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lunedì 17 novembre 2014

Dioniso e Ampelo

Tutto comincia quando Dioniso s’innamora di Ampelo, un giovane cresciuto giocando ai piedi dei monti frigi, bello di una bellezza disarmante, la voce di miele, lo sguardo lucente, il corpo che sa di primavera. Piú bello di Ganimede, il coppiere troiano rapito da Zeus in forma d’aquila, Ampelo seduce Dioniso allo sfinimento. Amore, ammirazione e gelosia s’intrecciano nell’animo del dio a un insostenibile senso di mancanza, che diventa subito paura. Il dio del riso, il dio che non conosce la sofferenza viene sopraffatto dal timore di perdere il suo amore. Una strana forma di sofferenza comincia a infettarlo. Le preoccupazioni per legare a sé Ampelo si moltiplicano e lo spingono a dare al ragazzo suggerimenti per evitare i peggiori pericoli. «Guardati solo dalle corna del toro crudele» gli dice, un giorno, nella piú profetica delle ammonizioni. E puntualmente Ampelo si lascia convincere da Ate, divina personificazione dell’errore, a carezzare un toro, a circondarne il collo con ghirlande di anemoni, gigli e narcisi, a ricoprirne le corna con del fango biondo, per poi cavalcarlo. Quel che accade, mentre Dioniso è lontano, è scontato: il toro viene preso dalla furia, rovescia nel vuoto il ragazzo sconvolto dal terrore. Nella terribile caduta, Ampelo si rompe l’osso del collo e rimane in balia della violenza taurina: le corna dell’animale lo trafiggono e lo uccidono. Davanti al corpo senza vita di Ampelo, il dio che non sa piangere piange. Ammirando la bellezza del suo amore il dio che non sa soffrire impara a soffrire. Perché sul corpo senza vita, il dio cerca la vita. Rose, gigli, anemoni tra i capelli. Ambrosia sulle ferite. Le lacrime scorrono a fiumi. Ampelo «morendo ha lasciato il dolore a Dioniso che ignora il dolore». Il dolore piú grande e inconsolabile, perché per quante ricchezze si potranno offrire a Ade, dio degli Inferi, Ampelo non tornerà alla vita. La nostalgia, il dolore per un ritorno impossibile, il dolore per la memoria che non riesce a portare indietro Ampelo, sconvolgono Dioniso. Eros tenta di consolarlo invitandolo a innamorarsi di nuovo, gli racconta storie di morte e rinascita, ma nessun rimedio esiste per quella immane sofferenza, perché nessuna rinascita sembra piú possibile. Finché le lacrime del dio del riso, assieme al sangue dell’amato morto, si trasformano in una bevanda, un dolce nettare capace di confondere la memoria, di sovvertirla, inquinarla e riplasmarla. Ampelo, portando il dolore al dio che non può provare dolore, diventa la vite che porta agli uomini l’ebbrezza. Il vino, gocce di miele, inonda di gioia le quattro parti del cosmo. Dioniso ritrova la felicità. Versa il vino, la bevanda sacra, e le sue dita bianche si bagnano, si fanno rosse. Usa come coppa un corno ricurvo di toro, gusta la dolce rugiada e grida al mondo la sua felicità, il suo ebbro riso, l’ebbrezza con cui ha sconfitto la nostalgia e la morte, con cui ha ripreso in mano la potenza della memoria.
(Le lacrime degli eroi - Matteo Nucci)

mercoledì 23 marzo 2011

Sulle fiabe

"La mente umana, dotata di poteri di generalizzazione e astrazione, percepisce non soltanto erba verde distinguendola da altri oggetti (e trovandola piacere da guardare), ma s'avvede che è sia verde sia erba. E quanto possente quanto stimolante per la facoltà stessa che l'ha prodotto, è stata l'invenzione dell'aggettivo! Nessuna formula magica o incantesimo di Feeria lo è di più. E non può sorpendere: tali incantesimi potrebbero invero essere ritenuti null'altro che un diverso aspetto degli aggettivi, una parte del discorso di una grammatica mitica.
La mente che pensò leggero, pesante, grigio, giallo, immobile, veloce, concepì anche la magia atta a rendere cose pesanti, leggere e atte a volare, a trasformare il grigio in piombo, in giallo l'oro, l'immobile roccia in acqua veloce. Se poté l'una, poté compiere anche l'altra cosa; inevitabilmente le fece entrambe.
Se possiamo distinguere il verde dall'erba, l'azzurro dal cielo, il rosso dal sangue, abbiamo già il potere di un mago, per lo meno a un certo livello; e si desta allora il desiderio di esercitare tale potere sul mondo esterno alla nostra mente. Possiamo stendere un ferale vedere sul volto di un uomo e generare un orrore; possiamo far germogliare boschi di argentee foglie e far indossare agli arieti velli d'oro, possiamo mettere fuoco caldo nel gelido ventre di un drago.
Ma tali "fantasie", come si usa chiamarle, sono la matrice di nuove forme; ha inizio Feeria; l'uomo diviene un subcreatore. Un potere essenziale di Feeria è dunque quello di rendere immediatamente effettive, con un atto di volontà, le visioni della fantasia.
(J.R.R. Tolkien - Sulle fiabe)