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lunedì 20 febbraio 2012

Laicità, Fede e traduzioni frettolose

Una traduzione non corretta del primo comandamento, la prima parola del deserto, crea non pochi impedimenti nella comprensione di quest'ultimo.
Di fatto ci è stato tramandato così, una dichiarazione autoreferenziale: "Io sono il Signore di Tuo".
In ebraico però la faccenda è più complessa: "Anokhi HaShem 'Eloqeykha 'asher hotze'tikha me'Eretz Mitzrayim, mibeit avadim liyot lakhem leelokim".
Ovvero: "Io sono il Nome ineffabile, il tuo Signore che ti ha tratto dalla terra d'Egitto dalla casa degli schiavi per esserti Signore".
Dio quindi si rivela in maniera non generica, la sua identità è connessa con l'esperienza del processo di liberazione compiuto da un popolo che fino ad allora aveva vissuto in schiavitù.
I patriarchi avevano costruito con geniale radicalità il quadro di riferimento etico dell'umanesimo monoteista !
L'Egitto del Faraone rappresenta il paradigma del limite dell'asservimento interno ed esterno, la casa degli schiavi in rientriamo ogni volta che cediamo a qualche forma di servaggio.
Non si possono accettare compromessi su questo terreno, l'alternativa è la libertà versus schiavitù.
Moni Ovadia

mercoledì 17 settembre 2008

Non esiste solo una logica

"Yossl Birnstein, nato in uno shtetl polacco, ha vissuto a lungo in un kibbuz dove aveva un amico, il figlio di un eroe sionista al quale era stato perfino dedicato un monumento equestre, morto assassinato da un palestinese. Un giorno, molti anni addietro, Yossl era a casa di questo amico a chiaccherare, quando si presentò alla porta una donna palestinese avvolta nel chador scuro e con il viso vistosamente tatuato. La donna insisteva per parlare privatamente con l'amico di Yossl, sostenendo che solo lui poteva salvare il figlio ingiustamente imprigionato per furto in un carcere israeliano. L'amico chiese a Yossl di aspettare nel patio, facendogli intendere che si sarebbe sbrigato in pochi minuti con quella madre palestinese che doveva essere un po tocca, e fece accomodare la donna dentro casa.
Poco dopo, l'amico uscì teso e pallido con la donna palestinese, dicendo a Yossl che lui andava con quella donna e che si sarebbero visti il giorno successivo. Il giorno dopo riferì a Yossl l'accaduto. La donna gli aveva detto: - Solo tu puoi salvare mio figlio. - Tu sei uscita di senno, - aveva risposto l'amico di Yossl. - Cosa c'entro io con tuo figlio ?
- Solo tu puoi, - aveva insistito la donna, - perchè noi due siamo parenti.
- Sei pazza ! Come possiamo essere parenti ? Io vengo da una famiglia russo-polacca, tu sei figlia di pastori palestinesi !
- Siamo parenti, - aveva insistito la donna. - Mio padre ha ucciso tuo padre. Noi siamo parenti.
L'amico di Yossl aveva pensato che sì, solo lui si poteva occupare della sorte del figlio di quella donna."
(Contro l'idolatria - Moni Ovadia)

mercoledì 30 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 2°

"E al termine di quarantanove anni, sette volte sette, arrivava il Sabato degli anni sabbatici, il Giubileo, "jovel" in ebraico, tre consonanti che sono le stesse del nome del primo musicista della Bibbia: Juval.
Arriva il Giubileo annunciato dal Santo Benedetto con queste parole: "Nel cinquantesimo anno celebrerete il Giubileo". E poi una delle sue frasi preferite ce piace molto anche a me"Li haarets", la terra è mia, per poi proseguire:"... la terra non verrà venduta in perpetuità... perché la terra è mia. E tu ebreo in quella terra vi abiterai come gher toshav, da soggiornante e residente" - altro che "padroni a casa nostra" - da soggiornante residente, insieme allo straniero, che godrà dei tuoi stessi statuti.
Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto. Io sono il Signore."
La parola residente in ebraico è gher; che vuol dire anche straniero. La condizione di straniero è l'unica che ti dà la vera dignità di risiedere. Ma se queste parole non fossero ancora chiare alla dura cervice ebraica, il Santo Benedetto aggiunge:"Mettetevelo bene in testa, davanti a me siete tutti stranieri."
(Kavanàh, storie e canti della spiritualità ebraica - Moni Ovadia)

martedì 29 luglio 2008

Se Dio chiamò il primo uomo "Terrone" (=Adamo). Parte 1°

Fin dalla sua fondazione l'uomo si individua come creatura senza differenza di classe, etnia o altro e questo perché la dignità della sua genesi è così alta che non vi può essere maniera di sminuirla.
Questo concetto lo si capisce ed è evidente nella festa del Sabato ebraico.
In due o tre post guarderò di far conoscere questa particolare, ma bellissima, visione del mondo utilizzando uno scritto di Moni Ovadia. 
In tempi che si stano facendo bui è bene ascoltare le voci di chi ancora riesce a richiamare alla luce quella dignità che è insita in ogni uomo e che i politici e la stessa società sembrano e vogliono dimenticare.

"L'istituzione del Sabato è il canto della libertà, dell'uguaglianza ed è soprattutto per lo schiavo e per lo straniero, affinché diventino a pieno titolo esseri umani, perché nella dimensione sabbatica risplenda l'essere umano in sé.
Il Sabato ci trasferisce in questa dimensione: di Sabato è proibito lavorare e  far lavorare gli altri ed è proibito consumare e indurre altri al consumo. So volessi dirlo con Karl Marx, è l'uscita dall'alienazione. Nemmeno gli animali devono lavorare, nemmeno le piante, le zolle, tutto il Creato deve risposare e tornare allo splendore della propria libertà interiore per cui è stato generato. La terra è liberata e noi siamo liberi perché siamo fatti della materia dell'universo, come ha intuito la Bibbia, dicendo che discendiamo da un uomo che si chiama Adamo.
In italiano questo nome non dice molto, ma "Adam" in ebraico viene da "adamah" ovvero gleba, zolla e significa "il gleboso", "lo zolloso".
Il Sabato afferma la dichiarazione di uguaglianza più radicale che io conosca: di Sabato non ci sono ruoli, perché se non c'è il lavoro non c'è nemmeno il comando e gli uomini sono tutti uguali.
In epoca biblica, una volta ogni sette anni, si trascorreva un intero anno "sabbatico".
Immaginiamoci di vivere un intero anno sabbaticamente. Facendo cosa ?
La nostra prima reazione sarebbe di panico. Niente televisione, niente cinema, niente teatro, niente shopping center, niente di tutto questo. Cosa potremmo mai Fare ?
Beh, fare gli esseri umani per esempio, stare coi nostri figli, cantare con loro, raccontare loro delle storie, ascoltare le loro domande, studiare con loro. E poi fare l'amore, non del "fast sex", ma con tutto il tempo che merita. Celebrare il buon cibo, prendere consapevolezza che non siamo stati creati su questa terra per essere una macchina di produzione e di consumo.
Esseri umani, semplicemente. Immaginiamoci cosa significherebbe per noi un intero anno speso a coltivare la nostra umanità, a riscoprirla, a cantarla, a celebrarla, a studiarla.
Pensate che valore immenso avrebbe per la conoscenza, la convivenza, il progresso, la scienza..."

martedì 24 giugno 2008

Moni Ovadia - "Come una culla, il canto culla la legge"

La Toràh racconta che l'universo è stato creato dalla parola del Santo benedetto:
"Disse luce e luce fu".
Lo strumento della creazione è la voce dell'Onnipotente. La creazione è dunque un fenomeno acustico così come in seguito lo sarà la rivelazione ad Abramo prima, a tutto il popolo ebraico poi, nel deserto del Sinai: "Avete udito una voce, solo una voce".
Non c'è teofania nel monoteismo ebraico ma "teofonia". Dio si manifesta con una voce ed è la sua parola parlata che consente sia la creazione, sia la rivelazione.
Che differenza c'è fra la parola scritta che custodisce il patto e la legge, e quella parlata che crea e rivela ?
La risposta è semplice anche se non evidente: il suono, il canto.
Il canto conferisce dunque statuto generativo alla parola. I maestri della cabalàh, la mistica ebraica, osservano che la prima parola della Toràh, "in principio - bereshit in ebraico - contiene uno straordinario anagramma: taev shir, voluttà di canto.
Si può poeticamente affermare con i cabalisti, che il mondo è stato creato per la voluttà di una canto. I cabalisti ci segnalano anche che l'ultima parola del pentateuco, la legge biblica, israel, contiene un ulteriore potente anagramma: shir el, canto a Dio.
Come una culla, il canto culla la legge. Il canto è lo strumento principe della comunicazione interiore, il canto è la prima gemmazione della nostra identità quando appariamo alla luce uscendo dal ventre materno.
Ancora non lo vediamo, non lo sentiamo, eppure già cantiamo, urliamo il nostro "hinneni", il nostro eccomi e, vagito dopo vagito, vocalizzo dopo vocalizzo, sillaba dopo sillaba, conquistiamo la lingua mettendoci in cammino verso il canto.
In seguito perderemo la grazia di quel canto interiore perché saremo imprigionati in un contesto di apprendimento burocratico e rigidamente normativo. La cantoralità ebraica, khazanuth, una delle grandi arti della spiritualità monoteistica, ci consente di riprendere il viaggio nei territori profondi dell'animus umano dove si manifestano le pulsioni primarie a costruire senso nelle proprie emozioni e nelle strutture profonde del sentimento.
Per questo lo strumento interpretativo più importante del cantore è la kavanàh, la partecipazione, l'adesione al canto come dialogo intimo con l'urgenza del divino in presenza come in assenza.

Per ascoltarlo CLICCATE QUI

venerdì 4 aprile 2008

Le elezioni si avvicinano...

Le elezioni si avvicinano e poco dopo aver dato un'occhiata alle principali testate giornalistiche mi sento preso dallo sconforto.
Il PD parla solo di economia, il PDL parla solo di valori, Ferrara viene aggredito da quelli che dovrebbero essere i "pacifisti"...





Adesso che tutti si spacciano per "uomini nuovi" e per salvatori della patria non posso far altro che riportare una storiella ebraica di Moni Ovadia:

Un balen (uomo senza arte ne parte, sfaccendato) rincasa e, raggiante, annuncia alla madre disperata per quel figlio sfaccendato: "Mame, mamele ! Ho trovato un lavoro. Devo andare in cima al villaggio e guardare se arriva Messia. Se vedo lui devo fare annuncio. Mamele sei cantentaaa ? Mi dano cinqve groschen la settimana".
La madre imbestialita:" Che figlio deficiente ! Che razza di lavoro "avvistatore di Messia" ? Con cinque groschen faremo la fame !"
"Si, ce l'hai ragione mamele. Ma almeno è lavoro permanente !"

Quanto dovrà aspettare l'Italia per avere i suoi salvatori ?



lunedì 28 gennaio 2008

Il giorno della memoria e una cultura dimenticata...










Da una intervista a Moni Ovadia:

Ebrei: poveracci e paperoni, mercanti e banchieri. Arrangiarsi a vivere o manovrare il potere economico. Il senso degli affari è acutezza e finezza di percezione, una sorta di antennina che capta prima e meglio il nodo di una situazione e lo afferra. Afferrare si può dire dei concetti e del denaro. Nella percezione comune - Shylock su tutti - l'ebreo custodisce la borsa, tiene stretto il sacchetto con il denaro. Questa associazione è sedimentata nell'immaginario fino a diventare più di un carattere, una figura, uno stereotipo. E dall'interno come viene vista? Vogliamo sfatare una leggenda?
Gli ebrei non hanno originariamente nessun talento per il danaro, contrariamente a quello che si crede - a mio parere; gli ebrei sono stati costretti al danaro, manu militari, a forza sono stati obbligati all'usura, sono stati obbligati a gestire le assicurazioni, la loro stessa condizione li costringeva. Il danaro è qualcosa che ha una natura perversa per molti aspetti, ma anche, per molti aspetti, straordinaria: primo, è circolante per sua natura profonda, è legato al movimento; non ha molto rispetto per i confini, a differenza della terra; conseguentemente gli ebrei, che non potevano possedere terra, non potevano svolgere altre attività stabili, stanziali; erano costretti all'esilio ed erano diventati esuli per natura, si trovavano a loro agio a cavallo dei confini - parlo ovviamente dell'ebreo diasporico, di 2000 anni dell'ebreo nella diaspora. È naturale che il denaro rappresentasse una risorsa ideale per questo tipo di condizione; allora, con l'andare del tempo, si costituisce, detto fra virgolette, un cosiddetto "talento".
Dà una risposta folgorante sull'argomento, a mio parere, Joseph Roth ne Il profeta muto: c'è un personaggio di aristocratico decaduto, un uomo risentito, che coltiva odio, che lavora per un ebreo, un banchiere, un finanziere ebreo, e cerca di spiarlo, di studiarlo per carpirne i segreti. E lo scrittore, voce narrante, commenta: "Povero illuso! - non aveva capito che per fare un finanziere del genere ci vogliono generazioni e generazioni di perseguitati alle spalle". Questa può essere una qualche risposta.

Il denaro nella cultura ebraica - e da un punto di vista ebraico, che funzione e che valore ha il denaro nell'Antico Testamento? C'è qualche passo analogo?
Nell'ebraismo il problema dell'uguaglianza è posto nei termini di pari dignità, non è un problema di uguaglianza economica. E io credo che oggi noi tutti capiamo che il problema dell'uguaglianza economica finisce con l'essere secondario rispetto al vero problema di uguaglianza che è la pari dignità tra esseri umani.
Per la Torah, ciò che non è eticamente riprovevole è permesso, ma compito dell'ebreo è praticare la giustizia. Ho fatto una volta una domanda ad un grande maestro di ebrei: se ci può essere messianesimo ebraico senza giustizia sociale. Mi ha guardato con aria un po' beffarda e mi ha detto: "Ma Moni caro, il messianesimo ebraico è la giustizia sociale". Quindi, nel quadro di questa prospettiva - centralità della vita, centralità dell'uomo, santità del comportamento, uguaglianza di tutti gli esseri umani, intesa come pari dignità - il danaro non è di per sé criminoso e criminale; se no bisognerebbe attribuire al danaro un potere divino o demoniaco che sia, e questo per l'ebraismo è inaccettabile.

E l'episodio del vitello d'oro come va giudicato?
Quello è grave per due ragioni: una è che è un idolo. Credere che il danaro e l'abbondanza possano garantire la giustizia o comunque una vita buona è idolatria ed è gravissimo; è l'idolatria più perversa, perché è legata al danaro, all'oro, a Mammona, che chiede il sacrificio dei propri figli, né più né meno che oggi; non è più un sacrificio così cruento, ma poco ci manca. E l'altro... dico io in un mio spettacolo, il crimine del vitello d'oro fu quello di far restare tutto il contante disponibile chiuso in uno stupido vitello; il denaro deve circolare perché così si fanno quattrini. Allora: il deserto del Sinai poteva essere attraversato comodamente in sette giorni a piedi, gli ebrei per imparare il valore della circolazione furono fatti circolare nel deserto quaranta anni - questa naturalmente è una battuta, una delle cose dell'umorismo ebraico.

Esiste un repertorio ricchissimo di storie e storielle divertenti o emblematiche sullo stereotipo di cui si parlava?
Il rapporto con il danaro è anche leggendario all'interno del mondo ebraico. Le storielle sui finanzieri, sui ricchi e sui poveri, sulla relazione con il danaro sono infinite, e il loro scopo è mostrare gli tutti gli aspetti paradossali. Lo scopo dell'umorismo ebraico è destituire la relazione di quell'aspetto violento e di quell'odio che si trasforma in violenza, mostrando tutto il paradosso della relazione con il danaro e mostrando anche un senso nuovo in questa relazione, o altri sensi possibili rispetto a quelli primari e, come dire, sclerotizzati del pregiudizio, giocando su questa cosa, perché l'umorismo ebraico tende a glorificare la fragilità dell'uomo e con il danaro tutti gli esseri umani sono fragili. Allora si tratta di capire questa fragilità, di ridere attraversando un'esperienza conoscitiva e di passare ad un altro tipo di relazione, più con presa di distanza.
C'è una storiella che mi piace molto raccontare, di un uomo che si è fatto prestare dei soldi da una banca, costruisce delle case e guadagna dei soldi. Si guadagna fama di buon costruttore e ottiene un altro prestito. Fa delle altre villette, ma questa volta perde. Ma ottiene altri prestiti sulla base della sua buona fama. E continua a perdere; ma continua ad ottenere prestiti perché la sua fama di costruttore non viene intaccata da queste perdite e continua ad avere prestiti però i debiti si accumulano, finché il direttore di una banca lo convoca e dice: "Guardi lei gode di grande fama di ottimo costruttore, però lei sta continuando a perdere, si renda conto che prima o poi che i nodi potrebbero venire al pettine". Allora questo ebreo dice al direttore: "Beh, direttore, mettiamola così: io, con un po' di fortuna, potrei anche morire prima che questo accada".

Il barone di Rotschild
Allora questa è proprio la presa di distanza, oppure la famosa risposta del barone di Rotschild a un questuante che voleva beneficenza. Tutti andavano dal barone di Rotschild, che era il Creso degli ebrei, allora questo rabbino che chiedeva soldi era stato dal figlio del barone che aveva elargito duecentomila dollari, e salì dal padre, il grande barone di Rotschild, il quale gli firmò un assegno di mille dollari. Stupito, scandalizzato il rabbino disse: "Ma Barone, suo figlio mi ha dato duecentomila dollari, e lei... solo mille!" Allora il barone commentò dicendo: "Beh, vede rabbino, mio figlio ha un padre ricco, io no!"
Le storielle pullulano a miriadi. Ma il compito di un ebreo, intanto era la decima per i poveri. Un uomo che non dà la decima del suo danaro ai poveri è detto "malvagio"; e una decima per i leviti. La decima del campo era per i poveri: non era un atto di generosità del ricco, doveva farlo, se no era un malvagio e un fuorilegge. Era legge. Così come era legge che nell'anno del Giubileo i diritti di proprietà venissero restituiti. Per fare capire che a nessuno spetta niente per una sorta di diritto divino: "la terra" - dice così l'inizio della dichiarazione del Giubileo - "la terra è mia", dice Dio. Ecco perché viene detto: "I soldi tuoi sono solo quelli che darai agli altri, perché quelli che ti tieni, invece, appartengono a Dio, non a te."

Lo Shabbath, il giorno del riposo
Un teologo dello Sri Lanka, un uomo veramente incantevole, di grande fede, di grande umanità. Non so a quale ordine appartenesse, l'ho incontrato dai padri alfonsiani, padre Fasullo, a Palermo. Mi ha detto che ci sono statistiche precise, dati precisi, che l'1% delle ricchezze dei duecento uomini più ricchi del mondo basterebbe da sole a risolvere il problema dell'analfabetismo in ogni angolo della terra. Lo ripeto, il problema dell'uguaglianza è la pari dignità, questa è una cosa che si stenta a capire, anche nel danaro, e lo dimostra lo sabbath ebraico: lo sabbath che è il giorno del riposo divino è la più rivoluzionaria acquisizione di spiritualità mai conseguita nella storia dell'umanità. Perché lo sabbath postula l'uguaglianza di tutti gli esseri umani, perché si esce dal ruolo: non puoi produrre, non puoi consumare, non puoi indurre al consumo e alla corruzione, né tu stesso, né il tuo lavoratore, né del tuo servo. Niente, neppure l'animale e neppure la terra, neppure le piante. Il creato, l'essere umano ritorna alla propria nudità, tutte le settimane che Dio manda in terra. Per fare capire qual è il destino dell'uomo, qual è il suo vero destino. Allora lo sabbath mostra ogni settimana che tu non sei niente più di ogni altro essere umano - è l'"uscita dall'alienazione", per dirla con Marx. Lo sabbath si festeggia extraterritorialmente, nelle condizioni, quindi, in cui ti trovi, e non sulla base di Gerusalemme; e anche extratemporalmente, nel fuso in cui ti trovi: quindi, dichiarazione di extraterritorialità e extratemporalità, dichiarazione di uguaglianza di fronte al creato di tutti gli esseri umani e della santità e inviolabilità del creato. Ora, il messianesimo ebraico non è molto più che questo: sabato tutti i giorni.

Accogliere lo Sabbath
Ricordo che un mio amico anarchico rimase sconvolto perché arrivammo di venerdì alle tre e mezza al Photoshop... Photodiscount...non ricordo... un negozio; era il luogo dove si acquistava meglio elettronica, materiale fotografico di ogni genere, secondo tutti, chiunque lo sapeva. Erano ebrei ortodossi, parlavano in yiddish fra di loro, non cercavano di venderti ciò che tu non volevi; faceva impressione perché era contro tutti gli stereotipi dell'ebreo; infatti oggi... ricordo quando l'ho cercato la ultima volta mi hanno detto: "It's out of business". Ebbene, arrivammo con questo mio amico anarchico, avevamo quindicimila dollari da spendere. Non erano una fortuna totale, ma non erano neanche noccioline. E una gentile signora bionda ci fermò fuori dal negozio e ci disse: "I'm sorry, we are closing" - "Mi dispiace, chiudiamo". - Allora io che sapevo che erano ebrei ortodossi e che era venerdì, le dissi: "Come on, the begin of Sabbath is at 17.30" - "il sabato inizia alle cinque e mezza". E lei mi ha guardato con un sorriso un po' triste e mi ha detto: "Are you Jewish?" - "Yes, I am" - "È ebreo?" - "Lo sono" - "Don't you understand?" - "What should I understand?" - "Non capisce?" - "Cosa dovrei capire?" - "Really don't you understand?". "No, tell me" - "Mi dica" - E lei mi disse: "Vuoi che riceva il sabato così, non vuoi farmi andare a fare una doccia a casa, non vuoi che mi metta un abito fresco e che con quiete accolga l'anima dello Sabbath?" Questo mio amico da allora non si è più ripreso. È una cosa che tira fuori continuamente; non si aspettava che degli ebrei avessero un comportamento del genere.
Le gente sa davvero poco di quasi ogni cosa; i pregiudizi sono forti - naturalmente non voglio difendere l'ortodossia ebraica; ci sono ebrei ortodossi pessimi, ma mai fare di tutta le erbe un fascio; c'è gente che può dare grandi lezioni su come si dovrebbe campare, anche col danaro.