sabato 30 agosto 2008

Il messaggio è semplice

"La vista è stupenda. La più bella che potessi immaginare. Ogni mattina mi sveglio in un sacco a pelo disteso sul cemento e su qualche piastrella di plastica d'uno stanzone vuoto all'ultimo piano del più alto edificio del centro della città e gli occhi mi si riempiono di tutto quello che un viaggiatore diretto qui ha sempre sognato: la mitica corona delle montagne di cui un imperatore come Barur, capostipite dei moghul, avendole viste una volta, ebbe nostalgia per il resto della vita e desiderò che fossero la sua tomba; la valle percorsa dal fiume sulle cui sponde è cresciuta la città a proposito della quale un poeta giocando sulle due sillabe del nome Kabul in persiano, scrisse: "La mia casa ? Eccola: una goccia di rugiada fra i petali di una rosa"; il vecchio bazar dei Quattro portici dove, si diceva, è possibile trovare ogni frutto della natura e del lavoro artigiano; la moschea di Puli-i-Khisti; il mausoleo di Timur Shah; il santuario del Re dalle Due Spade costruito in onore del primo comandante musulmano che nel VII secolo dopo Cristo, pur avendo già perso la testa, mozzatagli da un fendente continuò - secondo la leggenda - a combattere con un'arma per mano, determinato com'era a imporre l'Islam, una nuava aggressiva religione appena nata in Arabia, a una popolazione che qui, da più di un millennio, era felicemente indù e buddhista ...
La vista è stupenda, ma da quando sono arrivato, più di due settimane fa, con in tasca una lettera di presentazione per un vecchio intellettuale, nella borsa una bibliotechina di libri-compagni-di-viaggio e in petto un gran misto di rabbia e speranza, questa vista non mi da pace.
Non riesco a goderne perché mai, come da queste finestre impolverate, ho sentito, a volte quasi come un dolore fisico, la follia del destino a cui l'uomo, per sua scelta sembra essersi votato: con una mano costruisce, con l'altra distrugge ...
Di tutto quel che i miei libri raccontano non restano che i resti: la fortezza è maceria, il fiume un triangolo fetido di escrementi e spazzatura, il bazar una distesa di tende, baracche e container; i mausolei , le cupole, i templi sono sventrati..."
(Lettere contro la guerra - Tiziano Terzani)

mercoledì 20 agosto 2008

La sinagoga dei destini alternati

Cito da Repubblica:
Questa è la storia di una sinagoga che un giorno fu trasformata in stalla da uomini bestiali in divisa. Le bestie dichiararono "alieni" la gente che la popolava, la uccisero e la seppellirono nei boschi. Ma un giorno la stalla tornò a ospitare uomini pii e divenne luogo di festa, musica e allegria. Ma poiché nelle vicende degli uomini i tempi bui e quelli di gioia si alternano fatalmente, ecco che un giorno la casa tornò a essere luogo di tristezza, l'ultimo rifugio di una coppia dichiarata a sua volta "aliena" da un'Europa matrigna: Rita e Volodia, due anziani russi intrappolati in Lettonia dal gioco delle frontiere mobili, che ho incontrato a Ludza a pochi chilometri dall'ultima frontiera dell'Unione.

Nella luce gialla della sera la cittadina si svela uno Schtetl perfetto, sormontato da una chiesa cattolica leccata come una meringa, in cima alla collina. In piazza, una chiesa russa, malandata. Per chiudere il triangolo manca la sinagoga. Una la troviamo subito, è abbandonata. Ce la indica un passante: dalla finestra del pianoterra si vedono i libri ancora aperti e i rotoli della Torah tra la spazzatura e i vetri rotti. Ma, poco oltre, c'è dell'altro. Una casa che sa di mistero. Sembra un "puzzle"; come se non una, ma cinque o sei epoche si fossero sovrapposte fuori e dentro le mura perimetrali nel giro di pochi anni. Nell'orto c'è una donna anziana che zappa. Anche lei è chiaramente russa. Vera.

"Sì, anche questa era una sinagoga. Ma Hitler nel '41 ci ha messo i cavalli dei soldati. Quello che è successo lo sai. Migliaia di ebrei ammazzati, nei boschi, e anche qui sul lago. Poi siamo arrivati noi, nel 1946. Vieni, ti faccio vedere com'è fatto dentro". Entra in casa, solleva un tappeto, apre una botola e mostra un tombino in cemento. "Questo l'hanno costruito i nazisti per scolare l'acqua della lavatura dei cavalli". L'interno dei muri è in doghe di legno, le arcate sono state accorciate e trasformate in finestre. "All'inizio gli ebrei sono tornati in tanti. Dio solo sa da dove. Zia Gjela, zia Fruma... Care persone, li chiamavamo zii... E poi Boris Gansen, Jasko Mojssiev, il medico Schmuetze, la vecchia Zagoria... Oggi non c'è quasi nessuno. O sono morti o andati in Israele".

Le chiedo dove è nata e qual è il suo cognome. Tira fuori il passaporto, mostra una stampigliatura in lingua lettone: "nepsilona pase". Poco sotto, la traduzione inglese: "alien's passport". Cioè: alieno, non persona, uno che non può votare nemmeno alle comunali. "Che vuoi, non sono abbastanza lettone, non sono più russa, e il mio primo documento era sovietico. Siamo in mille così nel Paese. Dovremmo passare un esame di lingua e uno di lealtà nazionale, ma che vuoi, io il lettone sono troppo vecchia per impararlo. Sai, all'inizio ero molto abbattuta, ma oggi non ci faccio caso". La ascolto, pieno di vergogna. Vorrei diventare alieno anch'io, urlare contro questo fascismo perbene che invade l'Europa, Italia inclusa.

La pendola batte le cinque. Il marito Volodia, che ha avuto un'emiparesi, sta sul divano e si limita a un saluto di circostanza. Chiedo a Rita se avverte strane presenze in casa. "Mia nipote dice che sente sussurri, ma io le dico: stupida, è impossibile. Noi siamo protetti da questo luogo santo. Con l'Urss gli ebrei sono stati bene. Eravamo tutti felici, poveri ed eguali. Se eri un fannullone ti beccavano subito e ti portavano a lavorare. Oggi siamo tutti diseguali e scontenti". Ora Volodia si rianima, fa segno di sì col capo. Non ha mai visto nessuno occuparsi della sua vita come questi due stranieri passati per caso a casa sua. Si alza, prende una cassa da un armadio, e la apre. "Ecco, questa è tutta la nostra storia".

Tira fuori vecchie foto e si mette a raccontare. "Gli ebrei erano suonatori straordinari. Arkadi Kovnatar era un grande alla fisarmonica; è morto poco tempo fa. Davidoff era un altro fenomeno. E questa qui in fotografia è l'Orchestra popolare di fiati. Erano i più bravi di tutta la Lettonia. Non suonavano musica ebraica, ma quattro su cinque erano ebrei. Guarda qui: da sinistra Karotkin, poi Moissev, Kovnatar e Davidoff. L'unico non ebreo è il quarto, ed è anche l'unico che non è morto. Lo guardi bene... Chi è? Ma sono io, Vladimir Dierbeniov", e con un lampo negli occhi compie un mezzo inchino verso una platea che non c'è.

"Si ballava finché non si crollava di stanchezza. Suonavamo ai matrimoni e ai funerali, tutti ci volevano. I nostri anni con gli ebrei sono stati i più belli. Quando se ne sono andati, all'inizio degli anni Novanta, tutto è diventato più triste". Rita: "Chissà chi è ancora vivo di loro... Ah, zizn proslà, la vita è passata, caro mio. Ma che bella cosa è stare con voi... Siamo uomini, no? E gli uomini sono fatti per incontrarsi. Volete del thè?".

Dico che preferisco la fisarmonica; ho capito che Volodia muore dalla voglia di riprenderla. Sono due anni che nessuno gli chiede di suonare. Lo esorto, lui non si tira indietro. Si alza, prende la custodia. Lo strumento è pesantissimo. Passa le dita sulla tastiera, la commozione è forte e le mani sono irrigidite dalla malattia. Compie uno sforzo tremendo, prova con "Turna a Surriento", lotta col corpo arrugginito, il volto è teso, le dita cercano le note, ma lentamente va, il mantice si gonfia e cerca note più difficili, ci riesce, Volodia si rilassa e sorride. La gioia ha ripreso possesso della casa degli spiriti.

"Dài, Volodia. Canta per noi!". Ma Volodia fa di no con la testa e continua a suonare. Insistiamo. E lui con l'occhio furbo: "Datemi cento grammi e canterò". Cento grammi è il modo russo per dire "bicchierino" e un bicchierino non si nega mai in presenza di un ospite. Così Rita porta la caraffa, brandy di orzo fermentato detto "samogon", cioè "fatto in casa". Colore giallo oro, profumo eccellente. E Volodia: "Bere va bene, ma che si mangia?". Ormai è chiaro, la sosta si è trasformata in un invito a cena.
Sul tavolino tra il divano e le poltrone arriva pane fatto in casa, burro fatto in casa, pesce affumicato pescato da Volodia nel lago vicino, verdurine fresche coltivate da Rita nella serra dietro casa. Un trionfo di spesa a chilometro zero. Penso che quando verrà la Grande Crisi Alimentare, i russi sopravviveranno, l'Europa no. Sopravviveranno anche gli alieni e gli sradicati che abbiamo costretto all'arte della sopravvivenza. Come gli ebrei.

Brindiamo fra uomini, mandiamo giù d'un sorso.
"Bene - fa lui soddisfatto - ora vi canto Nekrasov". Si concentra, gonfia le vene del collo, le corde vocali, i polmoni, e poi va, canta passando dal sussurrato al tonante, ci porta come il tappeto del Maestro e Margherita in volo sulla grande notte slava che ci circonda. Sento che sono nel cuore del viaggio. C'è tutto: la slavità, gli ebrei, lo sradicamento, la frontiera, il fascismo che torna, la bontà degli Ultimi. E questo cielo lettone che riassume il Nord e il Sud del mio continente.

Rita: "Dài, canta Vojennaja, che voglio piangere un po'. Mi fa bene". Lui attacca "Sul bordo della foresta c'è una vecchia quercia". Lei gli va dietro, e ora cantano insieme, dolcissimi ottantenni. Nel ritornello distinguo "mili moj Andrej", mio dolce Andrea; Andrea come mio figlio. Lui brontola: "La voce va bene, sono le dita che non vanno. Ma dammi ancora cento grammi, amico mio".

Ormai siamo ciucchi. Facciamo discorsi tipo: Puskin era Puskin, ma Lermontov era meglio. Lei recita una poesia: "Ora non muoio più d'amore, anche se di notte il mio cuore si scatena". Poi fa: "Senti? Adesso non c'è più un amore così, oggi è tutto bardak, banalità, amore in vendita", e i suoi occhi ardono come quelli di una trentenne. "I nostri libri non servono a nessuno, oggi più nessuno legge. Nemmeno i nostri figli. Li dobbiamo buttare dopo averli sempre amati. Sono diventati carta da cesso".

Volodia mi accompagna a far pipì nel wc in mezzo al giardino. Toglie il lucchetto e mi aspetta. Poi andiamo verso il lago e stranamente riusciamo a camminare diritti. Canneti, anatroccoli che si lavano, cielo viola. Sento di non essere all'altezza di ciò che ho visto e sentito. E mentre il vento arrovescia gli anemoni nell'acqua come bocche di rane enormi, butto a raffica nel lago i miei centesimi lettoni chiedendo al destino di legarmi per sempre a questo luogo. Il mio centro d'Europa.

Paolo Rumiz

giovedì 14 agosto 2008

La speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.










Ma la speranza, dice Dio, ecco quel che mi stupisce.
Me stesso.
Questo è stupefacente.

Che quei poveri figlioli vedano come van le cose e che credano che
domani andrà meglio.
Che vedano come va oggi e che credano che andrà meglio domani mattina.
Questo è stupefacente ed è davvero la più grande meraviglia della
nostra grazia.
E ne sono stupito io stesso.
E bisogna che la mi grazia sia in effetti d'una forza incredibile.
E che sgorghi da una sorgente e come come un fiume inesauribile.
Da quella prima volta in cui sgorgò e dal suo sempre sgorgare.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale ed ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale ed ancora eterna.
Mortale e immortale.
E questa volta, oh questa volta, da quella volta in cui sgorgò,
come un fiume di sangue, dal fianco aperto di mio figlio.
Cosa bisogna che sia la mia grazia e la forza della mia grazia perché
questa piccola speranza,
vacillante al soffio del peccato, tremante per tutti i venti, ansiosa
per il minimo alitare,
sia così invariabile, si mantenga così fedele, così diritta, così pura;
e invincibile, e immortale, ed impossibile da estinguere;
che questa piccola fiamma del santuario brucia eternamente dentro la lampada fedele.
(Charles Peguy)