
Benedetto XVI - Omelia dei vesperi per l'inizio dell'Avvento
Somewhere over the rainbow...
Dopo il risultato del referendum in Svizzera sui minareti fa piacere leggere qualche buona notizia:
All'inizio non sono mancati i mugugni e le perplessità, ma l'incontro tra le due confessioni si è dimostrato presto un autentico successo. Ne è convinto Rizwan Jaka, devoto musulmano e attivista della comunità islamica. Al sitoweb del quotidiano Russia Today, Rizwan dichiara che il dialogo tra musulmani e ebrei non è un'illusione: «Andare ogni giorno in sinagoga mi procura lo stesso piacere che andare in moschea - afferma Rizwan - E' una cosa speciale per me e per la mia famiglia. Ricorderò questo periodo per il resto della mia vita». Naturalmente oggi, a Reston, ebrei e musulmani non dividono solo uno spazio fisico, ma l'incontro ha stimolato la curiosità verso l'altro: «Loro entrano nella nostra sala di preghiera e noi andiamo nella loro e assieme passiamo giornate piacevoli», dichiara Khalid Iqbal, vice-direttore dell'Adams, l'associazione che riunisce i fedeli musulmani della Virginia. «Sfortunatamente il conflitto in Medio Oriente fa passare l'idea che non possiamo andare d'accordo, ma qui riusciamo a capirci. Questo è il nostro stesso quartiere. Lavoriamo assieme, viviamo assieme ed è tutto così naturale».
Magid è un musulmano cresciuto in Sudan. Non aveva mai incontrato ebrei fino a quando non è arrivato negli Usa a 20 anni. Non avrebbe mai immaginato di costruire rapporti così stretti con quelli che molti cittadini del suo paese considerano nemici. Al sitoweb del canale televisivo statunitense Msnbc dichiara che quest'esperienza non ha cambiato solo il suo modo di vedere le cose, ma anche la mentalità di tanti suoi amici. Uno tra questi gli avrebbe confessato: «La prossima volta che incontro un ebreo non lo guarderò più con gli occhi di prima». Il più felice di quest'esperimento interreligioso è il rabbino Marc Gopin che da anni organizza campagne per il dialogo tra diverse confessioni: «Ci sono tante comunità che non vorrebbero questo dialogo. Ci criticano, a volte per paura, altre volte perché hanno idee troppo conservatrici. C'è tanta rabbia contro i musulmani per diversi motivi. Questa sinagoga sta facendo un passo davvero importante accogliendo gli islamici nelle proprie sacre stanze».
Da Repubblica
Non ho speso bene i miei giorni. Molti li ho sciupati, di molti sono stato spettatore. Troppi li ho macerati, estenuanti, in una sequela di tensioni senza soddisfazione; in guerra con tutto e con me stesso. Me ne sono liberato, a volte con fatica sempre con sollievo.
Le pagine che seguono sono tappe del mio cammino; in parte a ritroso in un passato che non si esaurisce, non è remoto; e il futuro, quando c’è, svela tracce d’anteriore. Ogni capitolo è un pellegrinaggio verso un luogo, un momento, un incontro. Una o più parole lo identificano, ne tracciano il confine, lo raccontano. Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono. Le riconsegno. Ogni parola corrisponde a una lettera dell’alfabeto a ricostruire il mio personale abbecedario: d come dimora, c come cavallante, i come incarnazione, b come bottega, s come sepoltura, e come esilio, p come persone (politica), a come appennino, alpe.
Una famiglia rende lode a Dio per aver figli saggi nella giovinezza, ma va considerato che c’è grande gioia per il ritorno di un figlio perduto. C’è, d’altra parte, un dolore che rode e non placa nel percepire l’arido, il pavido, nel cuore di un figlio che mai si allontana da casa."
"Non posseggo molte parole, ma queste poche sono mie, le ho ricevute, le vivo e riscrivo e solo la morte sigillerà il racconto. Ne faccio commercio, ne faccio dono." Giovanni Lindo Ferretti ha smesso di fare il cantante e si è fatto cantore di un mondo residuale, antico, sfuggito al moderno. Quello montano, il suo. Lo fa nell'intenso "Bella gente d'Appennino", in libreria per Mondadori, in cui, in perfetto stile-(nuovo)Ferretti, l'autore si mette a nudo con rivoluzionaria onestà.
Dall'esilio in quella terra di mezzo che è l'Appennino tosco-emiliano, Ferretti racconta le gesta nobili e quotidiane dei suoi avi e della comunità di Cerreto Alpi, montanari capaci di valore, dignità, lavori umili, buonumore, passioni forti e sempre decorose. Dalla capostipite sassalbina Maddalena fino a sua madre Eni, dallo zio Archimede, grande cacciatore di orsi in Alaska, alla tragica vicenda di Ezio Comparoni- Silvio D'Arzo e di sua madre Rosalinda.
Tante donne, molti uomini e moltissimi animali, ché la famiglia Ferretti ha campato da sempre di quello: pecore per i formaggi saporiti, cani per governarle e cavalli per viaggiare, fare la guerra o scoprire - come nel caso del suo destriero personale, il roano Tancredi - inattese forme di fedeltà fra esseri viventi.
La frase del famoso scrittore sembra coniata a proposito, se si pensa alla decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di dichiarare che la presenza dei crocifissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente "segno religioso" e, dunque, potrebbe condizionarli; e ancora: la presenza dei crocifissi nelle aule è "una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni".
Questo atto di “giustizia” è la chiara manifestazione del fatto che non sappiamo più guardare all’uomo per quello che è: un essere finito, piccolo e fragile che possiede in sé la capacità di trascendere, di superare la sua finitezza riconoscendo che fuori da sè l’Infinito è la sua ragion d’essere. Del resto, lo stesso Bernanos scriveva anche: “Nelle mani dei potenti la giustizia non è che uno strumento di governo come gli altri”.E l’essenza dell’uomo? Per qualcuno risiede nel suo essere parte del mondo, per altri nella capacità di conoscere, per qualcuno nell’amare, per altri ancora nella capacità di ri-conoscere Dio.
Ciò che è chiaro è che per l’uomo di oggi è sempre più facile definire l’essenza dell’uomo come la sua stessa esistenza, anzi come la capacità dell’uomo di determinarla, di decidere quando questa inizi o debba iniziare e quando finisca o debba finire, quando questa abbia un senso e quando no; in pratica l’essenza dell’uomo sembra essere confinata nella sua capacità di autodeterminarsi.
Tutto questo mi rende molto triste. Pensare che la mia essenza possa risiedere nella mia capacità di definirmi un essere fragile, piccolo, incapace di comprendere l’Infinito, relegato in un metro e ottanta di statura e un insieme di organi che invecchiano dal giorno in cui sono nato: un essere nato per morire... E’ triste e deprimente.
Però, in me c’è qualcosa di grande: una grande sete di amore, di giustizia, di valori, di grandezza, una sete di infinito che mi fa davvero pensare che coloro che ritengono l’uomo grande solo perché può determinare il giorno della sua nascita e della sua morte si stiano proprio sbagliando.
Così riguardo la storia dell’uomo, per quel poco che la conosco, e ritrovo genialità, gratuità, santità, capacità di rendere infinito il senso della vita attraverso un gesto di fede, di amore, di perdono.
Tutti gesti di libertà, nel vero senso della parola; la libertà di dire sì, non di negare o di negarsi, la libertà di limitarsi per lasciare spazio agli altri e all’Infinito. La stessa libertà con cui un Dio, sommo ed infinito, si è tirato un po’ in disparte per fare spazio a me, al mio essere, al mio esistere. Per questo la “violazione della libertà” non è il gesto di appendere un crocifisso in un luogo pubblico, magari per ricordare ad alunno ed insegnante che esiste qualcosa di più grande di se stessi. La violazione della libertà è chiedere all’uomo di dimenticare l’Infinito, di appiattirsi nell’uguaglianza dell’essere finito, nel dire all’uomo che non esiste nulla di più grande di lui, in nome di un presunto diritto di tutti a non riconoscersi in un panorama universalmente più grande. Già, perché dietro alla paura del crocifisso potrebbe esserci la paura del Corano, la paura di doversi confrontare con l’altro pubblicamente su ciò che davvero ti tiene al mondo: la tua fede. Allora è più facile dimenticare o relegare alla sfera privata la dimensione religiosa, la ragione di tutti quei valori che il laicista vuole che non si chiamino Vangelo ma Costituzione, che non facciano riferimento a Dio ma all’uomo, ma che alla fine sono l’essenza di ciò che consente all’uomo di innalzare il suo spirito oltre il suo metro e ottanta di statura!
In questa triste considerazione, però, mi resta una grande speranza nella capacità dell’uomo di ritrovare dentro di sé il soffio originario dello spirito di Dio, ciò che gli ha dato la vita e la forza di viverla giorno per giorno. E mi viene in mente il bel racconto di Dino Buzzati “La rivolta dei cretini” in cui lo scrittore narra della necessità di rendere uguali gli uomini e dei danni che questa necessità produce con i mezzi della scienza laica e progressista, danni che, alla fine, però, si risolvono nell’impossibilità di cancellare l’impronta di Dio nell’uomo, per cui: “la folle mania dell’uguaglianza, dopo essere passata attraverso inverosimili assurdità, stoltezze e turpitudini, assicurò finalmente agli uomini una specie di paradiso. Tutti poveri, brutti e cretini, però galantuomini di cuore, con l’animo in pace.”
The Italian prime minister denied on Wednesday that young women had been paid to attend parties at his villas. But Mr Chirac, 76, added to the controversy by allegedly recounting his experience as a guest of Mr Berlusconi when he was invited to stay at one of the tycoon's properties without his wife, Bernadette.
In remarks to a fellow guest, cited by l'Express magazine, Mr Chirac allegedly said he had been unsettled by the "rather strange guy".
While showing him the bathroom, Mr Berlusconi pointed to the bidet, and is reported to have exclaimed: "You have no idea how many pairs of buttocks that bidet has welcomed."
But even he was unsettled by the numerous magazines featuring naked women that were said to have been strewn around the villa. "I leafed through one; it was rather unseemly," Mr Chirac reportedly said.
"And then I asked him why he left all these magazines lying around." Pointing to the pictures, Mr Berlusconi's alleged response, which he rammed home by miming the action, was: "I've had this one here; that one too..."
Mr Berlusconi's aides said he knew nothing about allegedly paying young women to attend parties. "To think that Berlusconi needs to pay 2,000 euros (£1,700) a girl, for her to go with him, seems to me a bit much," said his lawyer, Niccolo Ghedini.
"I think he could have great quantities of them for free."
Nel mondo alla rovescia, avvelenato dall’ideologia, succede che il ricorso contro l’atto di indirizzo del titolare del Welfare Maurizio Sacconi – con cui, nello scorso dicembre, il ministro aveva stabilito che interrompere nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente non è legale per le strutture pubbliche e private del servizio sanitario nazionale – su molti importanti giornali risulti “accolto” dal Tar del Lazio.
Nicoletta Tiliacos da PiùVoce.net
Come se fosse il primo prodotto di un debuttante. E’ invece il decimo disco di Ambrogio, un personaggio che è riuscito a farsi una fama non indifferente in Italia a seguito delle sue numerose escursioni nelle musiche di confine e la frequentazione con Francesco De Gregori (avete presente l’organetto in “Fine di un killer”? Era lui), ma anche con Giovanni Lindo Ferretti (“Litania” è lo spettacolo della serie “La musica dei cieli” che porteranno anche al Festivaletteratura di Mantova in settembre), Teresa De Sio, Rita Marcotulli, Francesco Di Giacomo (ex Banco), Lucilla Galeazzi, tutti, tranne Ferretti, impegnati a portargli tributo all’interno di questo disco che, ripeto, è una vera chicca di stagione. Da non perdere se la musica popolare per voi vuol dire qualcosa.
E se Francesco De Gregori apre il disco da par suo, Teresa De Sio in pratica lo chiude con un’intensa “Fra Fre Fro” che serve ancora una volta in più a farci sentire la mancanza, ormai da troppo tempo di un disco nuovo made in De Sio-Napoli. Ma i duetti, anche se usati al meglio, non sono tutto nel disco. Certo Francesco Di Giacomo è grande in “Senza fucili e senza cannoni” e Lucilla Galeazzi essenziale ed emozionante ne “La madre”. Le collaborazioni eccellenti continuano con Pasquale Minieri (Avion Tavel, Carnascialia, Nada, Capossela, GianMaria Testa) alla produzione e con Erasmo Treglia (Aquaragia Drom) alla prodeuzione esecutiva (oltre che addetto a ciaramelle, ghironde, scacciapensieri, torototela).
Ma le canzoni migliori (e qui sta un’altra sorpresa) sono quelle dove Ambrogio è da solo. “Ruccano”, la seconda canzone, è tutta cantata da Sparagna stesso, se non vado errato al debutto assoluto come cantante, ed è il punto di volta dell’architrave sonora del disco. La storia del suonatore Ruccano che “passa de là /allo vedere attorno chell’ammuina / chella situazione isse ha da cagnà / … / Ruccano comincia un organetto a suonare / e la magia subito se va a scuppà / lo strumento cresce, diventa gigante / la gente capisce che se po’ salvà / … / lontano da un mondo che puzza di morte / l’organetto vola e la gente è sicura / verso un altro mondo senza più paura”.
E delicatissima è “Stella che passa”, come la conclusiva “Nerina”, affidata al piano di Rita Marcotulli e alla voce e all’organetto di Sparagna. O ancora vogliamo parlare della bellezza di valzer della “Chiarastella”? O della carica vitale de “La bonavita” (canzone per Jacuruzingaru): “Sono turnate tutte ‘e parole / tutte chelle c’amme parlate / so’ turnate tutte canzone / tutte chelle c’amme cantate”.
Insomma trovo solo un punto debole in un lavoro che, di ascolto in ascolto, mi è sempre più facile appendere alle categorie del meraviglioso ed è la durata limitata: poco più di 46 minuti. Ma forse una durata maggiore avrebbe intaccato la forza poetica del lavoro. Forza poetica che è ancora meglio riassunta nelle note introduttive dell’album, ancora stillate dalla penna (in questo caso prolifica) di Ambrogio Sparagna.
“Caro amico che ti avvicini ai miei suoni, le storie che ascolterai per anni le ho tenute gelosamente nascoste, un sentimento intriso di timore e tenerezza mi impediva di cantarle, ma con il dono della paternità qualcosa è cambiato. Le volte che vedo Matilde e Giacomo guardarmi mentre canto, mi rivedo piccolo, quando rimanevo incantato, seduto intirizzito sulla pedaliera dell’organo della chiesa di Santa Maria, a sentire le miracolose gesta dei cori degli angeli che mio padre cantava durante i lunghi mattini delle novene di Natale. Il loro entusiasmo mi ha ridato fiducia in quell’arte antica della parola cantata che dà vita alla canzone e mi ha spinto a diventare finalmente anch’io un cantastorie. Ho deciso di recuperare il tempo perduto e con l’aiuto di molti amici ho realizzato questo disco. Insieme abbiamo cantato storie, sentimenti, favole che traggono la loro ispirazione nella memoria della civiltà contadina dell’Italia degli Appennini e ora affettuosamente te le affidiamo affinché anche tu possa aiutarci a farle continuare a vivere, lungo quelle strade speciali dove ancora viaggiano le storie cantate, al riparo del rischi dell’oblio”.
Ambrogio Sparagna
"Ambrogio Sparagna"
Finisterre - 2004
Nei negozi di dischi