lunedì 9 novembre 2009
Ma io difendo quella croce - Marco Travaglio
Di Marco Travaglio
5 novembre 2009
Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch'io.
Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di "combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all'immigrazione selvaggia": non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell'uomo. Fa tristezza Bersani che parla di "simbolo inoffensivo", come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa,
guardate altrove. Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di "radici cattoliche". Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende "il simbolo della nostra tradizione" contro i "genitori ideologizzati" e la "Corte europea ideologizzata" tirando in ballo "la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica". La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli "arredi scolastici".
Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere
il crocifisso come "arredo", tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una "tradizione" (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta "civiltà ebraico-cristiana" (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).
Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno "scandalo" sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L'immagine vivente di
libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all'ingiustizia, ma soprattutto di laicità ("date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio") e gratuità ("Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno").
Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all'asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l'ideologia più pagana della storia, il nazismo - l'ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.
Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia
Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente . Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.
A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola". Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno - ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all'uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l'8 per mille, a batter
cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell'uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.
mercoledì 4 novembre 2009
Una società non crolla, si svuota poco a poco.

La frase del famoso scrittore sembra coniata a proposito, se si pensa alla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di dichiarare che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli; e ancora: la presenza dei crocifissi nelle aule è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".
Questo atto di “giustizia” è la chiara manifestazione del fatto che non sappiamo più guardare all’uomo per quello che è: un essere finito, piccolo e fragile che possiede in sé la capacità di trascendere, di superare la sua finitezza riconoscendo che fuori da sè l’Infinito è la sua ragion d’essere. Del resto, lo stesso Bernanos scriveva anche: “Nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri”.Il fatto che l’uomo sia più di ciò che il suo corpo contiene era ben noto ai grandi filosofi antichi, i quali dichiaravano che l’uomo cerca la conoscenza, la virtù e l’essenza di tutto ciò che lo circonda perchè ha bisogno di ritrovare, proprio nell’essenza, quella originalità e unicità che, superiore alla cosa che determina, fa sì che quella cosa sia ciò che è.
E l’essenza dell’uomo? Per qualcuno risiede nel suo essere parte del mondo, per altri nella capacità di conoscere, per qualcuno nell’amare, per altri ancora nella capacità di ri-conoscere Dio.
Ciò che è chiaro è che per l’uomo di oggi è sempre più facile definire l’essenza dell’uomo come la sua stessa esistenza, anzi come la capacità dell’uomo di determinarla, di decidere quando questa inizi o debba iniziare e quando finisca o debba finire, quando questa abbia un senso e quando no; in pratica l’essenza dell’uomo sembra essere confinata nella sua capacità di autodeterminarsi.
Tutto questo mi rende molto triste. Pensare che la mia essenza possa risiedere nella mia capacità di definirmi un essere fragile, piccolo, incapace di comprendere l’Infinito, relegato in un metro e ottanta di statura e un insieme di organi che invecchiano dal giorno in cui sono nato: un essere nato per morire... E’ triste e deprimente.
Però, in me c’è qualcosa di grande: una grande sete di amore, di giustizia, di valori, di grandezza, una sete di infinito che mi fa davvero pensare che coloro che ritengono l’uomo grande solo perché può determinare il giorno della sua nascita e della sua morte si stiano proprio sbagliando.
Così riguardo la storia dell’uomo, per quel poco che la conosco, e ritrovo genialità, gratuità, santità, capacità di rendere infinito il senso della vita attraverso un gesto di fede, di amore, di perdono.
Tutti gesti di libertà, nel vero senso della parola; la libertà di dire sì, non di negare o di negarsi, la libertà di limitarsi per lasciare spazio agli altri e all’Infinito. La stessa libertà con cui un Dio, sommo ed infinito, si è tirato un po’ in disparte per fare spazio a me, al mio essere, al mio esistere. Per questo la “violazione della libertà” non è il gesto di appendere un crocifisso in un luogo pubblico, magari per ricordare ad alunno ed insegnante che esiste qualcosa di più grande di se stessi. La violazione della libertà è chiedere all’uomo di dimenticare l’Infinito, di appiattirsi nell’uguaglianza dell’essere finito, nel dire all’uomo che non esiste nulla di più grande di lui, in nome di un presunto diritto di tutti a non riconoscersi in un panorama universalmente più grande. Già, perché dietro alla paura del crocifisso potrebbe esserci la paura del Corano, la paura di doversi confrontare con l’altro pubblicamente su ciò che davvero ti tiene al mondo: la tua fede. Allora è più facile dimenticare o relegare alla sfera privata la dimensione religiosa, la ragione di tutti quei valori che il laicista vuole che non si chiamino Vangelo ma Costituzione, che non facciano riferimento a Dio ma all’uomo, ma che alla fine sono l’essenza di ciò che consente all’uomo di innalzare il suo spirito oltre il suo metro e ottanta di statura!
In questa triste considerazione, però, mi resta una grande speranza nella capacità dell’uomo di ritrovare dentro di sé il soffio originario dello spirito di Dio, ciò che gli ha dato la vita e la forza di viverla giorno per giorno. E mi viene in mente il bel racconto di Dino Buzzati “La rivolta dei cretini” in cui lo scrittore narra della necessità di rendere uguali gli uomini e dei danni che questa necessità produce con i mezzi della scienza laica e progressista, danni che, alla fine, però, si risolvono nell’impossibilità di cancellare l’impronta di Dio nell’uomo, per cui: “la folle mania dell’uguaglianza, dopo essere passata attraverso inverosimili assurdità, stoltezze e turpitudini, assicurò finalmente agli uomini una specie di paradiso. Tutti poveri, brutti e cretini, però galantuomini di cuore, con l’animo in pace.”