
Forse sono semplicemente rimasti ciò che erano anche le Alpi prima che la patria chiamasse. Un' universo anarchico, defilato e solidale, custode di diversità mirabolanti.
Giorni fa passavo in aereo sulle Alpi. Dal finestrino riconoscevo tutto. Sulle Alpi è impossibile perdersi, hai quei grandi pilastri che ti orientano sempre. Quando volo da Roma a Milano, invece, non riconosco nulla, a parte i laghi. Navigo nell'indistinto, come in un mare in tempesta. Perché ? Perché non so collocare Teramo, Macerata o Ascoli su una carta muta d'Italia ? Perché i Simbruini, le Mainarde o i Monti della Daunìa annegano nel grande nulla ? E Annibale, dove ha scollinato nella sua marcia su Roma ?
Ogni volta mi chiedo se quel vuoto che mi inghiotte è solo geografico o è qualcos'altro.
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E' come se qualcuno avesse paura di quelle montagne, temesse il risveglio dei Sanniti, degli Apuani o dei misteriosi Etruschi.
O forse è la nostra anima cattolica, che dopo secoli teme ancora un confronto con le Sibille, o un incontro con i vecchi dèi - fauni, centauri, Naiadi - in esilio nelle foreste o nelle fiumare del Centro-Sud.
(La leggenda dei monti naviganti - Paolo Rumiz)