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giovedì 3 luglio 2008

Il canto

Credo che la voce sia lo strumento musicale più immediato che un'essere umano possa avere.
In un film piuttosto scemo "La pazza storia del mondo" di Mel Brooks c'è una scena indimenticabile dal titolo "la scoperta della musica":
Alcuni cavernicoli stanno trasportando delle pietre per costruire un focolare. Ad un certo punto una pietra cade su un  piede di uno di loro che caccia un urlo disperato, ma con una sua straziante musicalità.
Allora il capo cavernicolo ha un'idea: mette in fila gli altri cavernicoli e comincia a tirare sassi sui loro piedi e ognuno caccia un urlo diverso. Così, per Mel Brooks, nacque la musica.
Non deve essere andata in maniera molto differente secondo me.
Il canto è un grido che si educa, che si addolcisce, che si modula. Assomiglia all'ululato del lupo nelle notti di luna piena. L'uomo animale dichiara nel canto le sue istanze emozionali profonde.
La codificazione, le regole, sono passi successivi.
Quando voglio ricordare a me stesso che cosa significhi la parola "canto" preferisco i canti etnici e liturgici, perché contengono qualcosa di mistico, qualcosa di originario nel rapporto fra l'uomo e l'istanza del divino.
Quando un uomo, o una donna, ha la virtù sciamanica di essere posseduto da un canto interiore e sa esprimerlo, allora riesce a travalicare le frontiere della comunicazione codificata e le differenze di cultura, di lingua, di origine.
Qui sotto potete sentire una canzone di Valya Balkanska.
La voce di questa donna Bulgara, che all'epoca della registrazione era totalmente analfabeta e non era mai uscita dal suo villaggio di pastori, è stata spedita nello spazio sulla sonda Voyager nel 1977 nella speranza che qualche forma di intelligenza aliena la possa ascoltare.
Dal più remoto e nascosto villaggio Bulgaro all'infinità dello spazio. 
E' questo il potere del canto.

giovedì 19 giugno 2008

Arvo Part - "ma questo tipo di cose non si possono spiegare".

Vale la pena prendersi una pausa per ascoltare Arvo Part. Musicista estone nato a Paide l' 11 settembre 1935, Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli".

Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo.

"Non posso spiegare in questo momento. Le radici non sono visibili. Credo che i milioni di calcoli che ogni computer riesce a svolgere in un lasso brevissimo di tempo non siano che una minima parte di quello che possiamo fare noi esseri umani. Non possiamo forse riuscire a portare a termine un progetto con la stessa precisione di cui è capace una macchina, ma siamo in grado di riconoscere corrispondenze e tracciare collegamenti.Esiste una relazione tra la formulazione embrionale di una frase musicale e un altro mondo assai complicato che portiamo in noi e che finisce con il determinare ogni cosa; ma questo tipo di cose non si possono spiegare."

Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita.

Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa.

Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.


Per ascoltarlo CLICCATE QUI