Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù sopra i tetti; riconoscevo a orecchio, un po' più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del paese anche lui. Qui tutto è come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole.
Nero (...) La paura più grossa dell’ubriacone non è quella di morire per colpa dell’alcol, cosa che tanto gli capiterà. è restare a corto di alcol prima che gli succeda. (...) Ma se dai un bicchiere pieno a un ubriacone e intanto gli dici che non è quello che vuole davvero, secondo te lui che cosa ti rispone? Bianco Penso di potermelo immaginare, cosa mi risponde. Nero Certo. Eppure avevi ragione tu. Bianco Dicendogli che non è quello che vuole davvero. Nero Esatto. Perché quello che vuole davvero non lo può avere. Oppure è convinto che non lo può avere. E quindi si ingozza di quello che non vuole davvero. Bianco E invece cos’è che l’ubriacone vuole davvero? Nero Avanti, lo sai anche da solo. Bianco No, non lo so. Nero Sì, invece. Bianco No. Nero Hm. Bianco Hm cosa? Nero Sei un caso difficile, professore. Bianco Guardi che neanche lei è una passeggiata. Nero E così non sai cos’è che l’ubriacone vuole davvero. Bianco No che non lo so. Nero Vuole quello che vogliono tutti. Bianco E cioè? Nero Essere amato da Dio.
"A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane"
Sofane che "alla cintura della corazza portava legata con una catenella di bronzo un ancora di ferro e che, ogni qual volta giungeva in vicinanza dei nemici, soleva gettarla, perché i nemici nell'assalto non potessero muoverlo dal suo posto, mentre quando c'era una fuga degli avversari ritirava l'ancora e si dava così all'inseguimento."
Un persiano sulla decisione, da parte di Serse, di affrontare in battaglia i greci: "Ospite, quel che deve accadere per volere di un Dio, è impossibile stornarlo per l'uomo. E neppure a quelli che dicono cose degne di fede nessuno vuole dare retta. Molti di noi Persiani, pur conoscendo questa situazione, seguiamo come aggiogati, la necessità. La peggiore delle pene umane è proprio questa, comprendere molte cose e non avere alcun potere."
Perché il vento tra i pini, la tempesta sulla sabbia, la burrasca sul mare sarebbero silenzio, e non lo sono il pulsare delle macchine in una fabbrica, il ronfare dei treni nella stazione, il frastuono delle automobili all'incrocio delle strade ?
Qui o là sono le stesse grandi leggi che operano, il suono della creazione che ci rinserra.
Perché il canto dell'allodola in un campo di grano, lo stridio degli insetti nelle ore notturne, il ronzio delle api tra il timo nutrirebbero i nostri silenzi e non i passi della folla nelle strade, il parlottio elle donne al mercato, le grida degli uomini sul lavoro, il riso dei fanciulli in un giardino, la canzoni che escono dai bar ?
Tutto è voce delle creature che si muovono verso il loro destino, eco della casa di Dio in ordine e disordine, tutto è segno della vita che procede verso la nostra vita.
Il silenzio non è un'evasione, ma il raccogliersi di noi stessi nel cavo di Dio. Il silenzio non è una serpe che il più piccolo rumore fa fuggire, è un aquila dalle forti ali che vola alto sullo strepitio della terra, degli uomini e del vento.
Quando il bambino era bambino, se ne andava a braccia appese. Voleva che il ruscello fosse un fiume, il fiume un torrente; e questa pozza, il mare.
Quando il bambino era bambino, non sapeva d'essere un bambino. Per lui tutto aveva un'anima,
e tutte le anime erano tutt'uno.
Quando il bambino era bambino, su niente aveva un'opinione. Non aveva abitudini. Sedeva spesso a gambe incrociate, e di colpo sgusciava via. Aveva un vortice tra i capelli, e non faceva facce da fotografo.
Quando il bambino era bambino, era l'epoca di queste domande. Perché io sono io, e perché non sei tu? Perché sono qui, e perché non sono lí? Quando é cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? La vita sotto il sole, é forse solo un sogno? Non é solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo, quello che vedo, sento e odoro? C'é veramente il male e gente veramente cattiva? Come puó essere che io, che sono io, non c'ero prima di diventare? E che un giorno io, che sono io, non saró piú quello che sono?
Quando il bambino era bambino, per nutrirsi gli bastavano pane e mela, ed é ancora cosí.
Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano, come solo le bacche sanno cadere.
ed é ancora cosí. Le noci fresche gli raspavano la lingua,
ed é ancora cosí. A ogni monte, sentiva nostalgia di una montagna ancora piú alta, e in ogni cittá, sentiva nostalgia di una cittá ancora piú grande. E questo, é ancora cosí. Sulla cima di un albero, prendeva le ciliegie tutto euforico, com'é ancora oggi. Aveva timore davanti ad ogni estraneo, e continua ad averne. Aspettava la prima neve, e continua ad aspettarla.
Quando il bambino era bambino, lanciava contro l'albero un bastone, come fosse una lancia. E ancora continua a vibrare.
"Il mondo è mio, mi sembra, sarà che ho ventotto anni e mi distraggo ancora molto perché figli non ne ho". (Tre allegri ragazzi morti- La faccia della luna)
L’illuminismo, in linea di principio, la pensa allo stesso modo, anche se l’accento si sposta e le religioni del mondo appaiono ora del tutto sotto il segno della ‘disposizione’ religiosa dell’uomo in quanto tale. Ma questa disposizione, essendo appunto una delle possibilità o ‘facoltà’ dell’uomo, viene assoggettata ad una sempre più acuta critica filosofica e poi storico-scientifica: se l’uomo
‘può’ essere religioso, può egli stesso costruir si il suo dio, e si può dimostrare come le immagini di Dio corrispondono ai suoi mutevoli bisogni e stadi culturali e quindi anche che egli, divenuto maturo, può essere indotto a pensare di fabbricarsi personalmente i propri ideali, per soddisfare il suo bisogno di amore e di adorazione, il suo sentimento di giustizia, la sua volontà di sopravvivere felice dopo la morte. Ma un simile assortimento di pupazzi non converrebbe più all’uomo maturo, e di fatto si può benissimo farne anche a meno. L’uomo, una volta lasciato a se stesso, pare che vada avanti persino più rapidamente e consapevolmente.
Oggi non c’è più una persona ragionevole che preghi; l’era della contemplazione è passata, ora c’è l’azione: l’uomo non assume soltanto l’amministrazione del suo mondo, ma anche di se stesso, e fa di sé ciò che vuole. E tu, cristiano, esiti ad inserirti nel nuovo ritmo dell’umanità che dispone di se stessa? Ma allora hai preso in anticipo una decisione contro la logica della storia del mondo; non soltanto cadi sotto le ruote, ma queste già ti sopravanzano. Prima, nell’antichità, tutto – sia nei filosofi pagani che nei cristiani – ruotava attorno alla ‘conversione’ (rivolgimento, epistrophé) dal mondo a Dio. Oggi si esige che tutti, anche tu che così a lungo, troppo a lungo, hai guardato in direzione di Dio, girino in senso radicalmente inverso: conversione al mondo.
Non rientra infatti questo nella tua stessa logica cristiana?
I primi discepoli non sono mandati dal loro Maestro in tutto il mondo? Contraddici a te stesso se tu solo, mentre tutti guardano in avanti, guardi fisso all’indietro.
Il cristiano si guarda attorno in cerca di aiuto; ciò che una volta lo avvolgeva come un abito che forniva protezione e calore è scomparso ed egli si sente penosamente nudo. Si sente come un fossile di epoche tramontate.
E probabilmente la chiesa dovrà dotarsi di strumenti ispettivi e canonici, legati o meno alla Congregazione per la dottrina della fede, che realizzino una molto più efficace cooperazione con gli
organi del diritto comune, in modi tutti ancora da verificare. Ma non credo che i laici credenti, le suore, i preti, i vescovi, i canonisti, i teologi, i prefetti di curia e i papi potranno mai rinunciare a trattare il peccato come peccato, e il pentimento come porta aperta al perdono e all’espiazione
cristiana, trasformandosi in macchine di burocrazia penale al servizio dei tribunali, che devono invece indagare sui reati e sanzionare i crimini. Né i laici liberali debbono pretendere questo scambio di funzioni, con omologazione delle identità. Uno scambio, d’altra parte, che a
occhio e croce non avverrà mai. E la chiesa dovrebbe cominciare a dirlo senza complessi, spiegando che la sua identità, nel nucleo più profondo, è legata a un’idea del peccato che è individualizzata, agisce caso per caso, non sopporta le leggi eguali e indifferenti all’anima di ciascuno tipiche del diritto positivo. La chiesa dovrebbe dire apertis verbis che il castigo
penale, legittima aspirazione dei tribunali dello stato ai quali il clero può offrire
cooperazione, è tuttavia nulla, è un granello di sabbia disperso nel vento, a fronte del meccanismo di imputazione divina che porta alla consapevolezza del peccato, al libero pentimento di coscienza,
all’espiazione e al perdono o assoluzione dello specialissimo diritto che si realizza nella cura delle anime. La chiesa ha un suo modo di punire, giudicare, considerare, vedere l’uomo nel peccato e il
peccato nell’uomo: un modo peculiare al quale in nessun caso può rinunciare.
Ne va della tutela e difesa di un criterio, mezzo umano e mezzo divino, che è la chiave di volta del cristianesimo da un paio di millenni.
La chiesa non può rinunciare alla notte dell'Innominato: non ne resterebbe pietra su pietra.
mentre da lontano si guarda agli altri, gli occhi glauchi,
a tanguigiare saliva, a serrare
lo stomaco scosso dai crampi,
oh non credere che il mondo sia una locanda!
Non credere che il mondo sia una Borsa, creata
per il mercante potente contro il debole
per acquistare il disonore per i figli poveri
e il latte delle mammelle delle donne, e agli uomini
il midollo delle loro ossa, il sorriso ai bambini
rara apparizione sui visi di cera,
oh non credere che il mondo sia una Borsa !
Non credere il mondo una giungla, creata
per i lupi, le volpi, rapina e inganno
il cielo una cortina chiusa affinché Dio non guardi nulla
la nebbia, affinché al muro nessuno guardi e ti fissi
il vento, per soffocare le grida più indomite,
la terra per lavare il sangue degli innocenti,
Oh non credere che il mondo sia una giungla.
No, il mondo non è una locanda, non è una Borsa né una giungla,
giacché tutto è pesato, misurato
nessuna goccia di sangue e nessuna lacrima si cancellano,
nessuna scintilla nella lampada ed olio muore invano,
i pianti diventano fiumi e i fiumi mare,
diluvio il mare, la scintilla tuono,
oh non credere che non vi sia un Giudice ed un Giudizio.
(Itzhak Leibush Peretz - Non credere)
Gerusalemme. “E’ la peggiore crisi dal 1975” tra Washington e Israele, dice l’ambasciatore di Gerusalemme a Washington, Michael Oren. Dopo un fine settimana di scuse da parte di Benjamin Netanyahu, premier di Israele, in seguito all’improvvido annuncio della costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme est durante la visita del vicepresidente americano Joe Biden, il diplomatico Oren, che ben conosce gli equilibri sia in Israele sia negli Stati Uniti, sancisce la crisi di fatto, con un dettaglio storico – il 1975 – che rimanda all’allora richiesta di Washington agli israeliani di ritirarsi dal Sinai egiziano. Netanyahu non può che andare avanti con il progetto, nonostante le tante scuse, perché ne va della tenuta del suo governo di coalizione: i ministri di Shas, partito ultraortodosso, autori dell’improvvido annuncio, non ammettono passi indietro. Ma, stando a quanto ha commentato Hillary Clinton, segretario di stato americano, quanto è avvenuto la settimana scorsa è “un insulto”, né più né meno.
Ora si stanno muovendo tutti per cercare di fare rientrare la crisi. C’è chi chiede a Barack Obama di soprassedere, dopo tanti anni di trattative dirette, focalizzate sulle questioni centrali
dei due stati, dei loro confini e del destino di Gerusalemme, la questione sia regredita a contatti indiretti. George Mitchell, inviato speciale di Barack Obama nella regione, ha già fatto migliaia di chilometri tra Stati Uniti, Israele e Territori palestinesi. A gennaio del 2009 aveva detto che in medio oriente la pace sarebbe arrivata entro due anni, a ogni viaggio ha una proposta di pace non rifiutabile dalle parti, ma per ora Mitchell è fermo alla possibilità di colloqui indiretti fra le parti. “Un segno di quanto fragile sia diventato il processo di pace”, scrive il Washington Post.
“Si cominciò a dire ‘amico’ senza che più si sentisse l’origine dal verbo ‘amo’. Un tizio un giorno alla stazione afferrò un caio per la giacca e con aria minacciosa gli gridò in viso: ‘Ehi amico, stai a sentire...’, ma di amicizia non si vedeva l’ombra. Un noto professore in un consiglio di facoltà, nell’intento di meglio esprimere il suo dissenso nei confronti di un odiato collega, gli si rivolse con le parole ‘amico caro’. La nuova formula è piaciuta e ne è sorta subito la variante ‘amico bello’. Ma l’altro giorno accadde qualcosa di imprevedibile.
Il cronista, fermo al semaforo, fu avvicinato da un africano che porgeva un barattolino di plastica. Tirò fuori con gesto più abitudinario che caritativo la monetina da 500 lire. Nemmeno si volse a guardare l’africano. Ma lo sentì bene quando quegli disse: ‘Grazie, ‘migo!’. Improvvisamente sentì dolce scendergli nel cuore quella parola vecchia, che ormai non usava più, perché significava il suo contrario. Si vergognò di aver pagato così poco la riconciliazione con la sua stessa lingua. Voleva fare qualcosa di nobile, ma esitò un attimo, ed era già tornato il verde”.
Riporto da "il Foglio", giornale che sto sempre più apprezzando, un articolo coraggioso.
"Anche i dati più strutturali forniti dal “country note” dell’Ocse ribadiscono una storia ben nota: le prospettive di crescita dell’Italia sono condizionate dalla perdurante debolezza della produttività, cosicché il divario di reddito con i paesi Ocse più dinamici si è ampliato ulteriormente. Ergo, le solite raccomandazioni: ridurre le barriere alla concorrenza (soprattutto nelle professioni e nei servizi locali), migliorare l’accesso all’istruzione universitaria e la sua efficacia, ridurre il cuneo fiscale sui redditi da lavoro, decentralizzare la contrattazione salariale, ecc. Una storia – dati e ricette – ben nota, appunto. Ecco perché è più interessante parlare di un’altra storia. Anzi della Storia, quella con l’iniziale maiuscola. Questo genere di storia è invocata in due commenti apparsi sul Corriere della Sera di ieri. Uno di Francesco Giavazzi e l’altro di Niall Ferguson. Il primo parla di “frutto della storia” per spiegare le (poche) decisioni lungimiranti prese dai leader europei nel recente passato. Una negli anni Cinquanta del secolo passato, quando fu creata la prima istituzione comune europea (la Ceca, comunità del carbone e dell’acciaio), e l’altra negli anni Novanta, quando fu istituita l’unione monetaria. A prendere la decisione furono De Gasperi, Adenauer e Schuman, nel primo caso, Mitterrand, Kohl e Andreotti, nel secondo. Ma, dicendo che queste decisioni furono “frutto della storia”, Giavazzi vuol dire, probabilmente, che il vero motore della scelta consistette in due eventi a loro modo e in modo diverso drammatici, come la Seconda guerra mondiale prima e la riunificazione tedesca dopo, piuttosto che la lungimiranza di questi leader. Secondo questa logica, Giavazzi interpreta l’attuale crisi economica europea e in particolare quella della Grecia, come un’occasione che di nuovo la Storia fornisce ai leader europei per essere lungimiranti. Per fare cosa? Non certo una replica europea del Fondo monetario, ma piuttosto per creare un’istituzione comune che gestisca la politica economica. O, per lo meno, checoordini le politiche economiche nazionali."
Quando i cristiani manifestano sfiducia nella forza evangelica propria dell’umiltà cristiana e dell’inermità della fede, quando progettano una «religione civile» cercando di instaurare presidi e tentando alleanze strategiche con chiunque offra un appoggio alla forza di pressione cristiana nei confronti della società, allora confondono la chiesa con il regno di Dio, progettano una cristianità che appartiene al passato, che non può essere risuscitata e che, soprattutto, contraddice la buona notizia di Gesù.
"L'anarchia può far comodo a vent'anni, comodissimo se hai in tasca la carta di credito di papà.
A settanta oppure ottanta, in un ospedale pubblico c'è solo da sperare che i regolamenti siano rispettati con scrupolo. ....
"Nessuno è buono" dice Gesù Cristo. E' pertanto divino, oltre che ragionevole, credere nel peccato originale e di conseguenza nell'educazione, nella civilizzazione, mentre è diabolico, oltre che stupido, confidare nel buon selvaggio. ... Cattivi maestri fanno credere ai ragazzi che tutto sia loro dovuto, formando generazioni di frustrati, siccome nella vita il dovere spinto fuori dalla porta dell'ideologia rientra immancabilmente dalla finestra della realtà.
A un ragazzo bisogna spiegare che nemmeno suicidarsi è diritto: prima devi studiare la Divina Commedia perché hai un dovere verso Dante, prima devi lavare i piatti, perché hai un dovere verso tua madre, prima devi innaffiare il basilico, perché hai un dovere verso il desco familiare, prima devi andare a trovare un tuo amico o la nonna e devi farlo in bicicletta, perché hai un dovere verso la città, e poi, e poi ne riparliamo."
"Gli uomini hanno, come gli alberi, il loro lato esposto al vento e, come le montagne, la loro parete Sud. Dobbiamo solo cercare l'accesso ai pendii dei loro vigneti. alle miniere dei loro tesori.
Allora daranno l'oro e il vino là dove nessuno se l'aspettava. Gli uomini sono testi geroglifici, tanti però incontrano il loro Champollion. Diventeranno leggibili, diventeranno avvincenti, se la chiave sarà accordata con amore."
"Il meraviglioso non suscita in noi nessuna sorpresa, perché il meraviglioso è ciò con cui abbiamo la più profonda confidenza. La felicità che la sua vista ci procura sta propriamente nel fatto di veder confermata la verità dei nostri sogni. Come avrebbe potuto Hölderlin altrimenti, lontano dai luoghi dove giocano i delfini, riconoscere nel suo più intimo significato la bellezza imperitura degli arcipelaghi?"
sabato 6 febbraio 2010
La strada aveva l'aria di essere deserta per miglia e miglia. Soffiava un vento leggerissimo che spolverava i lastroni di tufo e cavava dai pinastri un rumorino che non mi impediva di udire i belati di greggi invisibili su lontani versanti e il macinio delle ruote di Emilio che ridiscendeva in paese.
Il cielo da ogni parte, ma soprattutto sopra il crinale di Mombarcaro, preparava pioggia per la notte, una pioggia lunga ma pacifica. Mi fissai a contemplare San Benedetto nella conca sottostante.
Scuriva, dalle case già si levavano le prime fumate azzurrine, tra poco la campana avrebbe dato l'ultimo rintocco di quel giorno e il messo comunale avrebbe accesso l'unica lampada pubblica sulla piazzetta, si sarebbero messi a stormire lamentosamente, come una penitenza collettiva a durare fino all'alba, i mille e mille pioppi lungo Belbo.
Allora capii che ancora per quella sera non potevo fare assolutamente a meno di tutte quelle cose e il tornare a casa mia era tal quale l'andare in esilio.
Giovannino Guareschi non è soltanto l'inventore letterario di "Don Camillo" e di molti altri titoli di successo (è tra gli autori italiani più venduti all'estero) ma fu anche grande giornalista e pungente vignettista di satira.
La storia che mi interessa raccontare parla del Guareschi giornalista e uomo, perché se molte sono le condanne giudiziarie che ha ricevuto nella sua vita, molto più grandi sono state le sue reazioni, reazioni da uomo che accetta di dover pagare per le sue idee e per le sue responsabilità.
Poco gli è importato quando, al momento dell'armistizio con gli Alleati, pur di non disconoscere l'autorità di quel Re per il quale aveva combattuto fino al giorno prima, venne incarcerato dai tedeschi e trasferito in due campi di concentramento, prima in Polonia ed in seguito in Germania.
Nel 1954 Guareschi venne accusato di diffamazione per aver pubblicato sul "Candido" (rivista da lui diretta) due lettere di Alcide De Gasperi risalenti al 1944, in una delle quali De Gasperi (che sarebbe divenuto Presidente del Consiglio nel dopo guerra) avrebbe richiesto agli Alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma allo scopo di demoralizzare i collaborazionisti dei tedeschi.
Guareschi si era mosso con grande cautela. Prima di pubblicarle, aveva sottoposto le lettere addirittura ad una perizia calligrafica del tribunale di Milano. Durante il dibattimento, l'avvocato difensore chiese ai giudici di sottoporre le lettere ad una ulteriore perizia, ma il Collegio giudicante respinse l'istanza motivandola così: "le richieste di perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere".
In pratica, le uniche prove accettate furono le parole di De Gasperi, che dichiarò che quelle lettere erano assolutamente false. Il Collegio giudicante non accolse neppure numerose prove testimoniali prodotte dalla difesa di Guareschi tra cui persone vicine allo stesso De Gasperi, come Giulio Andreotti.
Guareschi fu condannato a dodici mesi di carcere, ma non presentò ricorso in appello.
"No, niente appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. Accetto la condanna come un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente."
Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato.
Guareschi è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una penda detentiva in carcere per rato di diffamazione a mezzo stampa.
L'ingratitudine della Democrazia Cristiana verso Guareschi fu enorme perché enorme fu il contributo dato dallo scrittore e giornalista alla vigilia delle elezioni politiche del 1948 in Italia.
Molti slogan come "Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vedere, Stalin no" uscirono dalla sua mente fervida insieme a molti articoli di satira e di informazione.
Lasciato solo in prigione la sua salute già provata dall'esperienza nei campi di concentramento iniziò a peggiorare e ne rimarrà minata fino alla sua morte nel 1968.
Chi deve imparare una lezione di vita da tutto questo impari...
La vicenda viene anche raccontata da Indro Montanelli in questa bella intervista:
(Da: Altri racconti, Einaudi Pleiade, Opere, 1993)
Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo. In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente; chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza. Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo piú grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella. Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo piú posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le piú grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani. Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria: - Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. - Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il pri¬mo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me.
Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentí, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi piú sotto, mi ripeté di tornarmene su ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli piú grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa . Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentí al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su. Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero piú sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lí intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: “Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa”, ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca. Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo. Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lí, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina. Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.
“C’è un’ideologia reale e incosciente che unifica tutti: è l’ideologia del consumo.Uno prende una posizione ideologica fascista, un altro adotta una posizione ideologica antifascista, ma entrambi, davanti alle loro ideologie, hanno un terreno comune, che è l’ideologia del consumismo. (...)Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena 10 anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”
Sappi che tutte le strade,anche le più sole, hanno un vento che le accompagna e che il gomitolo, forse, non ha voluto diventar maglione che preferisco non imparar la rotta per ricordarmi il mare.