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giovedì 23 ottobre 2008

Gli appetiti dell'uomo - Parte prima:

Riporto dal sito www.lapopistelli.it :

In certi giorni, rari, un commento affogato nelle 50 pagine di uno dei 50 quotidiani ti accende una luce e ti fa dire “allora non sono il solo matto a pensarlo” e ti regala una speranza in più di impegno. Per chi mi conosce da anni, la mia passione per il Michele Serra serio non è una novità. Per altri, spero che sia una piacevole scoperta.
Buona lettura.
Lapo

LA CRISI FINANZIARIA E I SOGNI SCONFITTI

Michele Serra, la Repubblica 22 ottobre 2008

In questi giorni straniti e ansiogeni, moltissimo si è letto e imparato sulle ragioni tecniche della catastrofe finanziaria globale. Assai meno sulle sue ragioni sociali e antropologiche, che un luminoso intervento del sociologo Zygmunt Bauman (Repubblica di qualche giorno fa) fa risalire, in sintesi, alla fine del desiderio: e cioè, attraverso il doping del credito illimitato, alla trasformazione di ogni desiderio materiale in diritto, da ottenere a qualunque costo. Il diritto di avere tutto e subito, e non si sa se sia stato il neocapitalismo a parodiare il vecchio slogan estremista oppure viceversa… (è malizioso chiedersi se qualche giovane pescecane della finanza abbia fatto il Settantasette?).
Ora, sarebbe insano che un rialzo di Borsa, per quanto vigoroso, bastasse a dimenticare che il motore fondamentale del tracollo, a monte di responsabilità truffaldine odi forzature patologiche, è stato il way of life, lo stile di vita delle società occidentali e specialmente degli americani. Se ancora non ci si capacita che davvero esiste un limite (non morale: materiale) agli appetiti umani, alla rincorsa nevrotica a un companatico tanto ingente da far collassare anche il pane, forse è il caso di rileggersi Pinocchio. Laddove, nell’agguato finanziario teso dal Gatto e la Volpe (oggi sarebbero: Gatto & Volpe), il gioco si regge sulla credulità sconfinata di Pinocchio, che affida i suoi tre zecchini residui a chi gli promette di moltiplicarli a dismisura seminandoli nel Campo dei Miracoli, limitrofo al paese di Acchiappacitrulli. La notte precedente la truffa, il burattino sogna piantagioni di alberi che grondano monete d’oro, come promessogli dai suoi due consulenti d’affari.
Il moralismo ficcante e a volte atroce di Collodi si fonda su un buon senso radicatissimo fino a un paio di generazioni fa. Per molti dei nostri padri, bisognava spendere solo quello che si aveva in tasca, e anche fare un mutuo per la casa, pure se garantito dal proprio sudore futuro, aveva qualcosa di losco e di avventato. Per noi contemporanei il credito ha avuto, per contro, anche un’evidente funzione democratica: concedeva anche a chi partiva senza risorse una chance in più per comperare casa, per accedere al benessere, per migliorare il proprio status. E dunque, dio ci guardi dalla tentazione di rimpiangere un mondo nel quale partenza e traguardo spesso coincidevano, in ragione di una divisione di classe, e di una rigidità sociale, infinitamente maggiori di adesso.
Il problema, alla luce dei recenti sconquassi, non è dunque maledire le ambizioni individuali. E’ domandarsi se queste ambizioni, nel vertiginoso moltiplicarsi dei bisogni e dunque dei debiti, sono ancora oggetto di discernimento da parte di chi ambisce. Se cioè esista una graduatoria logica dei bisogni, un’igiene dell’avere, secondo la quale la prima casa per esempio merita il sacrificio di un mutuo, ma le vacanze di lusso (che gli analisti indicano come una delle tante ragioni del mostruoso indebitamento americano) invece no. Perché un conto è il decoro sociale, altro conto è l’imitazione ottusa e servile di modelli patinati.
Che cosa ci serve per vivere bene? Ce lo domandiamo ancora? Siamo padroni dei nostri bisogni o ne siamo vittime? Non era forse questa la domanda modernissima, come si vede che la sinistra voleva e doveva porsi una volta accertato che la società di mercato è comunque più vivibile e libera, più speranzosa e dinamica? E soprattutto, di quale smodato potere abbiamo investito i nostri tutori politici, istituzionali, finanziari, chevavrebbero avuto il compito di tenere sotto stretto controllo il rapporto tra lavoro e denaro, tra economia materiale e giochi speculativi, insomma tra realtà e ossessione, e invece quasi ovunque si sono trasformati in suadenti suggeritori di sogni, complici di Gatto & Volpe e in molti casi Gatto & Volpe essi stessi, predicatori di sviluppi illimitati, di consumi infiniti, di godurie obbligatorie? Non è precisamente il Paese dei Balocchi quello in cui non solamente la pubblicità, ma anche i governanti (di destra e di sinistra) con entrambi gli occhi fissi sul Pil e zero sguardo su tutto il resto, ci hanno fatto credere di vivere, purtroppo contando sulla resa incondizionata del nostro spirito critico?
La grande prevalenza di spiegazioni tecniche, nel corso di questa crisi, fa capire meglio di ogni altra considerazione che cosa significhi pensiero unico. Significa che nessun dubbio strutturale, nessuna domanda radicale ha più spazio nel nostro mondo, al di fuori del catastrofismo gongolante di chi spera nel tracollo mondiale per poter dire avevo ragione io, o peggio per riproporre le vecchie ingessature del collettivismo di regime. Rifare ordine nei bisogni, nelle priorità, nei consumi, appare quasi impossibile nel caos allucinato di una civiltà che ha seriamente rischiato di esplodere perché un impiegato voleva fare le stesse vacanze, guidare la stessa automobile, indossare gli stessi abiti del suo padrone. Un’apparente pulsione democratica che nasconde nella pancia il veleno tremendo del conformismo, dell’appiattimento sociale e culturale, perché quanto a collettivismo sarebbe ora di accorgerci che non teme rivali un mondo nel quale tutti ambiscono a fare la stessa identica vita.
Se centinaia di milioni di persone hanno fatto lo stesso medesimo errore, indotte da persuasori molteplici (pubblicità, televisione, banche, politici) a sognare lo stesso sogno, non è forse il segno di un’epoca monocorde, morbidamente totalitaria (vedi il bel saggio di Raffaele Simone “Il mostro mite”), che declassa le differenze a devianze, che diffida non più della povertà, ma della sobrietà come di una debolezza sovversiva? Se la sinistra volesse ripartire da qui, da questo fermo-immagine di una società terrorizzata dalla propria stessa ingordigia, prigioniera dei sogni piuttosto che libera dai bisogni, e riuscisse a dire un paio di cose convincenti sulla differenza tra l’agio e l’avidità, tra la soddisfazione e la crapula, tra il limite e la smodatezza, forse riuscirebbe in tempi brevi a ripartire davvero, dall’oggi e non più dallo ieri, con un vocabolario rinnovato, uno sguardo più limpido e vivace, e la voglia di tornare a capire che dentro una ricchezza simulata c’è molta più simulazione che ricchezza. Molta più angoscia che serenità. Molta più sconfitta che vittoria

martedì 30 settembre 2008

L'economia, come del resto ogni aspetto della vita, senza la Verità impazzisce.

Sembra impossibile, ma è successo.
L'intero sistema finanziario Americano, che fino ad oggi ha trainato l'intera economia mondiale, sta collassando per la negligenza e la superficialità di un sistema che, per sopravvivere, era ormai costretto ad autoalimentarsi, cibandosi di se stesso e di prede inermi.
Ma questo non può essere tutto.
La realtà è che lo stato che si arroga la responsabilità di mantenere l'ordine e la democrazia, con le buone o con le cattive, in ogni luogo su questa terra, si è tirato indietro nel momento in cui è stato chiamato ad essere responsabile di se stesso.
Nessuno, per motivi di convenienza elettorale o di portafoglio, ha avuto il coraggio di farsi carico del più grande disastro che la finanza ricordi. Né i politici che hanno avuto paura di votare un provvedimento impopolare con le elezioni presidenziali oramai alle porte, né i cittadini americani che si sono rifiutati di pagare per gli errori di quei broker (banditi) che operavano però nell'unica maniera possibile per far credere al cittadino medio, americano e non, di vivere sempre sotto le luci del "sogno americano".
Non avendo avuto il coraggio di salvare se stessa l'America ha di fatto gettato nella insicurezza i mercati finanziari di tutto il mondo, lasciando aperte le porte a qualsiasi fosco scenario.

Ma....c'è una considerazione da fare !
Non è immaginabile che il congresso non approvi, o prima o dopo le elezioni, un piano di salvataggio per l'economia americana. Con tutta probabilità si sta aspettando il momento politicamente più favorevole (e meno politicamente corretto) per approvare i provvedimenti necessari...i miliardi di dollari che si sono volatilizzati in una sola serata, e che da soli avrebbero potuto risolvere il problema della fame nel mondo, non sono stati un deterrente necessario per risolvere la situazione con la tempestività necessaria.

Nello spicciolo:
  • Una valutazione a parte deve essere fatta per la condizione di salute delle banche europee ed in particolare italiane, sicuramente entrambe meno esposte alla crisi.Rischiano, a mio avviso, maggiormente i colossi, le banche "importanti" per intendersi, per il semplice fatto che soltanto banche di una certa importanza hanno avuto la possibilità ad esporsi in legami particolarmente stretti con società e banche Usa.
  • Non vedo di buon occhio nemmeno tutte quelle banche che offrono rendimenti sui conti correnti superiori all' Euribor... (quando si offrono rendimenti superiori a quel tasso di interesse o li si mantengono per poco o ci si accolla una percentuale di rischio).
  • Rimane pericoloso tutto il settore obbligazionario (eccezion fatta per i titoli di stato) e ovviamente quello azionario. Chi è liquido fa bene a rimanerlo o ad investire in Btp, Cct o Ctz, niente di più complesso e prefiggendosi sempre scadenze a breve termine.
  • Se si possiedono polizze assicurative è bene farsi dare dalla banca il prezzo aggiornato ! Bisogna fare attenzione perchè qualche banca tende a dare i prezzi di luglio o a comunicare il valore nominale della polizza. Si deve esigere il prezzo REALE.