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mercoledì 4 novembre 2009

Una società non crolla, si svuota poco a poco.

Lo scrittore francese Georges Bernanos in una sua analisi dello svuotarsi dell’anima della nostra società, sviluppata nel saggio “La France contre les Robots (1947)”, dichiarava: “Una civiltà non crolla come un edificio; si direbbe molto più esattamente che si svuota a poco a poco della sua sostanza finché non ne resta più che la scorza”.

La frase del famoso scrittore sembra coniata a proposito, se si pensa alla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di dichiarare che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli; e ancora: la presenza dei crocifissi nelle aule è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".

Questo atto di “giustizia” è la chiara manifestazione del fatto che non sappiamo più guardare all’uomo per quello che è: un essere finito, piccolo e fragile che possiede in sé la capacità di trascendere, di superare la sua finitezza riconoscendo che fuori da sè l’Infinito è la sua ragion d’essere. Del resto, lo stesso Bernanos scriveva anche: “Nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri”.
Il fatto che l’uomo sia più di ciò che il suo corpo contiene era ben noto ai grandi filosofi antichi, i quali dichiaravano che l’uomo cerca la conoscenza, la virtù e l’essenza di tutto ciò che lo circonda perchè ha bisogno di ritrovare, proprio nell’essenza, quella originalità e unicità che, superiore alla cosa che determina, fa sì che quella cosa sia ciò che è.

E l’essenza dell’uomo? Per qualcuno risiede nel suo essere parte del mondo, per altri nella capacità di conoscere, per qualcuno nell’amare, per altri ancora nella capacità di ri-conoscere Dio.
Ciò che è chiaro è che per l’uomo di oggi è sempre più facile definire l’essenza dell’uomo come la sua stessa esistenza, anzi come la capacità dell’uomo di determinarla, di decidere quando questa inizi o debba iniziare e quando finisca o debba finire, quando questa abbia un senso e quando no; in pratica l’essenza dell’uomo sembra essere confinata nella sua capacità di autodeterminarsi.
Tutto questo mi rende molto triste. Pensare che la mia essenza possa risiedere nella mia capacità di definirmi un essere fragile, piccolo, incapace di comprendere l’Infinito, relegato in un metro e ottanta di statura e un insieme di organi che invecchiano dal giorno in cui sono nato: un essere nato per morire... E’ triste e deprimente.
Però, in me c’è qualcosa di grande: una grande sete di amore, di giustizia, di valori, di grandezza, una sete di infinito che mi fa davvero pensare che coloro che ritengono l’uomo grande solo perché può determinare il giorno della sua nascita e della sua morte si stiano proprio sbagliando.
Così riguardo la storia dell’uomo, per quel poco che la conosco, e ritrovo genialità, gratuità, santità, capacità di rendere infinito il senso della vita attraverso un gesto di fede, di amore, di perdono.

Tutti gesti di libertà, nel vero senso della parola; la libertà di dire sì, non di negare o di negarsi, la libertà di limitarsi per lasciare spazio agli altri e all’Infinito. La stessa libertà con cui un Dio, sommo ed infinito, si è tirato un po’ in disparte per fare spazio a me, al mio essere, al mio esistere. Per questo la “violazione della libertà” non è il gesto di appendere un crocifisso in un luogo pubblico, magari per ricordare ad alunno ed insegnante che esiste qualcosa di più grande di se stessi. La violazione della libertà è chiedere all’uomo di dimenticare l’Infinito, di appiattirsi nell’uguaglianza dell’essere finito, nel dire all’uomo che non esiste nulla di più grande di lui, in nome di un presunto diritto di tutti a non riconoscersi in un panorama universalmente più grande. Già, perché dietro alla paura del crocifisso potrebbe esserci la paura del Corano, la paura di doversi confrontare con l’altro pubblicamente su ciò che davvero ti tiene al mondo: la tua fede. Allora è più facile dimenticare o relegare alla sfera privata la dimensione religiosa, la ragione di tutti quei valori che il laicista vuole che non si chiamino Vangelo ma Costituzione, che non facciano riferimento a Dio ma all’uomo, ma che alla fine sono l’essenza di ciò che consente all’uomo di innalzare il suo spirito oltre il suo metro e ottanta di statura!

In questa triste considerazione, però, mi resta una grande speranza nella capacità dell’uomo di ritrovare dentro di sé il soffio originario dello spirito di Dio, ciò che gli ha dato la vita e la forza di viverla giorno per giorno. E mi viene in mente il bel racconto di Dino Buzzati “La rivolta dei cretini” in cui lo scrittore narra della necessità di rendere uguali gli uomini e dei danni che questa necessità produce con i mezzi della scienza laica e progressista, danni che, alla fine, però, si risolvono nell’impossibilità di cancellare l’impronta di Dio nell’uomo, per cui: “la folle mania dell’uguaglianza, dopo essere passata attraverso inverosimili assurdità, stoltezze e turpitudini, assicurò finalmente agli uomini una specie di paradiso. Tutti poveri, brutti e cretini, però galantuomini di cuore, con l’animo in pace.”

www.mec-carmel.org

lunedì 6 ottobre 2008

E finalmente anche un po di cultura...

(oggi mi è presa male)

La dama con l'ermellino

La dama con l'ermellino è un dipinto ad olio su tavola di cm 54,8 x 40,3 realizzato tra il 1488 ed il 1490 dal pittore Leonardo da Vinci, nel periodo milanese. La donna ritratta si pensa sia Cecilia Gallerani.

Lo schema del ritratto quattrocentesco, a mezzo busto a 3/4, viene superato da Leonardo che concepisce una figura che accenna una lieve rotazione nello spazio. La figura emerge dall'oscurità del fondo grazie al calibrato gioco di luce e d'ombre

Vi è corrispondenza tra il punto di vista di Cecilia e dell'ermellino; l'animale infatti sembra identificarsi con la fanciulla, per una sottile comunanza di tratti . In particolare, gli sguardi dei due sono intensi e allo stesso tempo candidi,

La dama volge il capo come se stesse per rivolgersi a qualcuno che sta sopraggiungendo nella stanza ed al tempo stesso ha l'imperturbabilità solenne di un'antica statua.
Un impercettibile sorriso aleggia sulla labbra di Cecilia: per esprimere un sentimento Leonardo preferiva accennare alle emozioni piuttosto che renderle esplicite.
Le lunghe, eleganti dita di Cecilia che accarezzano l'animale testimoniano la sua delicatezza e la sua grazia L'ermellino è dipinto con precisione e vivacità. Per il suo pelo bianco, l'animale era considerato simbolo di purezza.

Dall'analisi ai raggi X emerge che dietro la spalla sinistra della dama era anticamente dipinta una finestra;

Il significato dell'ermellino

L'ermellino sottintendeva una sottile sciarada intellettuale perché in greco si chiama galere, quindi richiama il nome Gallerani. Inoltre nei bestiari medievali l'ermellino rappresentava alcune virtù, tra cui l'equilibrio e la pacatezza; in uno di questi, "il Fiore di Virtù", l'ermellino è infatti citato come emblema di moderazione. Leonardo, che lo aveva riassunto e commentato, vi annotava: "L'ermellino per la sua moderanza non mangia se non una sola volta al dì, e prima si lascia pigliare dai cacciatori che voler fuggire nell'infangata tana, per non maculare la sua gentilezza". Il commento è accompagnato da un disegno che illustra la leggenda secondo la quale per catturare l'ermellino basta sporcare di fango l'imboccatura della tana perché in tal modo l'animale rifiuterà di rifugiarvisi per non imbrattare la candida pelliccia. La citazione della "moderanza" non stona se riferita a una donna colta e universalmente apprezzata come la Gallerani. Nelle intenzioni di Leonardo tali virtù sarebbero, quindi, state trasferite di riflesso a Cecilia Gallerani, grazie anche all'atteggiamento praticamente identico della dama e dell'animale. L'analogia tra la giovane donna e l'animale potrebbe stare anche nel fatto che entrambi sono aggressivi e non addomesticabili, pur riuscendo lei ad addomesticare l'ermellino.

Ma la costellazione dei rimandi non si esaurisce qui: un riferimento potrebbe essere stato fatto a Ludovico il Moro che, nel 1488, aveva ottenuto dal Re di Napoli la prestigiosa investitura dell'Ordine dell'Ermellino. Ma la tipologia "politica" non sembra fosse la prediletta di Leonardo: egli amava invece attingere ad un repertorio allegorico moraleggiante, ricavato dai bestiari medioevali.

Una terza teoria porta a pensare che il soggetto sia La Belle Ferronnière, soprannome di Madame Ferron, amante di Francesco I di Francia. A sostenere ciò vi è la scritta apocrifa, in alto a sinistra, "LA BELE FERONIERE LEONARD DA WINCI". Si ritiene questa tesi errata, però, proprio perché l'iscrizione non è originale, ma aggiunta successivamente.

giovedì 19 giugno 2008

Arvo Part - "ma questo tipo di cose non si possono spiegare".

Vale la pena prendersi una pausa per ascoltare Arvo Part. Musicista estone nato a Paide l' 11 settembre 1935, Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli".

Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo.

"Non posso spiegare in questo momento. Le radici non sono visibili. Credo che i milioni di calcoli che ogni computer riesce a svolgere in un lasso brevissimo di tempo non siano che una minima parte di quello che possiamo fare noi esseri umani. Non possiamo forse riuscire a portare a termine un progetto con la stessa precisione di cui è capace una macchina, ma siamo in grado di riconoscere corrispondenze e tracciare collegamenti.Esiste una relazione tra la formulazione embrionale di una frase musicale e un altro mondo assai complicato che portiamo in noi e che finisce con il determinare ogni cosa; ma questo tipo di cose non si possono spiegare."

Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita.

Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa.

Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.


Per ascoltarlo CLICCATE QUI