzar via lo scricciolo. 
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.  
(Stagioni - Mario Rigoni Stern)


venerdì 13 giugno 2008

La polvere del mondo - Nicolas Bouvier

"Appoggiati contro una collina, guardiamo le stelle, i movimenti vaghi della terra che se va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi.
Il tempo passa tra tè bollenti, qualche frase, sigarette; poi s'alza l'alba, e s'allarga, le quaglie e le pernici si mettono in mezzo...e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, leggerissimo, e la parola "felicità" parrebbe troppo misera e specifica per descrivere tutto ciò che vi succede.
In fin dei conti, ciò che costituisce l'ossatura dell'esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno sia bene per voi; ma alcuni istanti di questo tipo, innalzati da una levitazione ancora più serena di quella dell'amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia proporzionale al ritmo del nostro debole cuore."

mercoledì 11 giugno 2008

Le piccole memorie - José Saramago

"Era scesa la sera, nel silenzio della campagna si udivano solo i miei passi. Se l'incontro fu fortunato o meno, lo racconterò più avanti. Ci fu un ballo, ci furono i fuochi d'artificio, credo di aver lasciato l'abitato quando ormai doveva essere mezzanotte. Una luna piena, meno splendente dell'altra, illuminava tutto all'intorno. Prima del punto in cui avrei dovuto abbandonare la strada per addentrarmi nei campi, lo stretto sentiero su cui procedevo parve terminare all'improvviso, nascondendosi dietro a un'alta siepe, e mi mostrò, come a impedirmi il passo, un albero isolato, alto, in un primo momento scurissimo contro la trasparenza notturna del cielo. Tutt'a un tratto, però, arrivò una folata di vento.
Fece rabbrividire i teneri steli dell'erba, fremere le verdi lame dei canneti e ondeggiare la acque scure di una pozza.
Come un'onda, sollevò i rami protesi dell'albero, risalì contro il tronco mormorando e allora, di colpo, le foglie voltarono alla luna la faccia nascosta e il faggio (era un faggio) si coprì tutto di bianco fino alla cima più alta. Fu un'istante, non più che un'istante, ma il suo ricordo durerà quanto dovrà durare la mia vita.
..Dopo aver camminato a lungo, mi imbattei in mezzo alla campagna, in una capanna. Dormii là.
Quando mi svegliai, al primo chiarore del mattino,e uscii strofinandomi gli occhi in quella foschia luminosa che a stento lasciava intravedere i campi intorno, sentii dentro di me, se ben rammento, se non lo sto inventando ora, di essere, finalmente, appena nato. Oramai era ora.

domenica 8 giugno 2008

Il fiume

Molti anni dopo, con le parole dell'adulto che oramai era diventato, l'adolescente avrebbe scritto una poesia su quel fiume  - umile corrente d'acqua oggi inquinata e maleodorante - il cui si era immerso e nel quale aveva navigato. 


La intitolò "Protopoema" ed è questa:


"Dal gomitolo attorcigliato della memoria, dall'oscurità dei doppi
nodi, tiro un filo che mi sembra sciolto.
Pian piano lo libero, per paura che mi si disfi tra le dita.
E' un filo lungo, verde e azzurro, che odora di limo e ha la calda
morbidezza del fango vivo.
E' un fiume.
Mi scorre tra le mani, ora bagnate.
Tutta l'acqua mi passa fra le palme aperte, e d'improvviso non so se
le acque nascano da me o verso di me fluiscano.
Continuo a tirare, ormai non solo più memoria, ma il corpo stesso del
fiume.
Sulla mia pelle navigano barche, e io sono pure le barche e il cielo
che le sovrasta, e gli alti pioppi che lentamente scivolano sulla
pellicola luminosa degli occhi.
Nuotano nel mio sangue pesci e oscillano fra due acque come i richiami
imprecisi della memoria.
Sento la forza delle braccia e il bastone che le prolunga.
Nel profondo del fiume e di me, scende come un lento e deciso parlare
del cuore.
Ora il cielo è più vicino e ha cambiato colore.
E' tutto verde e sonoro perché di ramo in ramo risveglia il canto
degli uccelli.
E quando in un ampio spazio la barca si ferma, il mio corpo nudo
brilla sotto il sole, nello splendore più grande che accende la
superficie delle acque.
LI si fondono in una sola verità i ricordi confusi della memoria e la
sagoma repentinamente annunciata del futuro.
Un uccello senza nome scende non so da dove e silenzioso va ad
appoggiarsi sulla rigida prua della barca.
Immobile, aspetto che l'acqua si bagni tutta di azzurro e che gli
uccelli dicano sui rami perché son alti i pioppi e rumorose le loro
foglie.
Poi, corpo di barca e di fiume della dimensione dell'uomo, proseguo
verso la fulva acqua stagnante che le spade verticali circondano.
Lì, di tre palmi interrerò il mio remo fino alla pietra viva.
Sarà il grande silenzio primordiale quando le mani si congiungeranno
alle mani.
Poi saprò tutto."
Non si sa tutto, non si saprà mai tutto, ma ci sono momenti in cui
possiamo crederlo, forse perché in quell'attimo nient'altro potrebbe
rientrare nella nostra anima, nella nostra coscienza, nella nostra
mente, in quel che si voglia chiamare ciò che ci rende più o meno umani.
(Le piccole memorie - José Saramago)

venerdì 6 giugno 2008

Immigrati: Reato o aggravante ??

Riporto da un' articolo pubblicato sul sito del Movimento Ecclesiale Carmelitano:

«Caro papa, chi ti scrive è una ragazza di diciannove anni d'etnia zingara. Come saprai il mio popolo non ha un santo zingaro al quale rivolgere le sue preghiere. Ti chiedo allora di santificare il Pelé il più presto possibile, perché noi Rom possiamo ricevere il dono immenso dell'amore di Dio, attraverso il Pelé, vero Rom e vero cristiano. Per noi il Pelé è la prova che Dio vuole correggere i nostri infiniti peccati donandoci un santo…» (Emanuela).

E' una delle lettere inviate, alcuni anni fa, a Giovanni Paolo II da un campo nomadi della Lombardia per promuovere la santità di Zeffirino Jiménez Malla, il primo "zingaro" proclamato beato il 4 maggio 1997 da Karol Wojtyla.

A proposito della recente decisione del Governo italiano di rendere "reato" l'immigrazione illegale e dell'intollerabile e vergognosa protesta, sollevata in questi giorni dagli esponenti del Carroccio, contro l'iniziativa del comune di Mestre di costruire un campo attrezzato per i nomadi, e certamente a proposito delle idee xenofobe di qualcuno… leggo nel libro di P. Antonio M. Sicari "Santi del nostro tempo" edito dalla Jaca Book questa interessantissima introduzione al profilo biografico del beato Zeffirino Jiménez Malla.

"Tutti gli uomini hanno una sola origine e un solo destino: Dio, Padre misericordioso; ed hanno un solo Salvatore che per tutti ha dato la vita, «abbattendo il muro della divisione, nel suo sangue», come dice la Scrittura. Perciò i cristiani dovrebbero essere sempre addolorati, quando esperimentano la divisione, quando la diversità - invece di essere rispettata e valorizzata - viene disprezzata, offesa e rifiutata. E ciò può accadere quotidianamente perfino all'interno di una famiglia; e continua ad accadere da secoli tra popoli, razze, nazioni, classi sociali, religioni. Dovunque vediamo uomini che si odiano e si combattono perché incapaci di accettare «la diversità» altrui. Molti si sentono giustificati, perché la diversità appare ai loro occhi minacciosa, o perché si è fatta addirittura esperienza della sua pericolosità. E si conclude che difendersi non è solo un diritto, ma un dovere. Si dice allora che non si rifiutano gli altri perché sono diversi, ma perché sono pericolosi. E non ci si interroga quasi mai se non sia piuttosto vero il contrario: che gli altri, cioè, sono diventati pericolosi perché la loro diversità è stata troppo a lungo emarginata, rifiutata, violentata. Ma se questo è vero per tutti, che cosa accade quando «la diversità» è tale da essere addirittura una definizione? È quel che succede da sempre agli zingari".

P. Sicari ricorda che nei genocidi programmati da Hitler, gli zingari occuparono tristemente il secondo posto. Essi venivano considerati «Portatori di una eredità notoriamente greve e malata, perché essi sono dei criminali inveterati, parassiti in seno al nostro popolo, al quale non possono apportare che danni immensi, mettendo a grave rischio la purezza del sangue…».

"Venne così deciso – prosegue il teologo carmelitano – di estirparli dall'Europa. Prima si pensò alle deportazioni e alla emigrazione forzata, poi allo sterminio. Già nel marzo del 1944 Himmler dava ordine di ritirare tutte le circolari e i divieti pubblici contro gli zingari, semplicemente perché di zingari non c'erano più nei domini del Reich. In Crimea ne furono uccisi 800 la notte di Natale del 1941. Più di 30.000 furono eliminati nelle camere a gas di Auschwitz, 4.000 in una sola notte dell'agosto del 1944. In totale si pensa che ne siano stati uccisi circa 200.000. Qualcuno parla addirittura di mezzo milione. Ma gli zingari non hanno mai avuto voce, nemmeno per chiedere pentimenti, né per far scrivere libri o produrre film sul loro olocausto. Nessuno si è mai battuto il petto davanti a loro".

Una strage di notevoli proporzioni che dovrebbe far riflettere, soprattutto coloro che in questi giorni hanno sbrigativamente creduto di risolvere il problema delle immigrazioni in Italia optando per un'azione di forza.

Immediata la condanna dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Louise Arbour: "In Europa, le politiche repressive, così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti, contro l'immigrazione irregolare e minoranze indesiderate, sono una seria preoccupazione […]. Esempi di queste politiche ed atteggiamenti sono rappresentati dalla recente decisione del governo italiano di rendere reato l'immigrazione illegale e dai recenti attacchi contro i campi rom a Napoli e Milano". Anche il Vaticano ha espresso preoccupazione per le novità proposte dal pacchetto sicurezza presentato dal consiglio dei ministri italiano.

A distanza di poche ore giunge anche la precisazione del Presidente del Consiglio italiano: «La mia idea – afferma Silvio Berlusconi – è che non si possa perseguire qualcuno per la sua permanenza irregolare nel nostro Paese condannandolo per un reato. Mentre penso che possa essere considerata un'aggravante nel caso in cui commetta un illecito».

"C'è troppa malafede, o almeno ignoranza, – prosegue l'analisi sviluppata da P. Sicari – in chi guarda oggi con sdegno ai gruppi di zingari che vivono a ridosso delle nostre città, identificandoli solo per quel tanto di parassitario, di provocatorio o di profittatorio che c'è in alcuni di loro – manifestazioni ben note del resto, anche nelle nostre società – dimenticando i tempi in cui gli zingari sono stati costretti a considerarsi e a considerarci non solo diversi, ma nemici. […] Comunque stiano le cose, noi cristiani abbiamo un problema in più nei riguardi degli zingari, se pensiamo che è sempre stato vanto della Chiesa dire al mondo che nel suo grembo trovano posto e accoglienza tutte le diversità. […] E pensare che noi cristiani – che diciamo spesso con la Scrittura di essere «soltanto pellegrini in questa terra» – dovremmo sentire una certa affinità verso questo «popolo del vento». Ed avremmo anche alcune cose da imparare. Ed abbiamo anche tante responsabilità verso di loro, oggi più che nel passato: le nostre città secolarizzate (alle quali gli zingari si accostano, subendone il fascino) non solo non li aiutano affatto a difendere gli aspetti sani della loro tradizione (rispetto e attenzione per gli anziani, culto della famiglia, amore alla libertà, senso della festa e della pace), ma minacciano di assimilarli – nel peggio, beninteso – trasmettendo i potenti virus dell'individualismo, del consumismo, della trasgressione. Per questo è stato un grande giorno quello in cui il popolo degli zingari è stato convocato a piazza San Pietro per assistere alla beatificazione di un loro fratello".