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venerdì 12 settembre 2008

Gara internazionale di cazzate !

Siamo abituati da anni alle follie della politica Italiana e, per tutto questo tempo, avevamo guardato all'estero quasi con invidia. Da qualche settimana però devo ricredermi.
Il ritorno della "guerra fredda" (che in Italia non è praticamente mai andata via: l'ideologia tra destra/sinistra ha ancora il sopravvento sulle buone idee) sta impegnando i maggiori attori della politica internazionale in una prestigiosa gara di cazzate !


Dalla Russia vogliono farci credere che Putin , mentre se ne andava in giro (rigorosamente a petto nudo) a caccia di tigri, abbia salvato una incauta troupe televisiva che si aggirava nella sua foresta per girare documentari dall'attacco del pericoloso felino.
Secondo voi quante probabilità ci sono che dei documentaristi, Putin e una tigre, che si era inferocita proprio in quei minuti, si trovino sotto lo stesso albero di una delle più grandi foreste russe ?
...
Sono anche da segnalare le dichiarazioni di Sarah Palin:
"La governatrice dell'Alaska, che in passato ha definito la guerra in Iraq "un compito indicato da Dio", si dice poi "convinta che vi è un progetto per questo mondo e che questo progetto sia per il bene". "Penso che vi sia grande speranza e grande potenziale per ogni paese - afferma - per vivere e veder protetti i suoi diritti inalienabili che sono dati da Dio. Credo che questi siano i diritti alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità. Questo, a mio giudizio, è il grande piano del mondo."
Come Dio abbia indicato che la guerra in Iraq era da farsi è un mistero della fede !
Probabilmente "qualcuno" ha avuto una crisi mistica da stress.
La seconda parte del discorso della Palin sembra condivisibile ma, dovendo partecipare, anche lei al concorso per la cazzata più grande, ha aggiunto:
"Siamo pronti alla guerra con la Russia"
Forse che la speranza, i diritti alla vita, alla libertà e il perseguimento della felicità possano arrivare palesando una terza guerra mondiale ?
"Chi vuol esser lieto sia, del domani non c'è certezza" !
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mercoledì 20 agosto 2008

La sinagoga dei destini alternati

Cito da Repubblica:
Questa è la storia di una sinagoga che un giorno fu trasformata in stalla da uomini bestiali in divisa. Le bestie dichiararono "alieni" la gente che la popolava, la uccisero e la seppellirono nei boschi. Ma un giorno la stalla tornò a ospitare uomini pii e divenne luogo di festa, musica e allegria. Ma poiché nelle vicende degli uomini i tempi bui e quelli di gioia si alternano fatalmente, ecco che un giorno la casa tornò a essere luogo di tristezza, l'ultimo rifugio di una coppia dichiarata a sua volta "aliena" da un'Europa matrigna: Rita e Volodia, due anziani russi intrappolati in Lettonia dal gioco delle frontiere mobili, che ho incontrato a Ludza a pochi chilometri dall'ultima frontiera dell'Unione.

Nella luce gialla della sera la cittadina si svela uno Schtetl perfetto, sormontato da una chiesa cattolica leccata come una meringa, in cima alla collina. In piazza, una chiesa russa, malandata. Per chiudere il triangolo manca la sinagoga. Una la troviamo subito, è abbandonata. Ce la indica un passante: dalla finestra del pianoterra si vedono i libri ancora aperti e i rotoli della Torah tra la spazzatura e i vetri rotti. Ma, poco oltre, c'è dell'altro. Una casa che sa di mistero. Sembra un "puzzle"; come se non una, ma cinque o sei epoche si fossero sovrapposte fuori e dentro le mura perimetrali nel giro di pochi anni. Nell'orto c'è una donna anziana che zappa. Anche lei è chiaramente russa. Vera.

"Sì, anche questa era una sinagoga. Ma Hitler nel '41 ci ha messo i cavalli dei soldati. Quello che è successo lo sai. Migliaia di ebrei ammazzati, nei boschi, e anche qui sul lago. Poi siamo arrivati noi, nel 1946. Vieni, ti faccio vedere com'è fatto dentro". Entra in casa, solleva un tappeto, apre una botola e mostra un tombino in cemento. "Questo l'hanno costruito i nazisti per scolare l'acqua della lavatura dei cavalli". L'interno dei muri è in doghe di legno, le arcate sono state accorciate e trasformate in finestre. "All'inizio gli ebrei sono tornati in tanti. Dio solo sa da dove. Zia Gjela, zia Fruma... Care persone, li chiamavamo zii... E poi Boris Gansen, Jasko Mojssiev, il medico Schmuetze, la vecchia Zagoria... Oggi non c'è quasi nessuno. O sono morti o andati in Israele".

Le chiedo dove è nata e qual è il suo cognome. Tira fuori il passaporto, mostra una stampigliatura in lingua lettone: "nepsilona pase". Poco sotto, la traduzione inglese: "alien's passport". Cioè: alieno, non persona, uno che non può votare nemmeno alle comunali. "Che vuoi, non sono abbastanza lettone, non sono più russa, e il mio primo documento era sovietico. Siamo in mille così nel Paese. Dovremmo passare un esame di lingua e uno di lealtà nazionale, ma che vuoi, io il lettone sono troppo vecchia per impararlo. Sai, all'inizio ero molto abbattuta, ma oggi non ci faccio caso". La ascolto, pieno di vergogna. Vorrei diventare alieno anch'io, urlare contro questo fascismo perbene che invade l'Europa, Italia inclusa.

La pendola batte le cinque. Il marito Volodia, che ha avuto un'emiparesi, sta sul divano e si limita a un saluto di circostanza. Chiedo a Rita se avverte strane presenze in casa. "Mia nipote dice che sente sussurri, ma io le dico: stupida, è impossibile. Noi siamo protetti da questo luogo santo. Con l'Urss gli ebrei sono stati bene. Eravamo tutti felici, poveri ed eguali. Se eri un fannullone ti beccavano subito e ti portavano a lavorare. Oggi siamo tutti diseguali e scontenti". Ora Volodia si rianima, fa segno di sì col capo. Non ha mai visto nessuno occuparsi della sua vita come questi due stranieri passati per caso a casa sua. Si alza, prende una cassa da un armadio, e la apre. "Ecco, questa è tutta la nostra storia".

Tira fuori vecchie foto e si mette a raccontare. "Gli ebrei erano suonatori straordinari. Arkadi Kovnatar era un grande alla fisarmonica; è morto poco tempo fa. Davidoff era un altro fenomeno. E questa qui in fotografia è l'Orchestra popolare di fiati. Erano i più bravi di tutta la Lettonia. Non suonavano musica ebraica, ma quattro su cinque erano ebrei. Guarda qui: da sinistra Karotkin, poi Moissev, Kovnatar e Davidoff. L'unico non ebreo è il quarto, ed è anche l'unico che non è morto. Lo guardi bene... Chi è? Ma sono io, Vladimir Dierbeniov", e con un lampo negli occhi compie un mezzo inchino verso una platea che non c'è.

"Si ballava finché non si crollava di stanchezza. Suonavamo ai matrimoni e ai funerali, tutti ci volevano. I nostri anni con gli ebrei sono stati i più belli. Quando se ne sono andati, all'inizio degli anni Novanta, tutto è diventato più triste". Rita: "Chissà chi è ancora vivo di loro... Ah, zizn proslà, la vita è passata, caro mio. Ma che bella cosa è stare con voi... Siamo uomini, no? E gli uomini sono fatti per incontrarsi. Volete del thè?".

Dico che preferisco la fisarmonica; ho capito che Volodia muore dalla voglia di riprenderla. Sono due anni che nessuno gli chiede di suonare. Lo esorto, lui non si tira indietro. Si alza, prende la custodia. Lo strumento è pesantissimo. Passa le dita sulla tastiera, la commozione è forte e le mani sono irrigidite dalla malattia. Compie uno sforzo tremendo, prova con "Turna a Surriento", lotta col corpo arrugginito, il volto è teso, le dita cercano le note, ma lentamente va, il mantice si gonfia e cerca note più difficili, ci riesce, Volodia si rilassa e sorride. La gioia ha ripreso possesso della casa degli spiriti.

"Dài, Volodia. Canta per noi!". Ma Volodia fa di no con la testa e continua a suonare. Insistiamo. E lui con l'occhio furbo: "Datemi cento grammi e canterò". Cento grammi è il modo russo per dire "bicchierino" e un bicchierino non si nega mai in presenza di un ospite. Così Rita porta la caraffa, brandy di orzo fermentato detto "samogon", cioè "fatto in casa". Colore giallo oro, profumo eccellente. E Volodia: "Bere va bene, ma che si mangia?". Ormai è chiaro, la sosta si è trasformata in un invito a cena.
Sul tavolino tra il divano e le poltrone arriva pane fatto in casa, burro fatto in casa, pesce affumicato pescato da Volodia nel lago vicino, verdurine fresche coltivate da Rita nella serra dietro casa. Un trionfo di spesa a chilometro zero. Penso che quando verrà la Grande Crisi Alimentare, i russi sopravviveranno, l'Europa no. Sopravviveranno anche gli alieni e gli sradicati che abbiamo costretto all'arte della sopravvivenza. Come gli ebrei.

Brindiamo fra uomini, mandiamo giù d'un sorso.
"Bene - fa lui soddisfatto - ora vi canto Nekrasov". Si concentra, gonfia le vene del collo, le corde vocali, i polmoni, e poi va, canta passando dal sussurrato al tonante, ci porta come il tappeto del Maestro e Margherita in volo sulla grande notte slava che ci circonda. Sento che sono nel cuore del viaggio. C'è tutto: la slavità, gli ebrei, lo sradicamento, la frontiera, il fascismo che torna, la bontà degli Ultimi. E questo cielo lettone che riassume il Nord e il Sud del mio continente.

Rita: "Dài, canta Vojennaja, che voglio piangere un po'. Mi fa bene". Lui attacca "Sul bordo della foresta c'è una vecchia quercia". Lei gli va dietro, e ora cantano insieme, dolcissimi ottantenni. Nel ritornello distinguo "mili moj Andrej", mio dolce Andrea; Andrea come mio figlio. Lui brontola: "La voce va bene, sono le dita che non vanno. Ma dammi ancora cento grammi, amico mio".

Ormai siamo ciucchi. Facciamo discorsi tipo: Puskin era Puskin, ma Lermontov era meglio. Lei recita una poesia: "Ora non muoio più d'amore, anche se di notte il mio cuore si scatena". Poi fa: "Senti? Adesso non c'è più un amore così, oggi è tutto bardak, banalità, amore in vendita", e i suoi occhi ardono come quelli di una trentenne. "I nostri libri non servono a nessuno, oggi più nessuno legge. Nemmeno i nostri figli. Li dobbiamo buttare dopo averli sempre amati. Sono diventati carta da cesso".

Volodia mi accompagna a far pipì nel wc in mezzo al giardino. Toglie il lucchetto e mi aspetta. Poi andiamo verso il lago e stranamente riusciamo a camminare diritti. Canneti, anatroccoli che si lavano, cielo viola. Sento di non essere all'altezza di ciò che ho visto e sentito. E mentre il vento arrovescia gli anemoni nell'acqua come bocche di rane enormi, butto a raffica nel lago i miei centesimi lettoni chiedendo al destino di legarmi per sempre a questo luogo. Il mio centro d'Europa.

Paolo Rumiz