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giovedì 23 settembre 2010

Libera nos a Malo

Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù sopra i tetti; riconoscevo a orecchio, un po' più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del paese anche lui. Qui tutto è come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole.

(Libera nos a Malo - Luigi Meneghello)


venerdì 20 novembre 2009

Bella gente d'Appennino - Giovanni Lindo Ferretti

INCIPIT DEL NUOVO LIBRO:
"All’origine di tutto ciò che posseggo c’è l’alfabeto. L’abbecedario su cui imparai a scrivere e leggere: a come albero, b come barca, c come casa, d come dono... dono e destino. Appena prima avevo imparato a tracciare, con mano sicura, gesti antichi: aste, croci, tondi, quadri. Segni e simboli. La parola scritta, la lettura sillabante, lo studio. Sapere e fare. Ricchezza del conversare.

Non ho speso bene i miei giorni. Molti li ho sciupati, di molti sono stato spettatore. Troppi li ho macerati, estenuanti, in una sequela di tensioni senza soddisfazione; in guerra con tutto e con me stesso. Me ne sono liberato, a volte con fatica sempre con sollievo.

Le pagine che seguono sono tappe del mio cammino; in parte a ritroso in un passato che non si esaurisce, non è remoto; e il futuro, quando c’è, svela tracce d’anteriore. Ogni capitolo è un pellegrinaggio verso un luogo, un momento, un incontro. Una o più parole lo identificano, ne tracciano il confine, lo raccontano. Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono. Le riconsegno. Ogni parola corrisponde a una lettera dell’alfabeto a ricostruire il mio personale abbecedario: d come dimora, c come cavallante, i come incarnazione, b come bottega, s come sepoltura, e come esilio, p come persone (politica), a come appennino, alpe.

Una famiglia rende lode a Dio per aver figli saggi nella giovinezza, ma va considerato che c’è grande gioia per il ritorno di un figlio perduto. C’è, d’altra parte, un dolore che rode e non placa nel percepire l’arido, il pavido, nel cuore di un figlio che mai si allontana da casa."

"Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono." Giovanni Lindo Ferretti ha smesso di fare il cantante e si è fatto cantore di un mondo residuale, antico, sfuggito al moderno. Quello montano, il suo. Lo fa nell'intenso "Bella gente d'Appennino", in libreria per Mondadori, in cui, in perfetto stile-(nuovo)Ferretti, l'autore si mette a nudo con rivoluzionaria onestà.

Dall'esilio in quella terra di mezzo che è l'Appennino tosco-emiliano, Ferretti racconta le gesta nobili e quotidiane dei suoi avi e della comunità di Cerreto Alpi, montanari capaci di valore, dignità, lavori umili, buonumore, passioni forti e sempre decorose. Dalla capostipite sassalbina Maddalena fino a sua madre Eni, dallo zio Archimede, grande cacciatore di orsi in Alaska, alla tragica vicenda di Ezio Comparoni- Silvio D'Arzo e di sua madre Rosalinda.

Tante donne, molti uomini e moltissimi animali, ché la famiglia Ferretti ha campato da sempre di quello: pecore per i formaggi saporiti, cani per governarle e cavalli per viaggiare, fare la guerra o scoprire - come nel caso del suo destriero personale, il roano Tancredi - inattese forme di fedeltà fra esseri viventi.

sabato 17 gennaio 2009

Il pane di ieri è buono domani

Norberto Bobbio, di poco più anziano di mio padre e originario di una terra prossima alla mia, nel suo De Senectute ricorda tre di questi "detti" lapidari... 
Il primo - Fa' el to duvèr, cherpa ma va' avanti! - è una sorta di traduzione popolare dell'imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell'etica individuale. Ognuno nella sua vita è chiamato a fare qualcosa, e quel qualcosa lo deve fare, è il suo dovere assoluto: esiste per ciascuno un compito che, per duro che sia, va svolto senza indugio, c'è un fine che va perseguito senza distrazioni. Elogio del dovere, dunque, posto sotto la legge della perseveranza: "fino a crepare". 
Cosa resta oggi, anche in Monferrato, di questo primo comando ?
Oggi in cui tutto è a breve durata, tutto "in prova", tutto senza memoria; oggi in cui ogni scelta è rimandata e, non appena presa, è revocabile alla prima difficoltà; oggi in cui non si ha nemmeno la percezione che esista un "dover essere e fare" per ciascuno. ... Era una questione di fedeltà, senza la quale non vi poteva essere onestà né sul lavoro né nei rapporti.
Ist l'è el to duvèr !  - questo è il tuo dovere ! - la frase chiudeva ogni discussione. ... Quest' obbligo morale diventava la spina dorsale dell'uomo monferrino e la vita stessa era letta come un dovere, un mestiere faticoso: "il mestiere di vivere", come aveva ben capito il langarolo Pavese." 
(Il pane di ieri - Enzo Bianchi) 

martedì 16 dicembre 2008

Ogni cosa è illuminata


"I ricordi non servono per non dimenticare, ciò che viene seppellito non è perché noi lo troviamo ma perché lui venga trovato"


domenica 5 ottobre 2008

Davvero è meglio star zitti.

Qualche minuto più tardi Chughi, come per fare marcia indietro, quasi pentito, commenta ancora: Vedi, da noi ebrei, mi pare in un trattato del Talmud, sta scritto più o meno "molti sicari ha il Signore": e c'è un commento di rabbi Janakh che dice: Dio s'interessò di Abele e della sua offerta però in effetti preferì proprio Caino. La dimostrazione è che Abele è morto giovane, senza manco riuscire a sposarsi, e così viene fuori che tutti noi, tutto il genere umano, compresi persino noi, proprio noi, cioè il popolo d'Israele in persona, tutti discendiamo dalla stirpe di Caino, mica da quella di Abele. Senza offesa, per carità, senza allusione personale a nessuno ovviamente.
Il signor Leon ci pensa su un momento, sgranocchia ancora qualche noce di Pecan e chiede: Embè ? Che intendi ?
Sholmo Cughi, tristemente:
Chi ? Io ? E che ne so io ? Ci sarà sicuramente dell'altro nei nostri testi, ma io personalmente sono ancora a un livello basso, come si dice. Insomma non è che ne so gran che. Quasi niente. Dì un pò, non è un peccato che ha preferito Caino ? Per noi non era forse meglio se invece preferiva Abele ? Ma una ragione ce l'avrà avuta, no. Nel mondo non esiste niente che non abbia una ragione. Niente. Assolutamente niente. Anche questa farfalla notturna qui. Un capello nel piatto. Insomma qualunque cosa al mondo, senza eccezione testimonia non solo di se stessa. Testimonia sempre di se stessa e di qualche cosa d'altro. Testimonia di qualcosa di molto grande e tremendo.  Nell'ebraismo questa cosa si chiama "arcani". Cose che solo i grandi sapienti sanno.
Il signor Leon sogghigna: Sei proprio tocco, Chughi.  Altro che un pò. Ti han proprio fottuto la testa da quelle parti, quegli ortodossi bigotti. E' che mica parli con il cervello, te. E non è una novità. Ma ultimamente, da quando sei cascato nelle loro braccia, non è che parli solo senza usare la testa, sragioni proprio. Scusa ma me lo puoi spiegare cosa c'entrano Caino e Abele ? Fra i capelli nel piatto e i sapienti ? Guarda, meglio di no, meglio se taci. Basta. Piantala, lasciami vedere. E' finita la pubblicità alla tv.
Sholmo Chughi ci medita un pò su. Alla fine, mortificato e pieno di sensi di colpa, ammette quasi sottovoce:
Vuoi sapere la verità ? E' che nemmeno io capisco, capisco sempre meno. Davvero è meglio star zitti.
("La vita fa rima con la morte" - Amos Oz)

venerdì 13 giugno 2008

La polvere del mondo - Nicolas Bouvier

"Appoggiati contro una collina, guardiamo le stelle, i movimenti vaghi della terra che se va verso il Caucaso, gli occhi fosforescenti delle volpi.
Il tempo passa tra tè bollenti, qualche frase, sigarette; poi s'alza l'alba, e s'allarga, le quaglie e le pernici si mettono in mezzo...e ci si affretta ad affondare quell'istante supremo come un corpo morto in fondo alla memoria, dove si andrà a ripescarlo un giorno. Ci si stiracchia, si fa qualche passo, leggerissimo, e la parola "felicità" parrebbe troppo misera e specifica per descrivere tutto ciò che vi succede.
In fin dei conti, ciò che costituisce l'ossatura dell'esistenza, non è né la famiglia, né la carriera, né ciò che gli altri diranno o penseranno sia bene per voi; ma alcuni istanti di questo tipo, innalzati da una levitazione ancora più serena di quella dell'amore, e che la vita ci distribuisce con una parsimonia proporzionale al ritmo del nostro debole cuore."

sabato 9 febbraio 2008

Le parole per guardarle

"Ogni mente chiusa nel linguaggio è capace solo di opinioni.
Ogni mente capace di afferrare pensieri inesprimibili è già nella verità."
(Simone Weill)

...Il giovane Ugo da San Vittore era stato iniziato alla lettura di tipo monastico. Principalmente egli "ascoltava" il libro assimilando il suono delle righe (voces paginorum), in cerca della sapienza piuttosto che della conoscenza.
Per lui la pagina non era la registrazione della parola ma la rappresentazione visiva di un pensiero e la lettura era una forma di pellegrinaggio, un'atto di incarnazione anzichè di astrazione.
Il libro, a quel tempo, veniva portato solennemente in processione, come un oggetto di culto o una reliquia degna di adorazione. Durante la liturgia lo si illuminava con un cero particolare ed era oranto con l'incenso. Ugo si trovava alla fine di una tradizione di lettura mormorata, medidativa, gustativa che ha inizio con i padri della chiesa, specialmente Agostino.
Fu proprio Agostino che però, pieno di meraviglia, una notte fece la scoperta che era possibile leggere in silenzio; egli imparò quest'arte al fine di non svegliare i confratelli, con le sue meditazioni.
Nel 1240 era già in auge un rivoluzionario sistema di consultazione rapida, il nuovo sistema di impaginazione che si afferma utilizza i sommari di testa, i paragrafi, le evidenziazioni con l'inchiostro rosso mercurio, addirittura le introduzioni, il volume viene frazionato e imbrigliato in capitoli successivi che sono poi elencati nell'indice generale...
Il testo comincia a "galleggiare" sulla pagina, diventa autonomo, si radica nel libro. Il libro che in precedenza si poteva leggere solo dall'inizio alla fine, ora diventa accessibile in qualsiasi punto e chi legge si sente spinto ad abbreviare i passaggi, a sorvolare su alcune parti, a tralasciare qualcosa.
Così la lettura da esercizio spirituale si trasforma in una disciplina scolastica; la scrittura perde la sua sacralità e si degrada a comunicazione.
Perciò ogni qual volta che le parole sono di nuovo composte per essere mostrate e divengono cioè parole da guardare, è come se riacquistassero mille significati e mille profumi...