
per aprirsi la strada con unghie e pugni
verso la tavola dove si beve e ci si rimpinza
mentre da lontano si guarda agli altri, gli occhi glauchi,
a tanguigiare saliva, a serrare
lo stomaco scosso dai crampi,
oh non credere che il mondo sia una locanda!
Non credere che il mondo sia una Borsa, creata
per il mercante potente contro il debole
per acquistare il disonore per i figli poveri
e il latte delle mammelle delle donne, e agli uomini
il midollo delle loro ossa, il sorriso ai bambini
rara apparizione sui visi di cera,
oh non credere che il mondo sia una Borsa !
Non credere il mondo una giungla, creata
per i lupi, le volpi, rapina e inganno
il cielo una cortina chiusa affinché Dio non guardi nulla
la nebbia, affinché al muro nessuno guardi e ti fissi
il vento, per soffocare le grida più indomite,
la terra per lavare il sangue degli innocenti,
Oh non credere che il mondo sia una giungla.
No, il mondo non è una locanda, non è una Borsa né una giungla,
giacché tutto è pesato, misurato
nessuna goccia di sangue e nessuna lacrima si cancellano,
nessuna scintilla nella lampada ed olio muore invano,
i pianti diventano fiumi e i fiumi mare,
diluvio il mare, la scintilla tuono,
oh non credere che non vi sia un Giudice ed un Giudizio.
(Itzhak Leibush Peretz - Non credere)
Gerusalemme. “E’ la peggiore crisi dal 1975” tra Washington e Israele, dice l’ambasciatore di Gerusalemme a Washington, Michael Oren. Dopo un fine settimana di scuse da parte di Benjamin Netanyahu, premier di Israele, in seguito all’improvvido annuncio della costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme est durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden, il diplomatico Oren, che ben conosce gli equilibri sia in Israele sia negli Stati Uniti, sancisce la crisi di fatto, con un dettaglio storico – il 1975 – che rimanda all’allora richiesta di Washington agli israeliani di ritirarsi dal Sinai egiziano. Netanyahu non può che andare avanti con il progetto, nonostante le tante scuse, perché ne va della tenuta del suo governo di coalizione: i ministri di Shas, partito ultraortodosso, autori dell’improvvido annuncio, non ammettono passi indietro. Ma, stando a quanto ha commentato Hillary Clinton, segretario di stato americano, quanto è avvenuto la settimana scorsa è “un insulto”, né più né meno.
Ora si stanno muovendo tutti per cercare di fare rientrare la crisi. C’è chi chiede a Barack Obama di soprassedere, dopo tanti anni di trattative dirette, focalizzate sulle questioni centrali
dei due stati, dei loro confini e del destino di Gerusalemme, la questione sia regredita a contatti indiretti. George Mitchell, inviato speciale di Barack Obama nella regione, ha già fatto migliaia di chilometri tra Stati Uniti, Israele e Territori palestinesi. A gennaio del 2009 aveva detto che in medio oriente la pace sarebbe arrivata entro due anni, a ogni viaggio ha una proposta di pace non rifiutabile dalle parti, ma per ora Mitchell è fermo alla possibilità di colloqui indiretti fra le parti. “Un segno di quanto fragile sia diventato il processo di pace”, scrive il Washington Post.
(da Il Foglio)