venerdì 12 marzo 2010

Amico

“Si cominciò a dire ‘amico’ senza che più si sentisse l’origine dal verbo ‘amo’. Un tizio un giorno alla stazione afferrò un caio per la giacca e con aria minacciosa gli gridò in viso: ‘Ehi amico, stai a sentire...’, ma di amicizia non si vedeva l’ombra. Un noto professore in un consiglio di facoltà, nell’intento di meglio esprimere il suo dissenso nei confronti di un odiato collega, gli si rivolse con le parole ‘amico caro’. La nuova formula è piaciuta e ne è sorta subito la variante ‘amico bello’. Ma l’altro giorno accadde qualcosa di imprevedibile.
Il cronista, fermo al semaforo, fu avvicinato da un africano che porgeva un barattolino di plastica. Tirò fuori con gesto più abitudinario che caritativo la monetina da 500 lire. Nemmeno si volse a guardare l’africano. Ma lo sentì bene quando quegli disse: ‘Grazie, ‘migo!’. Improvvisamente sentì dolce scendergli nel cuore quella parola vecchia, che ormai non usava più, perché significava il suo contrario.
Si vergognò di aver pagato così poco la riconciliazione con la sua stessa lingua. Voleva
fare qualcosa di nobile, ma esitò un attimo, ed era già tornato il verde”.
(da “Térata” di Michele Feo)

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